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Lettera ai disoccupati


A Coloro che non contano niente



Carissimi,

lo so che di tempo ne avete da vendere.

Ma so anche che, quando si è costretti a incrociare le braccia, non si ha molta voglia a impegnarlo leggendo documenti come quello che, qualche tempo fa, hanno scritto i vescovi sui problemi del Mezzogiorno (1).

Eppure, in questo documento si è parlato moltissimo di voi.

Ma a che serve? Di parole ne sentite così tante, che viene da diffidare anche quando sono pronunciate da coloro che meriterebbero attenzione e rispetto.

Peccato, perché stavolta i vescovi hanno detto delle cose interessanti sulla vostra sofferenza collettiva. Tra l’altro hanno avuto il coraggio di affermare che «il problema della disoccupazione meridionale si configura come la più grande questione nazionale degli anni ‘90».

Ma quale vantaggio vi reca questa loro lucidità? Sono decenni che venite sottoposti ad analisi puntigliose, senza che se ne ricavi gran che. E sulla vostra pelle sono visibili i lividi lasciati da infiniti prelievi, senza che ancora si profili la più pallida ipotesi di terapia per quel male oscuro che si chiama disoccupazione.

Non c’è che dire: le prospettive non sono proprio tali da tenervi su di morale. E mi sento demoralizzato anch’io. Tantissimo.

Ogni giorno infittisco la mia agenda di nomi, che mi fanno tenerezza finché li scrivo, ma poi dopo, quando il profilo di un volto si sfilaccia, e il dramma irrepetibile di una situazione si stempera nel mucchio di altre situazioni che gli rassomigliano, e un moto di pietà successiva cancella quello precedente, e il tentativo di dare conforto coincide spesso con una specie di giustifica dell’ineluttabile, e l’abitudine di sorvegliarmi sulle emozioni fa ammutolire le residue istanze profetiche che mi porto dentro, e il trucco borghese di razionalizzare i sentimenti mi impedisce di esplodere, e la mia obbligatoria gravità episcopale frena la voglia di gridare contro le ingiustizie, dopo… mi sento anch’io complice, se non addirittura uno dei principali azionisti, di quelle aziende a responsabilità illimitata che portano il nome di «strutture di peccato».

«Filomena, anni 22 maestra d’asilo, la più grande di cinque figli, orfana di padre: parlare con le suore. Alfonso, 28 anni, muratore, restauratore, scalpellino: situazione di estremo bisogno. Marta, qualifica di segretaria, diploma di dattilografa, separata, due bambine di 7 e di 4 anni: chiedere allo studio di qualche avvocato. Cosimo, 31 anni, camionista, scaricatore, qualsiasi lavoro: fare presto percbé in odore di droga. Michele, diploma magistrale, situazione familiare disperata, servizio di leva, chiede rafferma carriera militare: scrivere al ministro…»

Dov’è ora Filomena, dopo che con le suore ci ho parlato ma non hanno potuto far niente per lei, visto che stanno licenziando anche le altre maestre? Dov’è andato a finire Alfonso che, da quella mezza giornata spesa insieme in telefonate inutili, non ho rivisto più? Che classe fanno ora le bambine di Marta? Come si arrangia Cosimo, che si è stancato di salire e scendere dall’episcopio e che alla fine, scommetto, ha anche dubitato della mia buona volontà di aiutarlo? Che fa ora Michele, col suo bravo diploma esposto in cucina, dal momento che il ministro mi ha scritto che, pur comprendendo la umanità del caso, non gli è stato possibile soddisfare l’aspirazione dell’interessato atteso l’esubero delle richieste, vagliate da rigorosi dispositivi informatici, e che, comunque, si dichiara della mia eccellenza illustrissima e reverendissima sempre a disposizione?

Quanta tristezza! Ma perché vi scrivo?

Sostanzialmente per tre motivi.

Anzitutto per dare spessore alle vostre speranze. Coraggio! Un giorno o l’altro le cose cambieranno. Sono in tanti a pensare che non potranno andare avanti così per molto tempo. Quella coscienza di solidarietà invocata dai nostri vescovi, finirà col promuovere, una buona volta, cambi radicali in questo vecchio modo di concepire la vita con le categorie del potere e dell’accaparramento. Ma è indispensabile che la solidarietà reciproca la viviate prima voi, al punto da anteporla perfino alla vostra riuscita personale. Guardatevi dall’insidia di chi, sfruttando gli istinti di sopravvivenza, cerca di tenervi separati nelle rivendicazioni, magari con contentini a macchie di leopardo. E tenetevi lontani dalla logica del “si salvi chi può”, o “dell’ognuno per sè e Dio per tutti”. La quale logica, anche se vi dà l’apparenza del successo immediato, si ritorcerà domani sui vostri figli.

La seconda cosa che voglio dirvi è questa: non vendetevi a nessuno. Anche a costo di morire di fame. Resistete tenacemente alle lusinghe di chi pensa di manipolarvi il cervello comprandovi con quattro soldi. Attenzione, perché di questi osceni tentativi di compravendita morale ce ne sono in giro parecchi. Anzi, alle vostre spalle c’è tutta un’orchestrazione di sfruttatori del disagio che vogliono ridurvi a «zona denuclearizzata». Ad automi, cioè, espropriati di quell’intimo nucleo di libertà da cui si misura la grandezza irrepetibile di ogni uomo. Rifuggite dalle raccomandazioni, perfino del vescovo. Mi costa tantissimo dire queste cose, perché forse immaginate che io abbia fatto il callo alle vostre sofferenze, e che ora non me ne importi più di voi, e che anch’io mi sia rassegnato al sistema. Lo sapete, non è per questo. E’ perché temo di diventare complice di quelle forme di regressione destinate a perpetuare la mala pianta della dipendenza.

E infine voglio dire una cosa di cui forse solo i credenti potranno capire il paradosso. La vostra condizione, nonostante il vuoto pauroso delle tasche, vi conferisce un enorme potere d’acquisto sui mercati generali della redenzione. Sì, perché se, a trent’anni, dipendere da papà per una sigaretta è sempre un’umiliazione, e sbattere da Erode a Pilato per uno straccio di impiego rappresenta una mezza via crucis, e dover procrastinare i più santi progetti in attesa di un lavoro qualsiasi costituisce una specie di morte a fuoco lento, e non lasciarsi risucchiare dalla rassegnazione richiede una forza d’animo che ha contrappesi di lacrime nascoste… allora vuol dire che anche il vostro dolore, vissuto con dignità, va ad alimentare quell’economia sommersa della salvezza, il cui fiume parte dalle vette del Golgota.

Con voi, titolari della beatitudine che assicura sovrumani appagamenti a chi ha fame e sete della giustizia, la Chiesa oggi promette di essere solidale affinché sulla steppa della vostra desolazione maturino presto frutti di libertà.

Vostro + don Tonino, Vescovo



  
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