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La Bisaccia del Cercatore


Lettera ai Drop Out
Geronimo Bosch, Trittico dell' "Ultimo Giudizio" (ala esterna sinistra) - (1504-08) Akademie der Bildenden Künste, Vienna



I simboli sono un po’ come i fiaschi e le damigiane: per un verso rivelano la verità attraverso il vetro, per un altro verso la nascondono mediante la paglia. Pertanto io avrò buon motivo per difendermi da tutti coloro che potrebbero accusarmi di aver tralasciate tante cose: potrò dire che stavano tutte nella parte della damigiana coperta dal vimini o dalla paglia.

Se io fossi un contemporaneo di Gesù, se fossi uno degli undici ai quali Gesù, nel giorno dell'ascensione, ha detto Lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria e fino all’ estremità della terra1' ( At 1,8), dopo essere andato a salutare la madre, Maria, nell'atto di congedarmi dai fratelli, sapete cosa avrei preso con me? Innanzitutto il bastone del pellegrino e poi la bisaccia del cercatore: e nella bisaccia metterei queste cinque cose: un ciottolo del lago; un ciuffo d’erba del monte; un frustolo di pane, magari di quello avanzato nelle dodici sporte nel giorno del miracolo; una scheggia della croce; un calcinaccio del sepolcro vuoto. E me ne andrei così per le strade del mondo, col carico di questi simboli intesi, non tanto come souvenir della mia esperienza con Cristo, quanta come segnalatori di un rapporto nuovo da instaurare con tutti gli abitanti, non solo della Giudea e della Samaria, non solo dell'Europa, ma di tutto il mondo: fino agli estremi confini della ferra.

Ecco, in prenderci queste cose. Ma anche il credente che voglia obbedire al comando missionario dì Gesù —perche incombe ancora, sulla responsabilità di ciascuno questo impegno missionario dell'annuncio — dovrebbe prendete con sé queste stesse cose.



ILBASTONE DEL PELLEGRINO


E’ il simbolo evocatore della transumanza. Transumanza è un termine pastorale passare da una terra all'altra. Il bastone e il simbolo del cammino, un cammino faticoso e purificatore che ogni cristiano deve compiere. E una provocazione permanente a lasciare gli antichi bivacchi attorno a cui il racconto delle gesta dei padri è gratificante, sbandisce i ritmi del tempo corale dei vecchi ritornelli, il vivere di rendita diventa quasi un comando e nelle pupille davanti al fuoco c'è solo posto per i riverberi del passato. Oggi bisogna lasciare la staccionata della rassicurante masseria di famiglia con coraggio sulle strade dell’esodo, verso gli incroci dove culture e le razze si rimescolano e le civiltà sembrano tornare all’antica placenta che le ha generate e i popoli ridefiniscono i tratti della loro anagrafe secolare.

Ma il bastone non ci provoca soltanto a metterci in viaggio. Il bastone ci provoca soprattutto a metterci in viaggio verso la montagna di Dio verso il Sinai , come Mosè , o verso l’Oreb , come Elia – alla ricerca del Suo vero volto, che trascenda le immagini fatte da mani d’uomo fino a quando , senza più santuari, questo volto lo contempleremo così come Egli è.

Ricordate cosa risponde Gesù alla samaritana che gli chiede qual è il vero luogo in cui adorare Dio, se a Gerusalemme o sul monte Garizim: ''Credimi, donna, che viene un'ora in cui su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Ma viene un'ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; infatti il Padre cerca tali persone che l’adorino. Dio è Spirito, e coloro che lo adorano, in Spirito u verità devono adorarlo" (Gv 4,21.23-24)*

Di questa purificazione del volto di Dio. di questo cammino che ci porti a detergerne l'immagine da ogni crosta terrena ne abbiamo estremo bisogno.

Il bastone, quindi, non è segno di un vago cammino, ma del viaggio verso il monte di Dio. Ecco perche il confluire sull'unico crocicchio di più religioni, più che tentarci a entrare nel gioco della concorrenza per piazzare la nostra merce sui mercati generali dello spirito, più che tentarci a fare il braccio di ferrò e vedere chi è più bravo a resistere, deve spingerci ad un processo di catarsi interiore; di purificazione interiore che ci impedisca la pietrificazione di Dio, che ci preservi dall'assolutizzare i nostri sguardi parziali puntati su di Lui. che ci allontani dalla tragedia di trasformare la fede religiosa - anziché in un elemento accelerante - in un elemento frenante la corsa degli uomini verso i traguardi della solidarietà planetaria.

Dicendo questo non voglio mettere in crisi fa nostra identità religiosa. Come dice padre Balducci, nella generale eclissi delle identità il primo nostro dovere è quello di restare fedeli all'identità che abbiamo costruito.

Purché sia un'identità aperta, intesa non come il tutto, ma come un frammento del tutto nascosto ancora nel futuro. Guai a fare del nostro frammento la misura del tutto. Occorre rimanere fedeli alla nostra identità andare avanti per coprire le potenzialità nascoste nel grembo del futuro Senza questo sforzo di trascendenza, simbolizzato dal bastone del pellegrino anche dietro l'altare più santo possiamo trovare in agguato l’idolatria.


LA BISACCIA DEL CERCATORE


Oltre il bastone del pellegrino, prenderei una seconda cosa: la bisaccia del cercatore. Il cristiano che oggi, in questo crepuscolo del secondo millennio, vive drammatiche trasformazioni epocali; il cristiano che voglia mettersi in viaggio verso la casa comune europea, per diventarvi inquilino, deve prendere con se anche la bisaccia del cercatore.

Come fece San Paolo, santo di statura europea, il quale è stato giustamente chiamato l'uomo dei due mondi, perché nativo nella cultura ebraica, è diventato a pieno titolo indigeno alla cultura greca. Più che con la spada, San Paolo bisognerebbe raffigurarlo con la bisaccia, teso com’era a raccogliere i valori della cultura che aveva attorno. In tal senso Egli orientava i cristiani: "Non spegnete lo Spirito, Non disprezzate le profezie. Esaminate ugni cosa: ritenete ciò che è buono1 E lo dice anche a noi: esaminate ogni cosa e poi mettete nella bisaccia ciò che è buono; disponetevi cioè all'analisi critica di tutto ciò che il mondo vi offre, e poi mettete nella bisaccia del pellegrino tutto ciò che trovate di buono, anzi, tutto ciò che trovale di bello, "tutto ciò che trovate di bello' dice il testo» dove la bellezza viene intesa come categoria etica, non come categoria estetica. Ed è bellissimo! Noi questo concetto l'abbiamo mutuato dopo: bello nel latino classico non c'è, c'è bonus. Come si è arrivati a bello? Bonus nella tarda latinità si diceva bonellus, che lentamente si è trasformato nel nostro bello. Noi, ancora oggi, nel dialetto salentino per dire che una ragazza è bella diciamo è bunedda. San Paolo la sua bisaccia l'ha riempirà dì queste perle che ha trovato in giro sulle bancarelle della cultura greca. Ho detto già del concetto di bellezza, assunto come criterio etico e mutuato proprio dallo stoicismo. Egli ha poi saputo cogliere dal mondo circostante il concetto dì ordine, il concetto di armonia, il concetto dì decoro, e soprattutto il concetto di coscienza. Gli ebrei avevano chiaro e fermo il concerto di Legge scritta sulle tavole dì pietra. L’idea della legge non scritta, o meglio, scritta nel cuore, è tipica del pensiero ellenistico. San Paolo l'ha scoperta come ricchezza nella cultura greca e l'ha fatta propria mettendola nella propria bisaccia- E sapete tutti quanti che peso esercita ancora oggi questa categoria nella coscienza degli uomini. Il cristiano del terzo millennio, che muove verso i crocevia della storia.

E qui dobbiamo riconoscere che spesso nella storia abbiamo disatteso questo stile.

Pensate a quanto avvenne cinquecento anni fa nel corso della conquista dell'America. Abbiamo giudicato i barbari costituzionalmente incapaci di poterci offrire qualcosa che noi non avessimo già. Abbiamo rifiutato il baratto con le culture altre. Abbiamo trascurato la trattativa con il diverso. Ci è sfuggito di mente quel vocabolo di sapore volutamene mercantile con il quale i testi liturgici hanno l'audacia di designare il mistero dell'incarnazione: commercium, ovvero admirabile commercium, scambio ammirevole.

Insomma talvolta abbiamo preteso di dare soltanto, senza accogliere nulla, per non contaminare la nostra aristocrazia puritana. Ha resistito in noi una pregiudiziale di superiorità. Ci siamo dimenticati che il dono unilaterale è la forma più sottile di potere. Ci siamo illusi che per essere missionari sia sufficiente trasportare battesimi, teologia, civiltà. E cinquecento anni fa, mentre i conquistatori, le cui spade non abbiamo avuto sufficiente coraggio di maledire, mettevano nelle loro bisacce oro e ricchezza, noi come chiesa non abbiamo saputo mettere nella nostra bisaccia neppure un frusto di anima Amerinda, dopo averne data tanta della nostra. Perché è anche vero che è stato un gesto di grande generosità dei missionari. Dobbiamo dirlo questo, anche con forza; sono andati, e vero, con la spada dei conquistatori, o forse questi sono andati insieme con la croce dei missionari, ma quanto sacrificio c’è stato da parte dei missionari. Del resto come si potevano importare nella vecchia, Europa brandelli d'anima d'oltre oceano se abbiamo dovuto attendere una bolla pontificia per risolvere la questione se gli indigeni avessero o non avessero un'anima: che anima potevamo portare noi?

Anche oggi, come cinquecento anni fa, noi corriamo il rischio che nel confronto dei diversi la bisaccia sappiamo aprirla soltanto per dare, e mai per ricevere, sia sul piano materiale che spirituale. Fino a quando saremo convinti che i marocchini possono solo darci pericoli di iniezioni; e che le folle della mezzaluna, che assediano le nostre città, vanno considerate solo come i terminali della nostra esuberanza missionaria tesa a sfilare dalle loro tasche il libro del Corano per piazzarvi il Vangelo; noi non potremmo mai essere compagni dell'uomo e neppure testimoni dello Spirito.



IL CIOTTOLO DEL LAGO


Nella bisaccia vuota, poi, simbolo di una nudità che non viene per nulla compromessa se al suo interno ci collochiamo alcune cose, metterei un ciottolo del lago. Il lago per gli apostoli evocava lo scenario della ferialità operosa, era il nido delle loro gioie e delle loro speranze, delle loro tristezze e delle loro angosce. Sul lago e grazie alle sue risorse campavano, sulla sua riva scintillavano pesci di ogni genere tra guizzare di scaglie, sul suo greto tiravano in secca le barche e stendevano al sole le reti e le nasse. Un giorno, per la maggior parte dì loro — perché non tutti gli apostoli erano pescatori -, sulla battigia del lago avvennero gli incontri decisivi con Lui, sperimentando la compassione (nel senso etimologico del termine) di Gesù di Nazaret con la loro cronaca quotidiana: tristezze e angosce, come quando la notte tramortirono di paura durante una tempesta che Lui stesso sedò; gioie e speranze, come quando furono testimoni della pesca miracolosa con tutte le mille allusioni planetarie (ricordate? Attirarono a riva 153 grossi pesci: la tavola dei popoli che conoscevano gli ebrei era formata da 17 nazioni, 17 popoli, Se voi contate i rappresentanti delle popolazioni descritte nel giorno di Pentecoste noterete che sono 17. Se sommare I+2+3+4…. 11+16+l7, il numero tinaie è 153, numero che sta ad indicare questa totalità, questa planetarietà ).

Portarsi un ciottolo del lago nella bisaccia significa voler esprimere lo stesso stile di Gesù di Nazaret, che ha condiviso con gli uomini il pane, la strada, la tenda.

Pertanto il ciottolo del lago, come segno e progetto di compagnia, lo vorrei portare con me come allegoria della solidarietà di Gesù con noi, allegoria che poi, io come credente, devo esprimere nella quotidianità.

A dire il vero anche la Chiesa ha fatto questa scelta di simpatia con il mondo, mediante quella splendida ouverture della “Gaudium et spes”. E’ una ouverture straordinaria: sembra essere stara scritta, su un pentagramma musicale, più che sulle carte severe dei teologi, Ricordate?: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri sopratutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (GS 1). E una pagina bellissima anche per queste simmetrie. E una pagina straordinaria comunque, che attende ancora di essere tradotta in pratica; una pagina straordinaria con cui la Chiesa, annullando di colpo la barriera di secolari distanze, accetta di diventare coinquilina degli stessi condomini abitati dai comuni mortali. La Chiesa, con quelle dichiarazioni, ricolloca le sue tende negli accampamenti degli uomini, all’interno del progetto urbanistico della città terrena, non pretende per i discepoli di Gesù suoli privilegiati all'interno del piano edilizio. Alla categoria del sacro, cioè al tentativo di selezionare e definire spazi e tempi da dedicare al Signore, preferisce la categoria della santità, che permea dì presenza divina anche le fibre più profane dell’universo. E una pagina meravigliosa sopratutto per quella notizia inaspettata che coglie di sorpresa quando afferma, che le gioie degli uomini sono anche le gioie del cristiano, e che tra le une e le altre corre il filo doppio della simpatia.

Eravamo abituati a condividere soltanto i dolori del mondo. Una lunga dottrina ascetica ci aveva allenati a farci carico esclusivamente delle sofferenze dell'umanità; eravamo esperti, cioè, soltanto nell'arte della compassione. Nelle nostre dinamiche spirituali aveva sempre esercitato un fascino irresistibile il cireneo della croce. I maestri di vita interiore non ci avevano mai fatto balenare l'idea dì un cireneo della gioia. Ed ecco invece ora l'annuncio di uno sconvolgente messaggio: le gioie genuinamente umane che fanno battere il cuore dell'uomo, per quanto limitate e talvolta banali, non sono snobbate da Dio, né fanno parte di un repertorio scadente che abbia poco da spartire con la gioia pasquale del Regno.

La felicità per il sorgere di un amore, per un incontro che ti cambia la vita, per una notizia sospirata da tempo, per l'arrivo di una creatura che ti riempie di luce la casa, per il ritorno del padre lontano, fa corpo con quella che sperimenteremo nel Regno. E contigua, con il brivido dell'eternità che proveremo nel cielo. L’estasi che ti coglie davanti alle montagne innevate, o davanti allo spumeggiare del mare, o davanti ai silenzi notturni, o davanti al fascino dell'arte è contigua, non è diversa: non ci sono gioie parallele.

Dico questo perché credo che il compito fondamentale del cristiano sia quello di riscoprire la dimensione della creaturalità che è parente stretta delle sovrumane gioie dello spirito. L'umanissima gioia che ti rapisce davanti al sorriso di un bambino, al lampeggiamento degli occhi di una donna, agli stupori di un'anima pulita, alla letizia di una abbraccio sincero, alla fragilità tenerissima con cui si riveste la bellezza che si gioca e si perde al tavolo verde della vita - come dice qualcuno - è contigua al che finalmente ti dice la persona dei tuoi sogni, Non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo.

Il ciottolo del lago ci ricorda tutto questo. E noi Io vogliamo mettere nella bisaccia come segno della nostra più cordiale compagnia con tutti gli uomini di oggi e anche con le cose che ci circondano., per quella santità che è percettibile nelle cose. La compagnia nella casa comune la dobbiamo esprimere in questo senso, riversando tutta la nostra simpatia sugli uomini e sulle cose.


IL CIUFFO D’ERBA


E poi cos'altro metterei nella bisaccia? Un ciuffo d'erba del monte. Per gli apostoli il monte è quello delle beatitudini, laddove dì fronte alle folle sterminate suonò per la prima volta il messaggio di liberazione proposto da Gesù. Sicché portarsi nella bisaccia un ciuffo d’erba colto da quelle pendici fiorite significa, per il credente di oggi, portarsi incorporata l'allegoria della novità cristiana. Significa che lui stesso deve diventare icona della novitas cristiana al punto tale di dare la vita, senza riduzione in scala, per quelle che Ignazio Silone chiamava, apparenti assurdità: la povertà. la nonviolenza, la solidarietà, le testimoniamo vivendole mediante il perdono, l'amore per i nemici, la passione per la verità, lo schieramento di parte accanto agli umiliati e agli offesi, l'abbandonarsi fiduciosi alla provvidenza. lo ho provato a capovolgere simmetricamente quella frase della Gaudium et spes che sintetizza la compagnia con il mondo che la Chiesa deve sperimentare; e vedete che cosa è uscito fuori: nulla vi è di genuinamente cristiano che non trovi eco nel cuore degli uomini d'oggi. Capovolgendo l'affermazione scopriamo e vediamo indicata la testimonianza allo Spirito che. deve essere resa dal credente. Ed essa sembra suggerire anche un paio di cose. Innanzitutto che il mondo di oggi, pur così distratto, si lascia ancora colpire dalla coerenza di quanti "rendono ragione della propria fede", qualunque essa sia. Sono le parole, semmai, che. oggi rendono l'uomo indifferente, A non fare né caldo né freddo, all’uomo contemporaneo, sono le affermazioni di principio, quando esse non trovano riscontro nella vita. A rendere indifferente è l’insignificanza dei programmi che si prolungano nell’accademia e si esauriscono nel vaniloquio. I fatti concreti però lo seducono, le scelte di vita lo interpellano con forza e gli schermi dei suoi radar – negli schermi radar dell'uomo contemporaneo - anche se sono refrattari a registrare la presenza dei loro maestri, registrano sempre la presenza dei testimoni.

Un'altra cosa vien fuori da questa frase che ho rovesciato. Che la testimonianza offerta agli uomini di oggi, se vuole trovare eco nel loro cuore, deve essere genuinamente cristiana, genuinamente, con il marchio dì origine controllata; perche la gente, insospettita da un mercato così pieno di contraffazioni, è diventata guardinga, oggi; forse non coglie al volo le sofisticazioni alimentari, ma per le adulterazioni spirituali ha il fiuto prontissimo.

Concretezza e autenticità: è su queste coordinate da rintracciare non nelle carte nautiche o nei libri edificanti o nei nostri messali o nelle nostre sontuose liturgie, ma nella vita pratica dei cristiani coerenti - che gli uomini d'oggi - per quanto scettici, increduli o indifferenti, o anche diversi, potranno incrociare la loro rotta con quella Gesù Cristo. Ed io penso


che questo sia il vero punctum dolens del cristianesimo attuale. Questo ciuffo d'erba del monte sembra che si sia rinsecchito nella nostra bisaccia, perché è la testimonianza coerente del discorso della montagna che manca.

Il nostro deficit - diciamolo con chiarezza - non sta nell'annuncio della risurrezione di Gesù, della sua trascendenza, della centralità della sua vita, ma sta nell'incoerenza con cui viviamo la nostra identità di cristiani di fronte al mondo. I nostri linguaggi, cioè, si sono normalizzati, le nostre azioni non hanno nulla di eccentrico, le nostre decisioni non hanno il soprassalto dell’estro. Agli apostoli nel giorno di Pentecoste, la gente sbalordita diceva, beffandoli: 'Sono ubriachi di mosto dolce" (At 2,13). A noi non ci ferma nessuno, stupito, per rimproverarci di essere sbronzi. Non si accorge più nessuno della nostra presenza perché non c'è in noi il brivido della passione.

Diceva Gramsci, in una delle lettere, scrivendo ai suoi compagni: “manca il brivido della passione",

A proposito, ricordo un episodio. Io ebbi l'infelice idea di pronunciare questa frase il giorno del mio ingresso in una città della Diocesi nel corso di una solenne celebrazione eucaristica.. Citando Gramsci io volevo incoraggiare i credenti a rabbrividire, a sentire la pelle d’oca per il messaggio di Gesù Cristo. Andò bene. Ovvero andò bene come discorso. Alla fine del giorno dopo ricevetti già delle lettere, le prime lettere di contestazione, che dicevano: "prima, quando un vescovo parlava in una cattedrale citava i Santi, faceva riferimento ai Padri della Chiesa. Adesso citano Gramsci. E proprio la fine”. Che tristezza! Avevo solo citato Gramsci che é una persona, come altre, forse più grande di tante altre, una persona meritevole di ascolto.

Ecco, ci manca il brivido. Ci basti pensare al tema della povertà che è essenziale e sul quale come Chiesa non sappiamo più fare discernimento. Sembra che siamo stati colti da afasia. Permettiamo ormai tutto. Che senso ha più la povertà per il cristiano? Sarebbe sufficiente pensare al tema della nonviolenza: quanta gente anche nelle nostre chiese giustifica ancora guerra, la guerra giusta, la difesa armata! Occorrerebbe poi pensare al tema dei nostri compromessi col potere: quante volte per la paura di perdere ì privilegi ci blocca la profezia sulle labbra, se pur non ci rende complici di tante ingiustizie consumate sulla pelle dei poveri!

Mi vengono in mente alcune battute di Silone nel libro Vino e pane dove in un dialogo tra sacerdoti, a don Benedetto gli fa dire; "Mio caro don Angelo, t'immagini tu il Battista offrire un concordato a Erode per sfuggire alla decapitazione? Ti immagini Gesù offrire un concordato a Ponzio Pilato, per evitare la crocifissione?'''.

Riconosciamolo: ci manca l’audacia profetica, che c'è nel discorso della montagna, ci fa difetto l'alta quota del monte delle beatitudini, e il ciuffo d'erba delle sue pendici si è disseccato nella nostra bisaccia.


IL FRUSTOLO DI PANE


Nella mia bisaccia, oltre al ciottolo del lago e al ciuffo d'erba del monte, riporrei un frustolo di pane.

Il riferimento alle scorte avanzate, dopo l'intervento di Gesù per sfamare le folle, è chiaro.

E allora mettersi nella bisaccia un pezzo di quel pane avanzato, significa portarsi incorporata l'allegoria dell'impegno concreto di fronte alle grandi sfide con cui oggi la storia interpella le religioni: la fame, la guerra, il degrado ambientale, la sperequazione tra nord e sud del mondo.

Qualcuno, anche all’interno della nostra chiesa, si preoccupa del fatto che accentuare queste cose significa ridurre a dimensioni inframondane la salvezza operata da Gesù. Questi - sì dice - è venuto a liberarci dal peccato e a darci la salvezza eterna, non è venuto a liberarci dalla miseria o a darci una salvezza confinata nell'effimero.

Chi pensa in questo modo evidentemente non tiene conto del destino unitario, complessivo dell'uomo; così come non tiene conto neppure di certi allarmati linguaggi del Papa (Giovanni Paolo II), il quale, nella sua prima enciclica, ha usato una frase audacissima, che sembra correre sul filo di uno stato di depressione poco compatibile con lo stile pontificio: siamo angosciati per l’uomo.

Non c'è, quindi, tempo da perdere in queste distinzioni alienanti, mentre l'uomo muore.

Il pane per me - diceva Berdiaev - è una questione materiale, il pane per il mio vicino è una questione spirituale

Qualcuno è preoccupato che accentuando questo impegno concreto, inframondano, la chiesa, si lasci degradare a puro strumento di utilità sociale e avalli in tal modo un vecchio pregiudizio liberale secondo cui essa si legittima solo in virtù dell'utilità delle sue iniziative di carattere sociale.

E’ probabile che un simile pericolo possa anche essere in agguato, ma non è un buon motivo perché la Chiesa si trinceri nel perimetro rassicurante delle sue liturgie, e rimanga assorta nella sottile lucidità dei suoi dogmi. Non ci è lecito intonare il canto gregoriano — scriveva Bonhoeffer -finché cè un solo ebreo votato allo sterminio. Ecco perche ci auguriamo che nella chiesa non solo cresca il coraggio profetico, ma diminuisca sempre più la paura che sconfini nell’orizzontalismo il suo intervento concreto per fasciare le piaghe dell'uomo che muore sul ciglio della strada. Deve diminuire questa paura.

L'iniqua distribuzione delle ricchezze per cui i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi; l’allucinante geografia della fame di Mogadiscio o del Sahel; la riviviscenza continua dell’ira maledetta della guerra che smette di impressionarci con le armi nucleari e ricompare con gli ordigni convenzionali, che mostra di svuotare gli arsenali, mentre poi, sotto-sotto, continua a militarizzare la scienza e la ricerca; la violenza sui ninos brasiliani abbandonati e violentati; l’inquinamento progressivo del nostro habitat, con lo squilibrio del l'ecosistema prodotto dalle follie tecnologiche; la crescita delle lobby della criminalità organizzata: esigono da. parte delle nostre Chiese lo stesso atteggiamento di Gesù, che ebbe compassione per le folle. E’ in gioco la salvezza complessiva dell'umanità e quel frusto di pane, nella nostra bisaccia, frusto nato da una percezione dei bisogni concreti dei poveri da parte di Gesù, deve scuoterci dalla nostra indifferenza che talvolta si nutre anche di ragioni teologiche per legittimare il suo disimpegno. Noi ci vogliamo augurare - ve lo dico davvero con trasporto – che nella casa europea le Chiese mantengano fede a quella compassione verso le folle, espressa da Gesù, e sappiano essere voce profetica, perché il tintinnare del denaro non copra il gemito dei poveri.


LA SCHEGGIA DELLA CROCE


Poi nella bisaccia riporrei una scheggia della croce. Il che significa portarsi incorporata l’allegoria dell’apparente fallimento, ma anche l’allegoria della disponibilità a perdersi. A perdersi nell'altro.

Una Chiesa che voglia contribuire alla crescita della casa comune deve anzitutto fare i conti con i mezzi deboli: guai se dovesse contare sulle lusinghe del potere o sul fallimento dello ideologie. Perché, contare sul fallimento degli altri, che senso avrebbe? La Chiesa - tutte le Chiese -devono sperimentare sulla propria pelle l’onnidebolezza di Dio, come diceva Bonhoeffer. Parliamo dell'onnipotenza di Dio, ma c'è anche l’onnidebolezza di Dio che muore sulla croce.

Una chiesa che voglia essere compagna dell'uomo e testimone dello Spirito deve liberarsi del complesso di superiorità nei confronti del mondo, anzi, deve essere disposta a perdersi.

Questo lo dico per tutte le religioni. Quando tutte le religioni saranno capaci di dare la vita per l'uomo - mi sembra un'idea folgorante questa — allora scompariranno anche le loro contrapposizioni. Quando le Chiese saranno disponibili a questa oblatività completa, scompariranno anche le loro contraddizioni.

Nel libro, per certi versi discutibile ma illuminante, di padre Balducci, “L'uomo planetario”, è riportato un episodio che ha la forza di un apologo: il 3 febbraio del '43 nelle acque della Groenlandia una nave colpita da un siluro tedesco stava per affondare. Chi non aveva il salvagente era perduto. Nella lotta selvaggia per la vita - racconta un testimone - quattro uomini rimasero calmi e consapevoli. Erano quattro cappellani militari; un rabbino, un sacerdote cattolico e due pastori evangelici. Si erano legati l'uno all'altro per non cadere dalla coperta viscida e già fortemente inclinata. Tutti e quattro avevano avuto la loro cintura di salvataggio; l'avevano avuta, ma ciascuno, in quel momento di tenerezza e di sofferenza, aveva offerto la propria cintura dì salvataggio ad un uomo dell'equipaggio . Allorché La nave si impennò, prima di calare a picco tra i flutti, si videro i quattro cappellani per l'ultima volta: stavano ritti e immobili, tenendosi per mano, addossati contro il parapetto. Stavano pregando. Poi il mare si chiuse su di loro.

Questo racconto mi sembra splendido per la sua forza evocativa. Stiamo parlando della fine delle religioni che si inabissano e l’inizio contestuale, voluto, scelto, dell’unica religione che finalmente assume come valore sommo la salvezza dell'uomo, anche mediante il dono della propria vita. Allora sì che le religioni mostrano di essere state partorite dall’amore e non dal timore.


IL CALCINACCIO DEL SEPOLCRO VUOTO


Il calcinaccio del sepolcro vuoto, allegoria della speranza teologale, e l'ultima cosa che metterei nella bisaccia del pellegrino. Su questo spazio trova la massima, espressione la mia compagnia con l’uomo d'oggi e la mia testimonianza a favore dello Spinto, Come cristiano, come vescovo, come uomo di Chiesa, coltivo le stesse speranze degli uomini d’oggi: la salute fisica, la quiete interiore, il riscatto dalla sofferenza, la vittoria dalla morte, il benessere complessivo, l'appagamento del bisogno d'amore, il successo nella vita, la fruizione dei rapporti fraterni, un mondo affrancato dalla violenza e dall'odio, una terra che ridiventi alleata dell'uomo. Sono speranze degli uomini. lo le condivido. Le mie speranze sono uguali. Le mie speranze di cristiano non sono estranee alle speranze del mondo. Sono compagno davvero del mondo; compagno, mangio lo stesso pane. Non ci sono quindi aneliti paralleli, unilaterali e tensioni simmetriche, attese diverse; da una parte quelle del mondo, e dall'altra quelle del cristiano. No. In questo senso io sono compagno davvero dell’uomo.

Ma sono anche testimone dello Spirito. Perche la speranza cristiana coincide sì con le speranze del mondo, però, a un certo momento, le scavalca, le trascende, le orienta verso quella ulteriorità degli spazi e dei tempi costituita dal Cristo risorto.

Cristo risorto, per me credente, è la spiaggia ultima della felicità, su cui si placano finalmente tutte le congenite inquietudini del cuore umano.

Le speranze universali degli uomini, quindi, sono le stesse coltivate dai credenti, però, le speranze dei credenti, giunte sui confini del tempo, sfondano il muro e si prolungano verso l’ulteriorità, verso l’escaton.

Il cristiano, tuttavia, non è colui che alimenta la speranza solo nel tratto che dal muro di confine del tempo arriva alle spiagge dell'eterno, colui che si riserva quelle spiagge raffinate. Sulla lunga strada dall'oggi fino ai confini del tempo, accanto a quelle di tutti gli uomini di buona volontà ci sono, ben visibili, le orme dei credenti di Gesù. Dopo poi, sul terreno che va dai contini del tempo fino alle soglie del’eternità, si stamperanno soltanto le orme dei credenti. Ma sono come le ultime maglie di una rete che si stringe, riassumendo, sintetizzando, inglobando tutte le spinte anteriori anche degli altri.

Le campane dei credenti, cioè, suoneranno, insieme alle trombe degli uomini, la stessa musica. Poi, quando le trombe non si udranno più, i rintocchi delle campane, divenuti più dolci, esplicheranno, porteranno davanti al trono di Dio, il concerto di tutta la terra. Solo questo tenue suono delle campane, non provocatore e non prevaricatore, farà risuonare davanti a Dio il concerto di tutta la. terra, un concerto che si levi in suo onore anche se, forse, non tutti gli orchestrali lo sanno.


+ Don Tonino Bello (25 Marzo 1990)




  
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