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Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani


Di Gloria e di Onore lo hai coronato
Albrecht Altdorfer, paesagio del Danubio (1520-25) - Alte Pinakothek, Munich



Carissimi Catechisti, voi il racconto di Prometeo ve lo ricordate? Volle rubare il fuoco agli dei e col fuoco una scintilla del loro smisurato potere, e ci riuscì. E’ vero che la pagò cara perché Giove, una volta accortosi del furto, lo fece incatenare su una roccia del Caucaso, ma nella fantasia popolare è rimasto come simbolo della fierezza e dell’audacia, l’eroe glorioso della stirpe umana, il promotore inquieto delle rivendicazioni terrene che ha saputo contrastare con successo l’egemonia dei signori del cielo. Prometeo, insomma, è passato nell’immaginario della gente come colui che ha avuto il coraggio di sottrarre agli dei il segreto di una insopportabile onnipotenza obbligandoli, in un certo senso, a fare i conti con i miseri mortali. Basterebbe questa leggenda mitologica per misurare l’abituale contrasto che divide la concezione pagana dal messaggio biblico. Anzi, tra le verità più splendide della fede cristiana, penso emerga proprio questa: il nostro Dio non soffre di gelosia, non considera l’uomo come suo rivale ma come partner che collabora con Lui nel cantiere sempre aperto della creazione, come socio di pari dignità nella sua cooperativa di lavoro. Non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba trafugargli i brevetti delle sue creazioni ma gli concede i poteri delegati su tutte le ricchezze dell’universo. Non nasconde i suoi segreti nella cassaforte del mistero ma li squaderna sotto gli occhi dell’uomo perché non ne teme la concorrenza, anzi, ne sollecita la collaborazione.

“Gli ha dato potere sull’opera delle tue mani”.

Se non sapessimo che è il versetto di un salmo potentemente lirico, ci sembrerebbe la stesura di un verbale di consegna o forse, meglio, ci parrebbe il messaggio solenne di un rogito notarile con cui si prende ufficialmente atto dell’incoronazione dell’uomo a viceré dell’universo.

In realtà con queste parole bibliche veniamo messi a conoscenza, se ce ne fosse ancora bisogno, dei nostri diritti regali su tutto il creato. Si badi bene, sul creato da custodire e da portare a compiutezza non da manipolare a piacimento combinandolo e scombinandolo secondo le lussurie dei nostri capricci, sul progetto di Dio, su quadri d’autore non su tavolozze indistinte o su tele pasticciate, su capolavori con tanto di firma su cui noi abbiamo l’obbligo di incorniciare e di esporre non di imbrattare o dare alle fiamme. “Sull’opera delle tue mani” non su grezzi materiali di risulta o su coacervi di macerie, sui capolavori della sua tenerezza che gli costano sprechi di genio e rivoli d’amore che noi dobbiamo sentirci in dovere di riportare continuamente a primitivi splendori facendo sprigionare da essi le interne energie di santità.

“Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani”. Potere, non diritto di abuso. Signoria, non licenza di mettere a soqquadro. Autorità, non spadroneggiamento sulle cose. Dio, in altri termini, ha costituito l’uomo principe non despota, reggitore non tiranno, ministro dell’ordine al servizio della vita non anarchico distruggitore del cosmo, tesoriere delle struggenti bellezze della natura non delirante demiurgo che le affonda nel caos primitivo. Gli ha affidato la tela dell’universo da lui costruita con paziente tessitura non perché la sfilacciasse ma perché continuasse a ricamarla con tutta la sapienza del suo genio.

Carissimi catechisti, scusate, devo fermarmi perché sul teleschermo che ho lasciato acceso scorrono le immagini di un’allucinante antigenesi. E’ l’ennesima puntata del racconto della decreazione. Va in onda ogni sera, anzi, più volte al giorno, da quando è scoppiata la guerra del golfo. Città massacrate, macerie di ponti divelti, scempio nei covi della povera gente, ferraglie rapprese su dune di morte, crateri di desolazione, sterminio di secolari fatiche, bocche di acciaio che vomitano fuoco, bocche di carne che vomitano sangue, turbinii di fumo, mari che trascolorano nelle dissolvenze nebbiose del biblico Leviatan. E, da una sporgenza di roccia, simbolo spaurito della nostra rassegnata impotenza o della nostra suicida follia, un cormorano, con le ali appesantite che tenta inutilmente di levarsi in volo su una livida fiumana di greggio. Vi saluto con amarezza.


+ Don Tonino Bello




  
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