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Che cosa è l'uomo perchè te ne ricordi?


Di Gloria e di Onore lo hai coronato



Mi piacque a tal punto che otto anni fa, quando lasciai la parrocchia, quella frase volli segnarla sul ricordino di addio. E’ il versetto 16 del capitolo 19 di Isaia: “Non ti dimenticherò mai, dice il Signore, ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani. Oggi mi vergogno un po’ di aver scelto quella frase perché pian piano, a dispetto di quelle promesse e con tutte le assicurazioni giurate di ricordi imperituri, mi sono dimenticato di molti. Quante volte riconosco un volto ma non so più dargli un nome o sento risuonare un nome dall’altro capo del telefono ma non so più dargli un volto. Dio, che tristezza. E’ una specie di oltraggio col contagocce che non risparmia né consolidate amicizie né conoscenze diuturne. Ma che volete, il tempo passa, si sfilacciano persino i lineamenti delle persone più care, si sgretolano le identità, nel gioco malinconico delle dissolvenze i lineamenti umani perdono i contorni e poiché, come dice il proverbio: “Chiodo scaccia chiodo”, i profili antichi cedono il posto, senza pietà, ad immagini più fresche. E’ vero che a volte basta un richiamo per far emergere dal sottosuolo della coscienza brandelli di memoria, ma diventa così difficile connetterli tra loro che non è raro esporsi al rischio di mortificare o deludere qualcuno. “Ciao, Antonella, chi si rivede!...come stai?” “Bene, grazie… ma non sono Antonella, sono Maria Lucia, non ti ricordi più?” “Già. È vero, ti confondevo con Antonella, la catechista dell’ultimo anno di cresima. Anzi, no! Quella si chiamava Barbara, mi pare…Insomma non importa! Tuo fratello gioca sempre nella squadra di palla a volo?... Ah, che smemorato, tu non hai fratelli,… ti scambiavo con la Paola…”.

Scusami Maria Lucia se ti ho deluso e scusami anche se stasera farai una smorfia di delusione leggendo quella frase sul ricordino di otto anni fa e non crederai più che io abbia scritto davvero il tuo nome sulle palme delle mie mani. Però, voglio dirti una cosa: quella frase è vera. Lo so, ho fatto male io ad appropriarmene, usurpando al Signore una finezza incompatibile con la mia ridicola vanità. Non dovevo proprio sottoscriverla conoscendomi vittima delle più sconcertanti amnesie, ma se al posto del mio autografo sciagurato ci metti la firma di Dio, quella frase tornerà a splendere in tutta la sua sovraumana bellezza.

“Non ti dimenticherò mai”. E’ Lui che questa  frase la ripete a me, a te, a tutti  fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno; Lui che, come dice il profeta Baruc, chiama le stelle per nome ed esse gli rispondono: “Eccomi!”, brillando di gioia; Lui che non deposita negli archivi i nostri volti ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi; Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze ma li evoca ad uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli con la passione travolgente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni. Carissimi, sono convinto che il credito delle genti a tutti i nostri messaggi, si misura proprio di qui: dalla convinzione con cui faremo capire che nel vocabolario di Dio non esistono nomi collettivi, che le persone Lui non le ama in serie; che se per la società informatica Gigi, uscito dal manicomio, è poco più che un soffio elettronico da immagazzinare nei dischi rigidi dei servizi sociali del comune, per il Signore rimane sempre un principe dell’universo; che i massacri operati dalle violenze umane trovano negli occhi di Dio lacrime per ognuno, non pianti globali; che nelle fosse comuni delle vittime della guerra Egli si aggira alla ricerca di sembianze inconfondibili su cui lasciare l’impronta di una carezza e non per collocare piastrine di riconoscimento col numero di matricola; che l’uccisione di un uomo prima ancora che nasca, gli distrugge tra le mani un capolavoro irripetibile a cui stava per dare l’ultimo tocco; che l’incupirsi per fame di una sola creatura dello Shael gli dà più angoscia che l’oscurarsi di Sirio o l’affievolirsi delle Pleiadi e che per i lividi di Maria, percossa dal marito ubriaco, si turba più di una madre per la febbre dell’unigenito.

“Chi è l’uomo perche te ne ricordi?”. La risposta forse la si può trovare accartocciata in quel viluppo di panni in cui Bortolo la notte si ripara dal freddo sotto il portale della Chiesa. Ai nostri occhi quei panni sembrano cenci che coprono membra fetide di sudore, agli occhi di Dio invece sono reliquiari che racchiudono frammenti di santità.


+ Don Tonino Bello




  
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