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4 sessioni dall’8 dicembre 1869 al 18
luglio 1870.
Pio IX (1846-1878).
Tema: Definizione della dottrina della fede cattolica e del primato e
dell’infallibilità papale.
SESSIONE I (8 dicembre 1869)
Decreto di apertura del concilio.
Pio vescovo, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del
sacro concilio, a perpetua memoria.
everendissimi
padri, vi sembra opportuno che, a lode e gloria della santa ed indivisa Trinità,
Padre, Figlio e Spirito santo, ad incremento ed esaltazione della fede e della
religione cattolica, per la estirpazione degli errori che vanno serpeggiando,
per la riforma del clero e del popolo cristiano, per la comune pace e concordia
di tutti, abbia inizio il sacrosanto concilio ecumenico vaticano? [Risposero:
sì].
Indizione della futura sessione.
Pio vescovo, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del
sacro concilio, a perpetua memoria.
Reverendissimi padri, credete opportuno che la prossima
sessione del sacrosanto concilio ecumenico vaticano abbia luogo nella festa
dell’epifania del Signore, che sarà il 6 del mese di gennaio, nell’anno del
Signore 1870? [Risposero: sì].
SESSIONE II (6 gennaio 1870)
Professione di fede.
Io Pio, vescovo della chiesa cattolica, credo fermamente e
professo ogni singola verità contenuta nel simbolo di fede, in uso presso la
chiesa romana.
E cioè: credo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore del
cielo e della terra, di ciò che si vede e di ciò che non si vede. E in un solo
signore, Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, nato dal padre prima di tutti i
secoli. Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. Generato non fatto;
consostanziale al Padre; per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Per
noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo; si incarnò per opera
dello Spirito santo dalla vergine Maria, e si fece uomo, crocifisso per noi,
soffrì sotto Ponzio Pilato e fu sepolto. Risuscitò il terzo giorno, secondo le
scritture; salì al cielo, siede alla destra del Padre. Verrà di nuovo, con
gloria, a giudicare i vivi e i morti.
Credo anche nello Spirito santo, signore e datore di vita.
Egli procede dal Padre e dal Figlio. Col Padre e col Figlio, Egli e adorato e
glorificato ed ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo nella chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica.
Confesso un solo battesimo per la remissione dei peccati;
aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo futuro. Amen.
Con fermezza di fede ammetto ed abbraccio le tradizioni
apostoliche ed ecclesiastiche e le altre pratiche e
costituzioni della stessa chiesa. Così pure accetto la sacra scrittura nel senso
che ha ritenuto e ritiene la santa madre chiesa, cui è riservato giudicare del
senso vero e dell’interpretazione delle sacre scritture; e non l’accetterò ed
interpreterò mai se non secondo l’unanime consenso dei padri. Confesso pure che
sette sono i sacramenti veri e propri della nuova legge, istituiti da nostro
signore Gesù Cristo, e necessari alla salvezza del genere umano, anche se non
tutti sono necessari a ciascuno. Essi sono: il battesimo, la confermazione,
l’eucarestia, la penitenza, l’estrema unzione, l’ordine e il matrimonio; e
conferiscono la grazia. Di essi, il battesimo, la confermazione e l’ordine non
possono essere ripetuti senza sacrilegio; ammetto anche ed accetto i riti
tradizionali, approvati dalla chiesa cattolica nell’amministrazione solenne di
questi sacramenti. Tutto ciò che, sia in genere che in particolare, è stato
definito e dichiarato sul peccato originale e sulla giustificazione nel
sacrosanto concilio Tridentino, lo accetto e lo ritengo vero. Confesso anche che
nella messa si offre a Dio un vero e proprio sacrificio propiziatorio per i vivi
e per i defunti; e che nel santissimo sacramento dell’eucarestia vi è veramente,
realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue insieme con l’anima e la
divinità del signore nostro Gesù Cristo, e che si opera la trasformazione di
tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue;
trasformazione che la chiesa cattolica chiama "transustanziazione".
Confesso anche che sotto una sola specie si riceve Cristo
completo ed intero e il vero sacramento. Credo fermamente all’esistenza del
purgatorio, e che le anime che sono in esso siano aiutate dalle preghiere dei
fedeli.
E così pure, che i santi, i quali regnano con Cristo, devono
venerarsi ed invocarsi; che offrono a Dio per noi le loro preghiere e le cui
reliquie si devono venerare.
Affermo energicamente che le immagini di Cristo e della
Vergine madre di Dio, e così pure quelle dei santi devono conservarsi e tenersi;
e che ad esse si deve onore e venerazione.
Affermo anche che la potestà delle indulgenze è stata
lasciata da Cristo nella sua chiesa, e che il loro uso è utilissimo al popolo
cristiano.
Riconosco nella santa, cattolica, apostolica chiesa romana,
la madre e la maestra di tutte le chiese.
Allo stesso modo, accetto e professo, senza esitazione, tutte
le altre dottrine trasmesse, definite, dichiarate dai sacri canoni e dai concili
ecumenici, specie dal sacrosanto concilio di Trento. E condanno anch’io, nello
stesso tempo, rigetto ed anatematizzo tutto ciò che è contrario ad esse, e
qualsiasi eresia che la chiesa abbia condannato, rigettato, anatematizzato.
Io, Pio, prometto solennemente e giuro di ritenere
fermissimamente, con l’aiuto di Dio, questa vera fede cattolica, - fuori della
quale nessuno potrà esser salvo, e che ora spontaneamente professo e ritengo
veramente - integra e senza macchia fino all’ultimo respiro della mia vita, e di
cercare (che essa sia ritenuta) da tutti, per quanto è in me. Così mi aiuti Dio,
e questi santi evangeli di Dio.
SESSIONE III (24 aprile 1870)
Costituzione dogmatica sulla fede cattolica.
Pio vescovo, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del
sacro concilio, a perpetua memoria.
Il Figlio di Dio e redentore del genere umano, Gesù Cristo,
nostro signore, prima di tornare al Padre celeste, promise (1) di essere per
sempre con la sua chiesa militante in terra, fino alla fine del mondo. E non
cessò mai di aiutare la sua sposa diletta, di assisterla quando insegna, di
benedirla quando opera, di aiutarla nei pericoli, in ogni tempo.
Questa sua provvidenza salutare è sempre apparsa palese sia
dagli altri innumerevoli benefici, sia, in modo chiarissimo, dai frutti,
numerosissimi, scaturiti al popolo cristiano dai concili ecumenici e soprattutto
da quello Tridentino, anche se celebrato in tempi sfavorevoli. Da essi infatti,
sono stati definiti più esattamente ed esposti abbondante mente i santissimi
dogmi della religione, gli errori sono stati condannati e repressi, la
disciplina ecclesiastica è stata fatta rifiorire, ed è stata più energicamente
sancita; è stato promosso nel clero l’amore per la scienza e per la pietà; sono
nati collegi per la preparazione dei giovani al sacerdozio; finalmente, sono
stati riformati i costumi del popolo cristiano, con una più accurata istruzione
dei fedeli e con l’uso più frequente dei sacramenti. Da qui, inoltre, è venuta
una più stretta comunione delle membra col capo visibile ed un accresciuto
vigore a tutto il corpo mistico del Cristo. Di qui il moltiplicarsi delle
famiglie religiose. e di altre istituzioni della pietà cristiana; e
quell’assiduo zelo, perseverante fino all’effusione del sangue, per propagare il
regno di Cristo in tutto il mondo.
SESSIONE III - 24 APRILE 1870
Mentre, però, noi ricordiamo con animo grato, com’è doveroso,
questi ed altri meravigliosi vantaggi, che la divina clemenza si è degnata
concedere alla sua chiesa, specie con l’ultimo concilio ecumenico, non possiamo
nascondere, tuttavia, il nostro acerbo dolore per i mali gravissimi, nati
proprio dal fatto che da moltissimi l’autorità dello stesso sacrosanto concilio
è stata disprezzata e i suoi sapientissimi decreti sono stati trascurati.
Infatti, nessuno ignora che le eresie condannate dai padri
tridentini, rifiutato il divino magistero della chiesa e rimesse le cose della
religione al giudizio privato di ciascuno, si sono risolte a poco a poco in
molteplici sette; e mentre esse dissentono e si accapigliano fra loro, presso
molti ogni fede in Cristo si è quasi spenta. E la sacra bibbia, ritenuta prima
come l’unica fonte e l’unico arbitro della dottrina cristiana, ha cominciato ad
essere considerata non più come divina, ma come un mitico racconto.
È nata poi, e si è sparsa largamente nel mondo la dottrina
del razionalismo o naturalismo. Essa, contraria in ogni cosa alla dottrina
cristiana, perché è soprannaturale, cerca con ogni sforzo di stabilire il regno
della pura ragione o natura - come lo chiamano - escludendo Cristo, unico nostro
signore e salvatore, dalle menti umane e dalla vita e dai costumi dei popoli. E
una volta abbandonata e rigettata la religione cristiana, negato il vero Dio e
il suo Cristo, la mente di molti è scivolata infine nel baratro del panteismo,
del materialismo e dell’ateismo di modo che, negando la stessa natura razionale
ed ogni norma del giusto e del retto, fanno ogni sforzo per sconvolgere i
fondamenti stessi della umana società.
Mentre queste empie dottrine si diffondevano dovunque,
sfortunatamente è avvenuto che molti, anche tra i figli della chiesa cattolica,
si sono allontanati dalla via della vera pietà, e che in essi, venendo
insensibilmente meno la verità, il senso cattolico si è attenuato. Si deve
infatti costatare che essi, attratti da dottrine vane e peregrine (2),
confondendo falsamente la natura e la grazia, la scienza umana e la fede divina,
deformano il senso genuino dei dogmi - quello che ritiene ed insegna la santa
madre chiesa, - e mettono in pencolo l’integrità e la purezza della fede.
Di fronte a queste cose, come non può commuoversi il
cuore della chiesa, nella sua intimità? Come, infatti,
Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi, e pervengano
alla conoscenza della verità (3); come Cristo
venne a salvare ciò che era perito
(4) e a radunare insieme i figli di Dio, che erano
dispersi (5), così la chiesa, costituita da Dio
madre e maestra dei popoli, si riconosce debitrice verso tutti ed è sempre
pronta ed intenta a sollevare i caduti, a sostenere i vacillanti, ad accogliere
chi torna, a confermare i buoni e ad avviarli alla perfezione.
Essa, quindi, non può mai astenersi dall’affermare e
predicare la verità di Dio, che sana ogni cosa (6), ben sapendo che ad essa è
stato detto: Il mio Spirito è in te e le mie
parole, che ho posto sulla tua bocca, non si allontaneranno mai, ora e in
eterno, dalle tue labbra (7).
Noi, perciò, seguendo le orme dei nostri predecessori,
conforme al nostro supremo ufficio apostolico, non abbiamo mai mancato di
insegnare e di difendere la verità cattolica, come pure di riprovare le perverse
dottrine. Ed ora, insieme con i vescovi di tutto il mondo che siedono e
giudicano con noi, riuniti per nostra autorità nello Spirito santo, in questo
concilio ecumenico, Noi, basandoci sulla parola di Dio scritta e trasmessa
(oralmente), così come l’abbiamo ricevuta, santamente custodita e sinceramente
esposta dalla chiesa cattolica, abbiamo pensato di professare e dichiarare, da
questa cattedra di Pietro, al cospetto di tutti, la salutare dottrina di Cristo,
proscrivendo e condannando, con il potere che Dio ci ha dato, gli errori
contrari.
Capitolo I.
Dio, creatore di tutte le cose.
La santa chiesa cattolica apostolica romana crede e confessa
che vi è un solo Dio, vero e vivo, creatore e signore del cielo e della terra,
onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito nel suo intelletto,
nella sua volontà, ed in ogni perfezione. Essendo Egli un’unica e singola
sostanza spirituale, del tutto semplice ed immutabile, dev’essere concepito
nella sua realtà e nella sua essenza come distinto dal mondo, in sé e per sé
beatissimo ed ineffabilmente al di sopra di tutto ciò che esiste al di fuori di
Lui e che può essere concepito.
Questo solo vero Dio, liberissimamente, all’inizio dei tempi,
creò dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la materiale, e cioè
gli angeli e il mondo, e poi l’umana, come partecipe di entrambe, costituita di
anima e di corpo (8), per pura bontà e con la sua onnipotente virtù e non per
aumentare la sua beatitudine né per acquistare perfezione, ma per manifestarla
attraverso i beni che dà alle creature.
Dio, con la sua provvidenza protegge e governa tutto
ciò che ha creato, guidando da un confine all’altro
con forza, e disponendo tutto soavemente (9).
Tutto, infatti, è nudo e aperto dinanzi ai suoi
occhi (10), anche quello che sarà fatto dalla
libera azione delle creature.
Capitolo II.
La rivelazione.
La stessa santa madre chiesa ritiene ed insegna che
Dio, principio e fine di ogni cosa, può esser conosciuto con certezza con la
luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create:
Le sue invisibili perfezioni, infatti, si fanno palesi
all’intelletto fin dalla creazione del mondo attraverso le sue opere
(11); ma che è piaciuto alla sua sapienza e bontà rivelare se stesso e gli
eterni decreti della sua volontà per altra via - soprannaturale -, dal momento
che l’apostolo afferma: In molte maniere ed in
molti modi un tempo Dio parlò ai padri per mezzo dei profeti. Ora, in questi
nostri tempi, ci ha parlato per mezzo del Figlio suo
(12).
Si deve a questa divina rivelazione, se le verità che
per loro natura non sono inaccessibili alla ragione umana nell’ordine divino,
nella presente condizione del genere umano, possono esser conosciute da tutti
facilmente, con assoluta certezza e senza alcun errore. Non è, tuttavia, per
questo motivo che la rivelazione, assolutamente parlando, è necessaria; ma
perché Dio, nella sua infinita bontà, ha ordinato l’uomo ad un fine
soprannaturale, a partecipare, cioè, i beni divini, che superano del tutto le
possibilità dell’umana intelligenza. Occhio,
infatti, non vide, orecchio non intese e cuore umano non poté mai desiderare
quello che Dio ha preparato per quelli che lo amano
(13).
Questa rivelazione soprannaturale, secondo la fede di tutta
la chiesa, illustrata dal santo concilio di Trento, è contenuta nei libri
scritti e nella tradizione non scritta, che, ascoltata dalla bocca dello stesso
Cristo dagli apostoli, o quasi trasmessa di mano in mano dagli stessi apostoli
per ispirazione dello Spirito santo è giunta fino a noi (14). Questi libri
dell’antico e del nuovo Testamento, presi integralmente con tutte le loro parti
- così come sono elencati nel decreto dello stesso concilio e come sono
contenuti nell’antica edizione della Volgata -, devono esser accettati come
sacri e canonici.
La chiesa non li considera tali perché, composti per
iniziativa umana, siano stati poi approvati dalla sua autorità, e neppure solo
perché contengono la rivelazione senza errore, ma perché, scritti sotto
l’ispirazione dello Spirito santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati
consegnati alla chiesa.
E poiché quanto il santo concilio di Trento ha salutarmente
stabilito sulla interpretazione della divina scrittura per frenare gli
insolenti, viene esposto da alcuni in modo perverso, noi, rinnovando tale
decreto, dichiariamo che la sua intenzione era che in ciò che riguarda la fede e
i costumi, che appartengono all’edificio della dottrina cristiana, deve
considerarsi il vero senso della sacra scrittura, quello ritenuto e che ritiene
la santa madre chiesa, cui solo appartiene giudicare quale sia il vero senso e
l’interpretazione autentica delle sacre scritture, e che, perciò, non è lecito a
nessuno interpretare la sacra scrittura contro questo senso e contro l’unanime
consenso dei padri.
Capitolo III.
La fede.
Poiché l’uomo dipende totalmente da Dio, suo creatore e
signore, e la ragione creata è sottomessa completamente alla verità increata,
quando Dio si rivela, dobbiamo prestargli, con la fede, la piena soggezione
dell’intelletto e della volontà. Quanto a questa fede - inizio dell’umana
salvezza - la chiesa cattolica professa che essa è una virtù soprannaturale, per
cui, sotto l’ispirazione di Dio e con l’aiuto della grazia, crediamo vere le
cose da lui rivelate, non per la intrinseca verità delle cose, chiara alla luce
naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio, che le rivela, che
non può né ingannarsi né ingannare. La fede,
infatti, secondo dell’apostolo,
è sostanza delle cose che si sperano e prova di quelle che
non si vedono (15).
Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse
conforme alla ragione, Iddio volle che agli interiori aiuti dello Spirito santo
si aggiungessero anche gli argomenti esterni della sua rivelazione: fatti
divini, cioè; e in primo luogo i miracoli e le profezie, che manifestando in
modo chiarissimo l’onnipotenza di Dio e la sua scienza infinita, sono argomenti
certissimi della divina rivelazione, adatti ad ogni intelligenza. Perciò sia
Mosè ed i profeti, sia in modo particolare Cristo stesso signore, fecero molti
chiarissimi miracoli e profezie. Così degli apostoli leggiamo:
Essi partirono e predicarono ovunque; il Signore cooperava
con loro e confermava il loro parlare, mentre avvenivano dei miracoli
(16). E di nuovo sta scritto: Abbiamo il linguaggio
più certo dei profeti. E farete bene se presterete ad esso la vostra attenzione,
come ad una lucerna che splende in luogo caliginoso
(17).
Quantunque, inoltre, l’assenso della fede non sia affatto un
moto cieco dell’anima, nessuno, tuttavia, può prestare il suo consenso alla
predicazione del vangelo, com’è necessario al conseguimento dell’eterna salute,
senza l’illuminazione e l’ispirazione dello Spirito santo, che rende soave ad
ognuno l’accettare e il credere la verità. La fede, quindi, in se stessa, anche
se non opera per mezzo della carità, è un dono di Dio, e l’atto suo proprio è
opera riguardante la salvezza, per cui l’uomo presta a Dio stesso la sua libera
obbedienza, acconsentendo e cooperando alla sua grazia, cui potrebbe resistere.
Con fede divina e cattolica deve credersi tutto ciò che è
contenuto nella parola di Dio scritta o tramandata, e che è proposto dalla
chiesa come divinamente rivelato sia con giudizio solenne, sia nel suo magistero
ordinario universale.
Poiché senza la fede è
impossibile piacere a Dio (18) e fare parte dei
suoi figli, senza di essa nessuno può essere mai giustificato, come nessuno
conseguirà la vita eterna, se non persevererà in essa fino alla fine. Perché poi
potessimo soddisfare al dovere di abbracciare la vera fede e di perseverare
costantemente in essa, per mezzo del figlio suo Dio istituì la chiesa,
provvedendola delle note di una istituzione divina, perché potesse essere
conosciuta da tutti come la custode e la maestra della parola rivelata. nella
sola chiesa cattolica, infatti, si riscontrano tutti quegli elementi, che così
abbondantemente e meravigliosamente sono stati disposti da Dio per rendere
credibile con maggior evidenza la fede cristiana.
La stessa chiesa, anzi, con la sua ammirabile propagazione,
con la sua eminente santità, con la sua inesausta fecondità in ogni bene, con lo
spettacolo della sua unità e della sua incrollabile stabilità, è un grande,
perenne motivo di credibilità ed una irrefragabile testimonianza della sua
missione divina.
Sicché essa, come bandiera levata tra le nazioni (19), invita
a sé quelli che ancora non credono e rende più certi i suoi figli che la fede
che professano poggia su un solidissimo fondamento. A questa testimonianza si
aggiunge un aiuto efficace da parte della potenza divina. Il benignissimo
Signore, infatti, con la sua grazia eccita e aiuta gli erranti, perché possano
giungere alla conoscenza della verità (20) e conferma con essa quelli che ha
condotto dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (21), perché rimangano in
questa luce, non abbandonando alcuno, se non è abbandonato.
Per cui, non è affatto uguale la condizione di quelli
che attraverso il celeste dono della fede hanno aderito alla verità cattolica e
di quelli che, mossi da considerazioni umane, seguono una falsa religione.
Quelli, infatti, che hanno ricevuto la fede sotto il magistero della chiesa non
possono mai avere giustificato motivo di mutare o di dubitare della propria
fede. Stando così le cose, rendiamo grazie a Dio
padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei suoi santi nella luce
(22) e non trascuriamo una così abbondante salvezza (23);
ma, guardando all’autore della fede e al suo
perfezionatore, Gesù (24),
teniamo forte la confessione della nostra speranza
(25).
Capitolo IV.
Fede e ragione.
Il consenso della chiesa cattolica ha sempre ritenuto e
ritiene anche che esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il
loro principio, ma anche per il loro oggetto. Per il loro principio, perché
nell’uno conosciamo con la ragione naturale, nell’altro con la fede divina; per
l’oggetto, perché oltre quello che la ragione naturale può attingere, ci si
propongono a credere dei misteri nascosti in Dio, che, qualora non fossero
rivelati da Dio, non potrebbero conoscersi. È questo il motivo per cui
l’apostolo, che pure afferma che Dio era stato conosciuto dai pagani attraverso
le creature (26), parlando tuttavia della grazia e della verità guadagnataci da
Cristo (27), dice solennemente: Parliamo della
sapienza di Dio nel mistero: essa è nascosta e Dio l’ha predestinata a gloria
nostra prima dei secoli e nessuno tra i principi di questo mondo l’ha
conosciuta. Ma a noi Dio l’ha rivelata per mezzo del suo Spirito. Lo Spirito,
infatti, scruta ogni cosa, anche i misteri più profondi di Dio
(28). E lo stesso Unigenito loda il Padre, perché ha nascosto queste cose ai
sapienti e ai prudenti e le ha rivelate ai piccoli (29).
Certo quando la ragione, illuminata dalla fede cerca
assiduamente, piamente e nei limiti dovuti, con l’aiuto di Dio consegue una
certa conoscenza molto feconda dei misteri, sia per analogia con ciò che conosce
naturalmente, sia per il nesso degli stessi misteri fra loro e col fine ultimo
dell’uomo. Mai, però, essa è resa capace di poterli comprendere come le verità
che formano il suo oggetto proprio. I misteri divini, infatti, per loro
intrinseca natura, sorpassano talmente l’intelletto creato, che anche dopo
ricevuta la divina rivelazione e la grazia, rimangono avvolte nel velo della
fede e circondate come da una caligine. Ciò, fino a quando, in questa vita
mortale, siamo dei pellegrini lontani da Dio.
Camminiamo infatti nella fede e non nella visione
(30).
Ma anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai
essere vera divergenza tra fede e ragione: lo stesso Dio, infatti, che rivela i
misteri e infonde la fede, ha anche deposto il lume della ragione nell’animo
umano. E Dio non potrebbe negare se stesso, come il vero non potrebbe mai
contraddire il vero. Questa inconsistente apparenza di contraddizione, quindi,
sorge specialmente da ciò che i dogmi della fede non sono stati compresi ed
esposti secondo il pensiero della chiesa, o che opinioni fantastiche sono
scambiate per conclusioni della ragione. Ogni asserzione, quindi, contraria alla
verità di una fede illuminata, la definiamo senz’altro falsa.
La chiesa, inoltre, che, assieme con l’ufficio apostolico di
insegnare, ha ricevuto il mandato di custodire il deposito della fede, ha anche
da Dio il diritto e il dovere di proscrivere la falsa scienza, perché nessuno
venga ingannato dalla filosofia e da vane apparenze (31). Per questo, i fedeli
cristiani non solo non hanno il diritto di difendere opinioni contrarie alla
dottrina della fede, specie se condannate dalla chiesa, come legittime
conclusioni della scienza, ma sono tenuti assolutamente a considerarle come
errori, che hanno solo una ingannevole apparenza di verità.
E non solo la fede e la ragione non possono mai essere in
contrasto fra loro, ma possono darsi un aiuto scambievole: la retta ragione,
infatti, dimostra i fondamenti della fede, illuminata dalla sua luce può
coltivare la scienza delle cose divine; la fede libera e protegge la ragione
dagli errori e l’arricchisce di molteplici cognizioni. Perciò la chiesa è tanto
lontana dall’opporsi allo studio delle arti e delle discipline umane, da
favorirlo, anzi, e da promuoverlo in ogni maniera.
Essa, infatti, non ignora e non disprezza i vantaggi che da
esse derivano per la vita degli uomini. Anzi confessa che esse, venute da Dio,
signore delle scienze, con la grazia possono condurre a Lui, se trattate
rettamente. Né essa proibisce che tali materie, ciascuna nel proprio ambito,
abbiano propri principi ed usino un proprio metodo. Ma, pur riconoscendo questa
giusta libertà, essa cerca di evitare che, in contrasto con la dottrina divina,
accolgano in sé degli errori, o, sorpassando i propri limiti, invadano i confini
della fede e li sconvolgano. La dottrina della fede, infatti, che Dio ha
rivelato, non è stata offerta all’intelligenza umana come un sistema filosofico
perché la perfezionasse, ma è stata affidata alla chiesa, sposa di Cristo, come
un divino deposito, perché la custodisse fedelmente e la dichiarasse
infallibile.
Dei sacri dogmi, quindi è da ritenersi sempre quel
significato che ha determinato una volta la santa madre chiesa e non bisogna mai
allontanarsi da esso, a causa e in nome di una conoscenza più alta.
Cresca pure, quindi, e progredisca abbondantissimamente, per
le età della storia, l’intelligenza, la scienza, la sapienza, sia dei singoli
che di tutti, di ogni uomo e di tutta la chiesa, ma solo nel suo ordine, nello
stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso modo di intendere (32).
CANONI
I. Dio,
creatore di tutte le cose.
1. Se qualcuno nega un solo, vero Dio, creatore e signore
delle cose visibili e invisibili, sia anatema.
2. Se qualcuno non si vergogna di affermare che, oltre alla
materia, non vi è più nulla, sia anatema.
3. Se qualcuno dice che Dio e le altre cose hanno un’unica e
identica sostanza o essenza, sia anatema.
4. Se qualcuno afferma che le cose finite, sia materiali che
spirituali, o almeno le spirituali, sono una emanazione della sostanza divina;
o che l’essenza divina manifestandosi o evolvendo diventa
ogni cosa;
o, infine, che Dio è l’ente universale o indefinito, che
determinandosi produce l’universo, distinto in generi, specie e individui, sia
anatema.
5. Chi non confessa che il mondo e tutte le cose che esso
contiene, spirituali e materiali, secondo tutto il loro essere, sono state
create dal nulla da Dio;
o che Dio le ha create non con una volontà libera da ogni
necessità, ma tanto necessariamente, quanto necessariamente ama se stesso;
o nega che il mondo sia stato creato a gloria di Dio, sia
anatema.
II. La
rivelazione.
1. Se qualcuno dice che Dio, uno e vero, creatore e signore
nostro, non può esser conosciuto con certezza, col lume dell’umana ragione,
attraverso le cose create, sia anatema.
2. Se qualcuno dice che è impossibile o non è conveniente che
l’uomo possa essere informato da una rivelazione divina su Dio e sul culto che
gli si deve rendere, sia anatema.
3. Se qualcuno dice che l’uomo non può essere divinamente
innalzato ad una conoscenza e perfezione, che superi quella naturale, ma che da
se stesso può e deve, con continuo progresso, giungere al possesso di ogni
verità e di ogni bene, sia anatema.
4. Se qualcuno non riconosce come sacri e canonici i libri
della sacra scrittura completi e con tutte le loro parti, come sono stati
elencati dal santo concilio di Trento o dice che essi non sono divinamente
ispirati, sia anatema.
III. La
fede.
1. Se qualcuno afferma che la ragione umana è così
indipendente, che Dio non può comandarle la fede, sia anatema.
2. Se qualcuno dice che la fede divina non si distingue dalla
conoscenza naturale di Dio e della morale e che, quindi, non è necessario per la
fede divina che si creda la verità rivelata per l’autorità di Dio che la rivela,
sia anatema.
3. Se qualcuno dice che la rivelazione divina non può essere
resa credibile con segni esterni, e che, perciò, gli uomini devono essere mossi
alla fede solo dalla esperienza interiore di ciascuno e dalla ispirazione
privata, sia anatema.
4. Se qualcuno dice che i miracoli sono impossibili e che,
quindi, tutte le narrazioni che si fanno di essi, anche quelle contenute nella
sacra scrittura, devono essere relegate tra le favole o tra i miti o che i
miracoli non possono essere conosciuti con certezza e che con essi non può
essere regolarmente provata l’origine divina della religione cristiana, sia
anatema.
5. Se qualcuno dice che l’assenso alla fede cristiana non è
libero, ma che è prodotto necessariamente dalle argomentazioni dell’umana
ragione o che alla sola fede viva - che opera per mezzo della carità - è
necessaria la grazia di Dio, sia anatema.
6. Se qualcuno dice che è uguale la condizione dei fedeli e
di quelli che non sono ancora giunti all’unica vera fede, così che i cattolici
potrebbero avere giusto motivo di mettere in dubbio, sospendendo il loro
assenso, quella fede che hanno abbracciato sotto il magistero ecclesiastico,
fino a che non abbiano completato la dimostrazione scientifica della credibilità
e della verità della loro fede, sia anatema.
IV. Fede e
ragione.
1. Se qualcuno dice che nella rivelazione divina non vi sono
veri e propri misteri, ma che tutti i dogmi della fede possono essere compresi e
dimostrati con la ragione rettamente istruita, attraverso i principi naturali,
sia anatema.
2. Se qualcuno dice che le scienze umane devono essere
trattate con quella libertà, per cui le loro asserzioni, anche se contrarie alla
dottrina rivelata, possono essere ritenute come vere e non essere proscritte
dalla chiesa, sia anatema.
3. Se qualcuno dice che è possibile che ai dogmi proposti
dalla chiesa, con il progredire della scienza debba essere dato, talvolta, altro
senso, diverso da quello che intese esprimere ed intende la chiesa, sia anatema.
Conforme, quindi, al dovere del nostro supremo ufficio
pastorale, per amore di Cristo noi scongiuriamo tutti i fedeli cristiani, e
specialmente quelli che hanno autorità o l’ufficio di insegnanti, - e con
l’autorità dello stesso Dio e salvatore nostro lo comandiamo - perché col loro
studio e con la loro opera vogliano contribuire ad allontanare ed eliminare
questi errori dalla santa chiesa e a fare meglio conoscere la purissima luce
della fede.
E poiché non è sufficiente evitare la trista eresia, se non
si fuggono, nello stesso tempo, quegli errori che più o meno ad essa si
collegano, ricordiamo a tutti il loro dovere di osservare anche le costituzioni
e i decreti, con cui queste false opinioni - che non vengono qui espressamente
elencate - sono state proibite e proscritte da questa sede apostolica.
SESSIONE IV (18 luglio 1870)
Prima costituzione dogmatica sulla chiesa di
Cristo.
Pio vescovo, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del
sacro concilio, a perpetua memoria.
L’eterno pastore e vescovo delle nostre anime (33) per
rendere perenne l’opera salutare della redenzione, decise di costituire la santa
chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli fossero
raccolti dal vincolo della stessa fede e della medesima carità. Perciò, prima di
essere glorificato, egli pregò il Padre non solo per gli apostoli, ma anche
per quelli che avrebbero creduto in lui attraverso
la loro parola, affinché tutti fossero uno, come il Figlio stesso e il Padre
sono uno (34). Così dunque egli mandò gli apostoli,
che si era scelto dal mondo (35), allo stesso modo che era stato mandato dal
Padre (36), così volle che nella sua chiesa vi fossero dottori e pastori fino
alla fine del mondo (37).
Perché, poi, l’episcopato stesso fosse uno ed indiviso e la
moltitudine di tutti i credenti fosse conservata nell’unità della fede e della
comunione attraverso la coesione dei sacerdoti, prepose il beato Pietro agli
altri apostoli, e costituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile
di questa duplice unità. Sulla sua fermezza si sarebbe costruito il tempio
eterno e sulla saldezza della sua fede si sarebbe elevata la chiesa la cui
altezza deve toccare il cielo (38).
E poiché le porte dell’inferno, con odio ogni giorno sempre
maggiore, da ogni parte insorgono contro il fondamento divinamente posto della
chiesa, per rovesciarla, se fosse possibile; noi, con l’approvazione del sacro
concilio, crediamo necessario, per la custodia, la salvaguardia e l’aumento del
gregge cattolico, proporre a tutti i fedeli, secondo l’antica e ininterrotta
fede della chiesa universale, perché la credano e la professino, la dottrina
della istituzione, perpetuità e natura del sacro primato apostolico, su cui
poggia la forza e la solidità di tutta la chiesa, e condannare e proscrivere gli
errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.
Capitolo I.
L’istituzione del primato apostolico nel beato
Pietro.
Insegniamo, dunque, e dichiariamo che, secondo le
testimonianze dell’evangelo, il primato di giurisdizione su tutta la chiesa di
Dio fu promesso e conferito immediatamente e direttamente al beato apostolo
Pietro da Cristo signore. Infatti al solo Simone - cui aveva già detto:
Tu sarai chiamato Cefa (39) -
dopo che egli ebbe professato la sua confessione con le parole:
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente,
si rivolse il Signore con queste solenni parole:
Sei beato, Simone, figlio di Giovanni, poiché non la carne o il sangue te
l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Io, quindi, ti dico che tu
sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno
non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli.
Qualsiasi cosa tu legherai sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque
cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli
(40).
Al solo Simone Pietro, inoltre, dopo la resurrezione,
Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e rettore su tutto il suo ovile,
dicendo: Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecore
(41). A questa dottrina così chiara delle sacre scritture, com’è stata sempre
intesa dalla chiesa cattolica, si oppongono apertamente le false opinioni di
coloro che, fraintendendo la forma di governo istituita da Cristo signore nella
sua chiesa, negano che il solo Pietro, rispetto agli altri apostoli, sia presi
singolarmente che tutti insieme, abbia ricevuto un vero e proprio primato di
giurisdizione da Cristo; o quanti affermano che questo primato immediatamente e
direttamente sarebbe stato conferito non allo stesso beato Pietro, ma alla
chiesa e, per mezzo di essa, a lui, come a suo ministro.
Perciò se qualcuno dirà che il beato apostolo Pietro non è
stato costituito da Cristo signore, principe di tutti gli apostoli e capo
visibile di tutta la chiesa militante; ovvero che egli direttamente ed
immediatamente abbia ricevuto dal signore nostro Gesù Cristo solo un primato
d’onore e non di vera e propria giurisdizione: sia anatema.
Capitolo II.
La perpetuità del primato di Pietro nei romani
pontefici.
Ma ciò che il principe dei pastori e pastore supremo del
gregge, il signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato apostolo Pietro a
perpetua salvezza e perenne bene della chiesa, deve per volontà dello stesso
Cristo, durare per sempre nella chiesa, che, fondata sulla pietra, resterà
incrollabile fino alla fine dei secoli (42).
Nessuno, a questo proposito, ignora, anzi è noto da secoli a
tutti, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli apostoli, colonna
della fede e fondamento della chiesa cattolica, ha ricevuto le chiavi del regno
da nostro signore Gesù Cristo, salvatore e redentore del genere umano: Pietro
vive, presiede ed esercita il suo giudizio fino al presente e per sempre nei
suoi successori, ossia nei vescovi della santa sede di Roma, da lui fondata e
consacrata dal suo sangue (43). Sicché chiunque gli succede in questa cattedra,
per disposizione dello stesso Cristo, ha il primato di Pietro su tutta la
chiesa. Rimane, allora, ciò che ha disposto la verità, e il beato Pietro,
perseverando nella solidità di pietra, che ha ricevuto, non ha lasciato la guida
della chiesa che gli fu affidata (44). Per questo motivo ogni chiesa - cioè
tutti i fedeli di ogni luogo - dovette sempre concordare con la chiesa Romana in
forza della sua origine superiore, affinché in quella sede, da cui emanano su
tutti le norme della veneranda comunione, come membra unite nel capo, esse si
unissero nella compagine di un solo corpo (45).
Se, quindi, qualcuno dirà che non è per istituzione dello
stesso Cristo signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro ha sempre
dei successori nel primato su tutta la chiesa; o che il Romano pontefice non è
successore del beato Pietro in questo primato: sia anatema.
Capitolo III.
Valore e natura del primato del Romano
pontefice.
Basandoci, perciò, sulle chiare testimonianze delle sacre
scritture, e seguendo gli espliciti decreti sia dei nostri predecessori Romani
pontefici, che dei concili generali, rinnoviamo la definizione del concilio
ecumenico di Firenze (46), secondo la quale tutti i cristiani devono credere che
"la santa sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutta la
terra; e che lo stesso pontefice Romano è successore del beato Pietro, principe
degli apostoli, e vero vicario di Cristo, capo di tutta la chiesa, padre e
maestro di tutti i cristiani. Che al beato Pietro, inoltre, è stato dato dal
signore nostro Gesù Cristo il pieno potere di pascere, reggere e governare la
chiesa universale, come si legge negli atti dei concili ecumenici e nei sacri
canoni".
Insegniamo, perciò, e dichiariamo che la chiesa Romana, per
disposizione del Signore, ha un primato di potere ordinario su tutte le altre; e
che questa potestà di giurisdizione del Romano pontefice, essendo veramente
episcopale, è immediata: quindi i pastori e i fedeli, di qualsiasi rito e
dignità, sia considerati singolarmente che nel loro insieme, sono tenuti al
dovere della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza verso di essa,
non solo in ciò che riguarda la fede e i costumi, ma anche in ciò che riguarda
la disciplina e il governo della chiesa sparsa su tutta la terra. Di modo che,
conservando l’unità della comunione e della professione della stessa fede col
Romano pontefice, la chiesa di Cristo sia un solo gregge sotto un solo sommo
pastore (47). Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno
può allontanarsi senza mettere in pericolo la fede e la salvezza.
Questa potestà del sommo pontefice è lontana dal recare
pregiudizio alla potestà ordinaria ed immediata della giurisdizione episcopale -
in virtù della quale i vescovi, che per disposizione dello Spirito santo
successero agli apostoli, in qualità di veri pastori, pascono e governano
ciascuno il gregge a lui affidato -. Anzi tale potere è asserito, rafforzato e
rivendicato dal pastore supremo ed universale, secondo il detto di S. Gregorio
Magno: "il mio onore è l’onore della chiesa universale. Mio onore è il solido
vigore dei miei fratelli. Allora io mi sento veramente onorato, quando ad ognuno
di essi non si nega l’onore dovuto" (48).
Da questa potestà suprema del Romano pontefice di governare
tutta la chiesa consegue che egli ha il diritto di comunicare liberamente,
nell’esercizio del suo ufficio, coi pastori e con i fedeli di tutta la chiesa,
per poterli istruire e governare nella via della salvezza. Condanniamo, quindi,
e riproviamo le opinioni di quanti affermano che si possa lecitamente impedire
questa comunicazione del capo supremo con i pastori e con i fedeli, o che essa
debba sottostare al potere secolare; pretendendo che quello che viene stabilito
dalla sede apostolica o per sua autorità per il governo della chiesa, non ha
efficacia e valore, se non è confermato dal "placet" della potestà secolare.
E poiché, secondo il diritto divino del primato apostolico,
il Romano pontefice è preposto a tutta la chiesa, insegniamo anche e dichiariamo
che egli è il giudice supremo dei fedeli (49), e che in qualsiasi causa
riguardante la giurisdizione ecclesiastica, si può ricorrere al suo giudizio
(50). Nessuno, invece, potrà riesaminare un giudizio pronunziato dalla sede
apostolica - di cui non vi è autorità maggiore -, come a nessuno è lecito
giudicare di un giudizio dato da essa (51). Quindi, quelli che affermano essere
lecito appellare dalle sentenze dei Romani pontefici al concilio ecumenico, come
ad una autorità superiore al Romano pontefice, sono lontani dal retto sentiero
della verità.
Perciò se qualcuno dirà che il Romano pontefice ha solo un
potere di vigilanza o di direzione, e non, invece, la piena e suprema potestà di
giurisdizione su tutta la chiesa, non solo in materia di fede e di costumi, ma
anche in ciò che riguarda la disciplina e il governo della chiesa universale; o
che egli ha solo una parte principale, e non, invece, la completa pienezza di
questa potestà; o che essa non è ordinaria ed immediata, sia su tutte le singole
chiese, che su tutti i singoli pastori: sia anatema.
Capitolo IV.
Il magistero infallibile del Romano pontefice.
Il primato apostolico, che il Romano pontefice ha su tutta la
chiesa come successore di Pietro, principe degli apostoli, comprende pure la
suprema potestà di magistero: questa santa sede l’ha sempre ritenuto, l’uso
perpetuo della chiesa lo comprova e lo dichiararono gli stessi concili
ecumenici, specialmente quelli in cui l’Oriente conveniva con l’Occidente
nell’unione della fede e della carità.
Infatti i padri del concilio Costantinopolitano IV,
seguendo le orme dei predecessori, emisero questa solenne professione: "Prima
condizione per la salvezza è quella di custodire la norma della retta fede. E
poiché non si può trascurare la espressione del signore nostro Gesù Cristo, che
dice: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò
la mia chiesa (52), questa affermazione si verifica
nei fatti, perché nella sede apostolica la religione cattolica è stata sempre
conservata pura e la dottrina santa tenuta in onore. Non volendo separarci
affatto, perciò, da questa fede e dottrina, speriamo di essere nell’unica
comunione che la sede apostolica predica, nella quale è la intera e vera
solidità della religione cristiana" (53).
Con l’approvazione del concilio II di Lione, inoltre, i Greci
professarono: "La santa chiesa Romana ha il sommo e pieno primato e principato
su tutta la chiesa cattolica. Essa riconosce veramente ed umilmente di averlo
ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nel beato Pietro,
principe e capo degli apostoli, di cui il Romano pontefice è successore. E come
più degli altri ha il dovere di difendere la verità della fede, così, se
sorgessero dispute sulla fede, devono essere decise secondo il suo giudizio"
(54). Finalmente il concilio di Firenze ha definito che "il pontefice Romano è
vero vicario di Cristo, capo di tutta la chiesa, padre e maestro di tutti i
cristiani; a lui, nel beato Pietro, è stato dato dal signore nostro Gesù Cristo
il pieno potere di reggere e governare la chiesa universale" (55).
I nostri predecessori hanno sempre lavorato indefessamente
per soddisfare a questo loro dovere pastorale, affinché la salutare dottrina di
Cristo fosse propagata presso tutti i popoli della terra. E con uguale
sollecitudine vigilarono perché, una volta ricevuta, fosse conservata
incontaminata e pura.
Perciò, i vescovi di tutto il mondo, o singolarmente, o
raccolti in concili, seguendo la lunga consuetudine delle chiese e la forma
dell’antica regola, riferirono a questa sede apostolica i pericoli che si
manifestavano specialmente nelle cose della fede, perché si corresse al riparo
dei danni per la fede, particolarmente là dove la fede non può soffrire alcun
danno (56).
E i Romani pontefici, da parte loro, come consigliava la
condizione dei tempi e delle circostanze, ora convocando concili ecumenici o
cercando di conoscere il parere della chiesa sparsa nel mondo, ora con sinodi
particolari, ora servendosi di altri mezzi che la divina provvidenza offriva,
definirono quei punti di dottrina che si dovessero ritenere e che, con
l’assistenza divina, avevano giudicato conformi alle sacre scritture e alle
tradizioni apostoliche.
Infatti ai successori di Pietro è stato promesso lo
Spirito santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina,
ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero
fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede.
La loro dottrina apostolica è stata accolta da tutti i venerati padri,
rispettata e seguita dai santi dottori ortodossi: perché essi sapevano benissimo
che questa sede di Pietro rimane sempre immune da ogni errore, conforme alla
promessa divina del Signore, nostro salvatore, fatta al principe dei suoi
apostoli: Io ho pregato per te, affinché la tua
fede non venga meno. Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli
(57).
Perciò questo carisma di verità e di fede - che non verrà mai
meno - è stato dato divinamente a Pietro e ai suoi successori che siedono su
questa cattedra, perché esercitassero questo loro altissimo ufficio per la
salvezza di tutti; perché l’intero gregge di Cristo, allontanato da essi
dall’esca avvelenata dell’errore, fosse nutrito col cibo della dottrina celeste,
e, eliminata ogni occasione di scisma, tutta la chiesa fosse conservata una, e
poggiando sul suo fondamento, si ergesse, incrollabile, contro le porte
dell’inferno.
Ma poiché in una età in cui questa salutare efficacia
dell’ufficio apostolico è più che mai necessaria, vi sono non pochi che
disprezzano la sua autorità, crediamo assolutamente necessario affermare
solennemente la prerogativa, che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato
congiungere col supremo ufficio pastorale.
Noi, quindi, aderendo fedelmente ad una tradizione
accolta fin dall’inizio della fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore,
per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani,
con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma
divinamente rivelato che il Romano pontefice, quando parla
ex cathedra, cioè quando,
adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtù
della sua suprema autorità apostolica definisce che una dottrina riguardante la
fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la chiesa, per quell’assistenza
divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità,
di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua chiesa, allorché definisce la
dottrina riguardante la fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono
irreformabili per virtù propria, e non per il consenso della chiesa.
Se poi qualcuno - Dio non voglia! - osasse contraddire questa
nostra definizione: sia anatema.
Note
1. Cfr. Mt 28, 20.
2. Cfr. Eb 13, 9.
3. I Tm 2, 4.
4. Lc 19, 10.
5. Gv 11. 52.
6. Cfr. Sap 16, 12.
7. Is 59, 21.
8. Concilio Lateranense IV, c. 1 (v. sopra).
9. Sap 8, 1.
10. Eb 4, 13.
11. Rm 1. 20.
12. Eb 1. 1-2.
13. I Cor 2, 9.
14. Concilio di Trento sessione IV. decr. I.
16. Mc 16, 20.
17. II Pt 1, 19.
18. Eb 11, 6.
19. Cfr. Is 11, 12.
20. Cfr. I Tm 2, 4.
21. Cfr. I Pt 2, 9;
Col 1, 13.
22. Col 1, 12.
23. Cfr. Eb 2, 3.
24. Eb 12, 2.
25. Eb 10, 23.
26. Cfr. Rm 1, 20.
27. Cfr. Gv 1, 17.
28. I Cor 2, 7-8, 10.
29. Cfr. Mt 11, 25.
30. II Cor 5, 6-7.
31. Cfr. Col 2, 8.
32. VINCENZO DI LERINS, Commonitorium
28 (PL 50, 668).
33. Cfr. I Pt 2, 25.
34. Gv 17, 20-21.
35. Cfr. Gv 15, 19.
36. Cfr. Gv 20, 21.
37. Cfr. Mt 20, 28.
38. LEONE I, Sermone IV
(al. III), c. 2 (PL 54, 150).
39. Gv 1, 42.
40. Mt 16, 16-19.
41. Gv 21, 15-17.
42. Cfr. Mt 7, 25;
Lc 6, 48.
43. Dall’orazione di Filippo legato romano alla III sessione del Concilio di
Efeso (D 112).
44. LEONE I, Sermone III
(al. II), c. 3 (PL 54, 146).
45. IRENEO. Adversus haereses,
III, 3 (PG 7, 849); Concilio di Aquileia (381) in AMBROGIO,
Ep. XI (PL 16, 946).
46. Concilio di Firenze, sessione VI (v. sopra).
47. Cfr. Gv 10, 16.
48. Ep. ad Eulogium,
8, 30 (PL 77, 933).
49. Pio VI, Breve Super soliditate,
28 nov. 1786.
50. Dalla professione di fede di Michele Paleologo letta al concilio II di Lione
(D 466).
51. NICOLA I, Ep. all’imp. Michele
(PL 119, 954).
52. Mt 16, 18.
53. Dalla formula di papa Ormisda del 517 (D 171).
54. Dalla professione di Micheie Paleologo letta al concilio (D 466).
55. Concilio di Firenze, sessione VI (v. sopra).
56. BERNARDO. Ep. 190
(PL 182, 1053).
57. Lc 22, 32.
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