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Dal I maggio al luglio 381.
Papa: Damaso I (366-384).
Convocato dall'imperatore Teodosio I.
Tema: Simbolo Niceno-Costantinopolitano. Divinità dello Spirito Santo.
Documenti: 7 canoni.
IL SIMBOLO DEI CENTOCINQUANTA PADRI
rediamo
in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le
cose visibili e di quelle invisibili: e in un solo signore Gesù Cristo, figlio
unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio
vero da Dio vero; generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, per
mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Per noi uomini e per la nostra
salvezza egli discese dal cielo, prese carne dallo Spirito Santo e da Maria
vergine, e divenne uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, fu sepolto e
risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, salì al cielo, si sedette alla
destra del Padre: verrà nuovamente nella gloria per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine. Crediamo anche nello Spirito Santo, che è signore
e dà vita, che procede dal Padre; che col Padre e col Figlio deve essere adorato
e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei Profeti. Crediamo la Chiesa una,
santa, cattolica e apostolica. Crediamo un solo battesimo per la remissione dei
peccati e aspettiamo la resurrezione dei morti, e la vita del secolo futuro.
Amen.
LETTERA DEI VESCOVI RADUNATI A COSTANTINOPOLI
A PAPA DAMASO E AI VESCOVI OCCIDENTALI (382)
Ai signori illustrissimi e reverendissirni fratelli e
colleghi Damaso, Ambrogio, Brittone, Valeriano, Acolio, Anemio, Basilio, e agli
altri santi vescovi raccolti nella grande Roma, il santo sinodo dei vescovi che
professano la vera fede, riuniti nella grande Costantinopoli, salute nel
Signore.
E’ forse superfluo informare la Reverenza vostra, quasi che
possa esserne all'oscuro, e narrare le innumerevoli sofferenze inflitteci dalla
prepotenza ariana. Non crediamo, infatti, che la santità vostra giudichi così
poco importante quanto ci riguarda, da esserne ancora all'oscuro, metterebbe
anzi conto che se ne piangesse insieme. D'altra parte, le tempeste che si sono
abbattute su di noi sono state tali, che non hanno certo potuto rimanervi
nascoste; il tempo delle persecuzioni è recente, ne è ancora vivo il ricordo non
solo in coloro che hanno sofferto, ma anche in chi per l'amore che li legava ad
essi ha fatto proprie le loro sofferenze. Infatti solo ieri, per così dire, e
l'altro ieri, alcuni sciolti dai vincoli dell'esilio, sono tornati alle loro
chiese in mezzo a mille tribolazioni; di altri, morti in esilio, sono tornati
solo i resti: alcuni, anche dopo il ritorno dall'esilio, fatti segno all'odio
acre degli eretici, dovettero sopportare più amarezze nella propria terra che in
terra straniera, raggiunti, come il beato Stefano, dalle loro pietre (1); altri
lacerati da vari supplizi, portano ancora le stigmate di Cristo (2) e le ferite
nel proprio corpo. Le perdite di ricchezze, le multe delle città, le confische
dei beni dei singoli, gli intrighi, le prepotenze, le carceri, chi potrebbe
contarle? Davvero che tutte le tribolazioni si sono moltiplicate contro di noi
oltre ogni dire, forse perché scontassimo la pena dei nostri peccati, o forse
perché Dio, clemente, voleva provarci con tante sofferenze.
Di ciò siano rese grazie a Dio, il quale volle istruire i
suoi servi attraverso prove così grandi (3), e secondo la sua grande
misericordia ci ha condotto nuovamente al refrigerio (4). Certo sarebbe stato
necessario per noi una lunga pace, e molto tempo, e molto lavoro per il
miglioramento delle chiese, perché, cioè, finalmente potessimo ricondurre
all'originario splendore della pietà il corpo della chiesa, oppresso come da
lunga malattia, ricreandolo a poco a poco con ogni sorta di cure. In questo modo
riteniamo di esserci liberati dalla violenza delle persecuzioni, e di aver
ripristinato le chiese così a lungo dominate dagli eretici; dei lupi, tuttavia,
ci danno molta molestia: scacciati dai loro recinti, rapiscono le pecore negli
stessi pascoli boscosi, e tentano di tenere riunioni, e di suscitare sommosse
popolari, senza nulla risparmiare pur di arrecare danno alle chiese. Come
dicevamo, sarebbe stato necessario che potessimo occuparci di questi problemi
per un tempo più lungo.
In ogni modo, poiché, mostrando la vostra fraterna carità
verso di noi, con lettere dell'imperatore, da Dio amato, avete invitato anche
noi come veri membri al sinodo che per volontà di Dio avete convocato a Roma
perché, essendo stati noi sottoposti allora da soli alle tribolazioni, ora in
questa pia concordia degli Imperatori voi non regnaste senza di noi, ma anche
noi, secondo la parola dell'apostolo, potessimo regnare insieme con voi (5),
sarebbe stato nostro desiderio, se possibile, lasciare tutti insieme le nostre
chiese, e venire incontro ai vostri desideri e alla (comune) utilità. Chi ci
darà, infatti, le ali come quelle di una colomba per volare e posarci presso di
voi (6)? Ma poiché questo avrebbe spogliato le nostre chiese, appena cominciato
il rinnovamento, e la cosa sarebbe stata per moltissimi impossibile, ci eravamo
radunati insieme a Costantinopoli, secondo l'invito delle lettere, mandate
l'anno scorso dalla vostra carità, dopo il sinodo di Aquileia, all'imperatore
Teodosio, caro a Dio. Eravamo preparati per questo solo viaggio fino a
Costantinopoli, ed avevamo il consenso dei vescovi rimasti nelle diocesi solo
per questo sinodo. Di un più lungo viaggio né prevedevamo la necessità, né
avevamo avuto alcun indizio prima di venire a Costantinopoli. Inoltre
l'imminenza della data fissata non lascia il tempo di prepararsi per una assenza
più lunga, né di avvertire i vescovi della nostra stessa comunione rimasti nelle
diocesi, e di chiedere il loro benestare. Poiché, dunque, questi ed altri simili
motivi impedivano la partenza della maggior parte di noi, abbiamo preso l'unico
partito che restava per il miglioramento delle cose e per corrispondere alla
carità che ci avete dimostrato: e abbiamo pregato istantemente i venerabilissimi
e onorabilissimi fratelli e colleghi nostri, i vescovi Ciriaco, Eusebio e
Prisciano di affrontare la fatica di venir fino a voi; e così, per mezzo loro,
vi abbiamo fatto conoscere i nostri propositi di pace e di unità, e vi abbiamo
manifestato il nostro zelo per la retta fede. Noi, infatti, abbiamo sopportato
da parte degli eretici le persecuzioni, le tribolazioni, le minacce degli
imperatori, le crudeltà dei magistrati e ogni altra prova, per la fede
evangelica confermata dai trecentodiciotto Padri di Nicea di Bitinia. Questa
fede, infatti, dev'essere approvata da voi, da noi e da quanti non distorcono il
senso della vera fede essendo essa antichissima e conforme al battesimo; essa ci
insegna a credere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè in
una sola divinità, potenza, sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo, in una uguale dignità, e in un potere coeterno, in tre perfettissime
ipostasi, cioè in tre perfette persone, ossia tali, che non abbia luogo in esse
né la follia di Sabellio con la confusione delle persone, con la soppressione
delle proprietà personali, né prevalga la bestemmia degli Eunomiani, degli
Ariani, dei Pneumatomachi, per cui, divisa la sostanza, o la natura, o la
divinità, si aggiunga all'increata, consostanziale e coeterna Trinità una natura
posteriore, creata, o di diversa sostanza. Riteniamo anche, intatta, la dottrina
dell'incarnazione del Signore; non accettiamo, cioè l'assunzione di una carne
senz'anima, senza intelligenza, imperfetta, ben sapendo che il verbo di Dio,
perfetto prima dei secoli, è divenuto perfetto uomo negli ultimi tempi per la
nostra salvezza.
Queste sono, in sintesi, le principali verità della fede, che
senza ambagi predichiamo. Esse vi procureranno anche una maggior soddisfazione,
se vi degnerete di leggere il tomo composto dal sinodo di Antiochia, e quello
pubblicato dal concilio ecumenico, a Costantinopoli, lo scorso anno. In essi
abbiamo esposto la nostra fede assai ampiamente, ed abbiamo sottoscritto i
nostri anatemi contro le recenti novità delle eresie.
Quanto all'amministrazione delle singole chiese ha forza di
legge l'antica norma, come sapete, e la disposizione dei santi padri di Nicea:
che, cioè, in ciascuna provincia, e, se essi vorranno anche i vescovi confinanti
con loro, si facciano le ordinazioni come richiede l'utilità delle chiese.
Sappiate che, conforme a queste disposizioni, vengono amministrate le nostre
chiese, e sono stati nominati i sacerdoti delle chiese più insigni. Della chiesa
novella, per cosi dire, di Costantinopoli, che da poco, per misericordia di Dio,
abbiamo strappato alle bestemmie degli eretici, come dalla bocca di un leone
(7), abbiamo ordinato vescovo il reverendissimo e amabilissimo in Dio Nettario.
Ciò è stato fatto al cospetto del concilio universale, col consenso di tutti,
sotto gli occhi dell'imperatore Teodosio, carissimo a Dio, di tutto il clero, e
con l'approvazione di tutta la città. Dell'antica e veramente apostolica chiesa
di Antiochia di Siria, nella quale per prima fu usato il venerando nome di
cristiani, i vescovi della provincia e della diocesi dell'oriente, radunatisi,
consacrarono vescovo, canonicamente, il reverendissimo e da Dio amatissimo
Flaviano, con l'approvazione di tutta la chiesa, che, unanime onorava
quest'uomo. L'ordinazione è stata riconosciuta conforme alla legge ecclesiastica
anche dalle autorità del concilio. Vi informiamo, inoltre, che il reverendissimo
e carissimo a Dio Cirillo è vescovo della madre di tutte le chiese, la chiesa di
Gerusalemme. A suo tempo egli è stato consacrato, conforme alle norme
ecclesiastiche, dai vescovi della provincia, e spesso, in diverse circostanze,
ha lottato strenuamente contro gli Ariani.
Poiché, dunque, queste cose sono state compiute da noi
legalmente e canonicamente, preghiamo la reverenza vostra di volersi rallegrare
con noi, uniti scambievolmente dal vincolo dell'amore che viene dallo Spirito e
dal timore di Dio che vince ogni umana passione, e antepone l'edificazione delle
chiese all'amicizia ed alla benevolenza verso i singoli. In tal modo, in pieno
accordo nelle verità della fede, e fortificata in noi la carità cristiana,
cesseremo di ripetere l'espressione già biasimata dagli apostoli:
Io sono di Paolo, io sono di Apollo; e io sono di Cefa
(8), ma saremo tutti di Cristo, che non può esser diviso in noi; e, se Dio ce ne
farà degni, conserveremo indiviso il corpo della chiesa e compariremo tranquilli
dinanzi al tribunale di Dio (9).
CANONI
I. Che le decisioni di Nicea restino immutate;
della scomunica degli eretici.
La professione di fede dei trecentodiciotto santi Padri,
raccolti a Nicea di Bitinia non deve essere abrogata, ma deve rimanere salda; si
deve anatematizzare ogni eresia, specialmente quella degli Eunomiani o Anomei,
degli Ariani o Eudossiani, dei Serniariani e Pneumatomachi, dei Sabelliani, dei
Marcelliani, dei Fotiniani e degli Apollinaristi.
II. Del buon
ordinamento delle diocesi, e dei privilegi dovuti alle grandi città dell'Egitto,
di Antiochia, di Costantinopoli;
e del non dover un vescovo metter piede nella chiesa di un altro.
I vescovi preposti ad una diocesi non si occupino delle
chiese che sono fuori dei confini loro assegnati né le gettino nel disordine;
ma, conforme ai canoni, il vescovo di Alessandria amministri solo ciò che
riguarda l'Egitto, i vescovi dell'Oriente, solo l'oriente, salvi i privilegi
della chiesa di Antiochia, contenuti nei canoni di Nicea; i vescovi della
diocesi dell'Asia, amministrino solo l'Asia, quelli del Ponto, solo il Ponto, e
quelli della Tracia, la Tracia.
A meno che vengano chiamati, i vescovi non si rechino oltre i
confini della propria diocesi, per qualche ordinazione e per qualche altro atto
del loro ministero. Secondo le norme relative all'amministrazione delle diocesi,
è chiaro che questioni riguardanti una provincia dovrà regolarle il sinodo della
stessa provincia, secondo le direttive di Nicea. Quanto poi alle chiese di Dio
fondate nelle regioni dei barbari, sarà bene che vengano governate secondo le
consuetudini introdotte ai tempi dei nostri padri.
III. Che dopo il vescovo di Roma, sia secondo
quello di Costantinopoli.
Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d'onore dopo il
vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma.
IV. Della illecita ordinazione di Massimo.
Quanto a Massimo il Cinico e ai disordini avvenuti a
Costantinopoli per causa sua intorno a lui, questo grande sinodo giudica che
Massimo non è mai stato né è vescovo, e non lo sono quelli che egli ha ordinato
in qualsiasi grado del clero: tutto quello, infatti, che è stato compiuto a suo
riguardo o da lui è da considerarsi nullo.
V. Il tomo degli Occidentali è bene accetto.
Per quanto riguarda il tomo (=documento) degli Occidentali,
anche noi riconosciamo quelli di Antiochia che professano la medesima divinità
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
VI. Chi può essere ammesso ad accusare un
vescovo o un chierico.
Poiché molti volendo turbare e sconvolgere l'ordine
ecclesiastico, da veri nemici e sicofanti, inventano accuse contro i vescovi
ortodossi incaricati del governo della Chiesa, nient'altro cercando che di
contaminare la buona fama dei sacerdoti e di eccitare tumulti tra i popoli che
vivono in pace, è sembrato bene al santo concilio dei vescovi radunati a
Costantinopoli di non ammettere gli accusatori senza previo esame, né di
permettere a chiunque di poter formulare accuse contro gli amministratori delle
diocesi, né, d'altra parte, di respingere tutti. Se, quindi, uno ha dei motivi
privati, personali, contro il vescovo, perché sia stato defraudato, o perché
abbia dovuto sopportare da parte sua qualche altra ingiustizia, in questo genere
di accuse non si guardi né alla persona dell'accusatore, né alla sua religione.
E’ necessario, infatti, assolutamente, che la coscienza del vescovo si conservi
libera dalla colpa e che quegli che afferma di essere trattato ingiustamente,
quali che possano essere i suoi sentimenti religiosi, ottenga giustizia. Se,
però, l'accusa che si fa al vescovo ha attinenza con la religione in sé e per
sé, allora bisogna tener conto della persona degli accusatori. In questo caso,
primo, non si permetta agli eretici di formulare accuse contro i vescovi
ortodossi in cose riguardanti la chiesa (per eretici intendiamo sia quelli che
già da tempo sono stati pubblicamente banditi dalla Chiesa, sia quelli che poi
noi stessi abbiamo condannato; sia quelli che mostrano di professare una fede
autentica, ma in realtà sono separati e si riuniscono contro i vescovi
legittimi). Inoltre, quelli che sono stati condannati, scacciati o scomunicati
per vari motivi dalla Chiesa, sia chierici che laici, non possono accusare un
vescovo, prima di essersi lavati della loro colpa. Analogamente non possono
accusare un vescovo o altri chierici, coloro che siano sotto una precedente
accusa, se prima non abbiano dimostrato di essere innocenti delle colpe loro
imputate. Se, però, vi è chi senza essere eretico, né scomunicato, né condannato
o accusato di alcun delitto, ha delle accuse in cose di chiesa contro il
vescovo, questo santo sinodo comanda che questi presenti la sua accusa ai
vescovi della provincia e dimostri davanti a loro la fondatezza delle accuse. Se
poi i vescovi della provincia non sono in grado di correggere le mancanze di cui
viene accusato il vescovo, allora gli accusatori possono adire anche il più
vasto sinodo dei vescovi di quella diocesi (cioè il sinodo patriarcale), che
saranno convocati proprio per questo. Non può però, essere ammesso a provare
l'accusa, chi non abbia prima accettato per iscritto di subire una pena uguale a
quella che toccherebbe al vescovo se nell'esame della causa si constatasse che
le accuse contro il vescovo erano calunnie. Se qualcuno, disprezzando ciò che è
stato decretato, osasse importunare l'imperatore, o disturbare i tribunali
civili, o il concilio ecumenico, con disprezzo di tutti i vescovi della diocesi,
la sua accusa non deve essere ammessa, perché egli ha disprezzato i canoni, ed
ha tentato di sconvolgere l'ordine ecclesiastico.
VII. Come bisogna accogliere coloro che si
avvicinano all'ortodossia.
Coloro che dall'eresia passano alla retta fede nel novero dei
salvati, devono essere ammessi come segue: gli Ariani, i Macedoniani, i
Sabaziani, i Novaziani, quelli che si definiscono i Puri (Catari), i Sinistri, i
Quattuordecimani o Tetraditi e gli Apollinaristi, con l'abiura scritta di ogni
eresia, che non s'accorda con la santa chiesa di Dio, cattolica e apostolica.
Essi siano segnati, ossia unti, col sacro crisma, sulla fronte, sugli occhi,
sulle narici, sulla bocca, sulle orecchie e segnandoli, diciamo: Segno del dono
dello Spirito Santo. Gli Eunomiani, battezzati con una sola immersione, i
Montanisti, qui detti Frigi, i Sabelliani, che insegnano l'identità del Padre
col Figlio e fanno altre cose gravi, e tutti gli altri eretici (qui ve ne sono
molti, specie quelli che vengono dalle parti dei Galati); tutti quelli, dunque,
che dall'eresia vogliono passare alla ortodossia, li riceviamo come dei gentili.
E il primo giorno li facciamo cristiani, il secondo, catecumeni; poi il terzo,
li esorcizziamo, soffiando per tre volte ad essi sul volto e nelle orecchie. E
così li istruiamo, e facciamo che passino il loro tempo nella chiesa, e che
ascoltino le Scritture; e allora li battezziamo.
Note
(1) Cfr. At 7, 53
(2) Cfr. Gal 6, 17
(3) Cfr. Sal 50, 3
(4) Cfr. Sal 66, 12
(5) Cfr. 1 Cor 4, 8
(6) Cfr. Sal 55, 7
(7) Cfr Sal 21, 22
(8) 1 Cor 1, 12
(9) Cfr. Rm 14, 10
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