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Dall'8 ottobre al 1 novembre 451.
Papa Leone Magno (440-461).
Convocato dall'Imperatore Marciano.
17 sessioni.
Tema: Due nature nell'unica Persona del Cristo (condanna del monofisismo).
Documenti: 30 canoni.
LETTERA DI PAPA LEONE, A FLAVIANO VESCOVO DI
COSTANTINOPOLI SU EUTICHE
etta
la lettera della Tua Dilezione (e ci meravigliamo che sia stata scritta così
tardi), e scorso l'ordine degli atti dei vescovi, finalmente abbiamo potuto
renderci conto dello scandalo sorto fra voi contro l'integrità della fede.
Quello che prima sembrava oscuro, ci appare in tutta la sua chiarezza. Eutiche,
che pareva degno di onore per la sua dignità di sacerdote, ora ne balza fuori
come molto imprudente ed incapace. Si potrebbe applicare anche a lui la parola
del profeta: Non volle capire per non dover agire
rettamente. Ha meditato l'iniquità nel suo cuore
(1).
Che vi può essere infatti di peggio, che essere empio e non
volersi sottomettere ai più saggi e ai più dotti? Cadono in questa stoltezza
quelli che, quando incontrano qualche oscura difficoltà nella conoscenza della
verità, non ricorrono alle testimonianze dei profeti, alle lettere degli
apostoli o alle affermazioni dei Vangeli, ma a se stessi, e si fanno, quindi,
maestri di errore proprio perché non hanno voluto essere discepoli della verità.
Quale conoscenza può avere dalle pagine sacre del nuovo e dell'antico Testamento
chi non sa comprendere neppure i primi elementi del Simbolo? Ciò che viene
espresso in tutto il mondo dalla voce di tutti i battezzandi non è ancora
compreso dal cuore di questo vecchio.
Non sapendo perciò quello che dovrebbe pensare sulla
incarnazione del Verbo di Dio, e non volendo applicarsi nel campo delle sacre
scritture per attingervi luce per l'intelligenza, avrebbe almeno dovuto
ascoltare con attenzione la comune e unanime confessione, con cui l'insieme dei
fedeli professa di credere in Dio padre onnipotente, e in Gesù Cristo suo unico
figlio, nostro signore, nato dallo Spirito santo e da Maria vergine: tre
affermazioni da cui vengono distrutte le costruzioni di quasi tutti gli eretici.
Se infatti si crede che Dio è onnipotente e padre, si dimostra con ciò che il
Figlio è a lui coeterno, in nessuna cosa diverso dal Padre, perché è Dio nato da
Dio, onnipotente da onnipotente, coeterno da eterno; e non è a lui posteriore
nel tempo, inferiore per potenza, dissimile nella gloria, diverso per essenza.
Questo eterno unigenito dell'eterno padre, inoltre, è nato dallo Spirito santo e
da Maria vergine; e questa nascita nel tempo non ha tolto nulla, come nulla ha
aggiunto, a quella divina ed eterna nascita, ma fu consacrata interamente alla
redenzione dell'uomo, che era stato ingannato,- e a vincere la morte, e a
distruggere col suo potere il diavolo, che aveva il dominio della morte (2). Noi
non avremmo potuto vincere l'autore del peccato e della morte, se non avesse
assunto e fatta sua la nostra natura colui che il peccato non avrebbe potuto
contaminare e la morte avere in suo dominio. Egli infatti fu concepito dallo
Spirito santo nel seno della vergine Madre, che lo diede alla luce nella sua
integrità verginale, così come senza diminuzione della sua verginità l'aveva
concepito.
Se poi Eutiche, non era capace di attingere da questa
purissima fonte della fede cristiana il genuino significato, perché aveva
oscurato lo splendore di una verità così evidente con la propria cecità, avrebbe
dovuto sottomettersi alla dottrina del Vangelo. Matteo dice:
Libro della genealogia di Gesù Cristo, figlio di David,
figlio di Abramo (3). Egli avrebbe dovuto
consultare anche l'insegnamento della predicazione apostolica; e leggendo nella
lettera ai Romani: Paolo, servo di Gesù Cristo,
chiamato apostolo, scelto Per la predicazione del Vangelo di Dio, che aveva già
Promesso attraverso i Profeti nelle sacre scritture riguardo al Figlio suo, che
gli è nato dalla stirpe di David, secondo la carne
(4), avrebbe dovuto rivolgere la sua pia considerazione alle pagine dei profeti.
Imbattendosi nella promessa di Dio ad Abramo, quando dice:
nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti
(5), per non dover dubitare della identità di questa discendenza, avrebbe dovuto
seguire l'apostolo, che dice: Le Promesse sono
state fatte ad Abramo e alla sua discendenza (6).
Non dice: ai suoi discendenti, quasi che fossero molti; ma, quasi che fosse una:
alla sua discendenza, che è Cristo. Avrebbe anche compreso con l'udito interiore
la profezia di Isaia, quando dice: Ecco, una
vergine concepirà nel suo seno e darà alla luce un figlio, e lo chiameranno
Emmanuele, che viene interpretato Dio Con noi (7).
Ed avrebbe letto con fede le parole dello stesso profeta:
Ci è nato un fanciullo, ci è stato dato un figlio, il suo
potere sarà sulle sue spalle. E lo chiameranno: angelo di somma prudenza, Dio
forte, principe della Pace, Padre del secolo futuro
(8); e non direbbe con inganno che il Verbo si è fatto carne in tal modo, che
Cristo, nato dalla Vergine, avesse bensì la forma di un uomo, ma non la realtà
del corpo di sua madre. Forse egli può aver pensato che nostro signore Gesù
Cristo non aveva la nostra natura per il fatto che l'angelo mandato alla beata
vergine Maria disse: Lo Spirito santo scenderà su
di te, e la forza dell'Altissimo li coprirà della sua ombra. E perciò l'essere
santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio
(9), quasi che, dato che il concepimento della Vergine fu effetto di
un'operazione divina, il corpo da essa concepito non provenisse dalla natura di
chi lo concepiva. Non così dev'essere intesa quella generazione singolarmente
mirabile e mirabilmente singolare, come se per la novità della creazione sia
stato annullato ciò che è proprio del genere (umano). Ora, lo Spirito santo rese
feconda la Vergine, ma la realtà del corpo proviene dal corpo. E mentre la
sapienza si edificava una casa (10), il Verbo si
fece carne e pose la sua dimora fra noi (11), con
quella carne, cioè, che aveva assunta dall'uomo, e che lo spirito razionale
animava.
Salva quindi la proprietà di ciascuna delle due nature,
che concorsero a formare una sola persona, la maestà si rivestì di umiltà, la
forza di debolezza, l'eternità di ciò che è mortale; e per poter annullare il
debito della nostra condizione, una natura inviolabile si unì ad una natura
capace di soffrire; e perché, proprio come esigeva la nostra condizione, un
identico mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo
Cristo Gesù (12) potesse morire secondo una natura,
non potesse morire secondo l'altra. Nella completa e perfetta natura di vero
uomo, quindi, è nato il vero Dio, completo nelle sue facoltà, completo nelle
nostre. Quando diciamo "nostre", intendiamo quelle facoltà che il creatore mise.
in noi da principio, e che ha assunto per restaurarle. Quegli elementi, infatti,
che l'ingannatore introdusse, e che l'uomo, ingannato, accettò, non lasciarono
alcuna traccia nel Salvatore. Né perché volle partecipare a tutte le umane
miserie, fu anche partecipe dei nostri peccati. Egli prese la forma di servo
(13) senza la macchia del peccato, elevando ciò che era umano, senza abbassare
ciò che era divino; perché quell'abbassamento per cui egli da invisibile si fece
visibile, e, pur essendo creatore e signore di tutte le cose, volle essere dei
mortali, fu condiscendenza della misericordia non mancanza di potenza.
Perciò chi rimanendo nella forma di Dio fece l'uomo, si fece
uomo nella forma di servo. Ciascuna natura, infatti, conserva senza difetto ciò
che le è proprio. E come la natura divina non sopprime quella di servo, così la
natura di servo non porta alcun pregiudizio a quella divina. Il diavolo,
infatti, si gloriava che l'uomo, ingannato dalla sua frode, aveva perduto i doni
divini; che era stato spogliato della dote dell'immortalità ed era andato
incontro ad una dura sentenza di morte; che, quindi, egli, il diavolo, nei suoi
mali aveva trovato un certo conforto nella comune sorte del prevaricatore; e che
anche Dio, secondo la esigenze della giustizia verso l'uomo (quell'uomo che
aveva innalzato a tanto onore, creandolo) aveva dovuto mutare il suo disegno. Fu
necessario, allora, che, nell'economia del suo segreto consiglio, Dio, che è
immutabile, e la cui volontà non può esser privata della stia innata bontà,
completasse per così dire il primitivo disegno della sua benevolenza verso di
noi con un misterioso e più profondo piano divino, e così l'uomo, spinto alla
colpa dall'inganno della malvagità diabolica, non perisse contro il disegno di
Dio.
Il Figlio di Dio, scendendo dalla sede dei cieli senza
cessare di essere partecipe della gloria del Padre, fa l'ingresso in questo
basso mondo, generato secondo un ordine ed una nascita del tutto nuovi: secondo
un ordine nuovo, perché invisibile nella sua natura divina, si fece visibile
nella nostra; perché incomprensibile, volle esser compreso; fuori del tempo,
cominciò ad esistere nel tempo; Signore di tutte le cose, assunse la natura di
servo, nascondendo l'immensità della sua maestà; incapace di soffrire perché
Dio, non disdegnò di farsi uomo soggetto alla sofferenza, infine, perché
immortale, volle sottoporsi alle leggi della morte. Generato secondo una nuova
nascita, perché la verginità inviolata non conobbe passione e somministrò la
materie della carne. Dalla madre il Signore ha assunto la natura non la colpa. E
nel signore nostro Gesù Cristo, generato dal seno della Vergine, la nascita
ammirabile non rende la natura dissimile dalla nostra. Colui, infatti, che è
vero Dio, quegli è anche vero uomo. In questa unione non vi è nulla di
incongruente, trovandosi insieme contemporaneamente la bassezza dell'uomo e
l'altezza della divinità.
Come, infatti, Dio non muta per la sua misericordia,
così l'uomo non viene annullato dalla dignità divina. Ognuna delle due nature,
infatti, opera insieme con l'altra ciò che le è proprio: e cioè il Verbo, quello
che è del Verbo; la carne, invece, quello che è della carne. L'uno brilla per i
suoi miracoli, l'altra sottostà alle ingiurie. E come al Verbo non viene meno
l'uguaglianza nella gloria paterna, così la carne non abbandona la natura umana.
La stessa e identica persona, infatti, - cosa che dobbiamo ripetere spesso - è
vero figlio di Dio e vero figlio dell'uomo: Dio, per ciò, che
in principio esisteva il Verbo: e il Verbo era presso Dio,
e il Verbo era Dio (14); uomo, per ciò, che:
il Verbo si fece carne e stabilì la sua dimora fra noi
(15); Dio, perché tutte le cose sono state fatte
per mezzo suo, e senza di lui nulla è stato fatto
(16), uomo, perché nacque da una donna sottoposto
alla legge (17).La nascita della carne manifesta
l'umana natura; il parto di una Vergine è segno della divina potenza. L'infanzia
del bambino è attestata dall'umile culla; la grandezza dell'Altissimo è
proclamata dalle voci degli angeli. Nel suo nascere è simile agli altri uomini
quegli che Erode tenta ampiamente di uccidere; ma è Signore di ogni cosa quello
che i Magi godono di poter adorare prostrati. Già quando si recò dal suo
precursore Giovanni per il battesimo, perché non restasse nascosto che sotto il
velo della carne si celava la divinità, la voce del Padre, tonando dal cielo,
disse: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi
sono compiaciuto (18). A colui, perciò, che
l'astuzia del demonio tentò come uomo, a lui come ad un Dio rendono i loro
uffici gli angeli. Aver fame, aver sete, stancarsi e dormire, evidentemente è
proprio degli uomini; ma saziare cinquemila uomini (19) con cinque pani, dare
alla samaritana l'acqua viva, che produca l'effetto in chi beve di non aver più
sete (20); camminare (21) sul dorso del mare senza che i piedi sprofondino, e
render docili (22) i flutti furiosi (23) dopo aver rimproverato la tempesta:
tutto ciò senza dubbio è cosa divina. Come, quindi, per tralasciare molte cose,
non è della stessa natura piangere con affetto pietoso un amico morto (24) e
richiamarlo alla vita (25), redivivo, al solo comando della voce, tolta di mezzo
la pietra di una tomba chiusa già da quattro giorni; o pendere dalla croce e
sconvolgere gli elementi della natura, trasformando la luce in tenebre; o essere
trapassato (26) dai chiodi e aprire le porte del paradiso alla fede del ladrone
(27); così non è della stessa natura dire: Io e il
Padre siamo una cosa sola (28), e dire:
Il Padre è maggiore di me
(29). Quantunque, infatti, nel signore Gesù Cristo vi sia una sola persona per
Dio e per l'uomo, altro però è l'elemento da cui sgorga per l'uno e per l'altro
l'offesa, altro ciò da cui promana per l'uno e l’altro la gloria. Dalla nostra
natura egli ha un'umanità inferiore al Padre; dal Padre gli deriva una divinità
uguale a quella del Padre.
Proprio per questa unità di persona, da intendersi come
propria di ognuna delle due nature, si legge che il Figlio dell'uomo discese dal
cielo, mentre fu il Figlio di Dio che assunse la carne dalla Vergine da cui è
nato; e, d'altra parte, si dice che il Figlio di Dio fu crocifisso e sepolto,
quantunque non abbia subito questo nella stessa divinità, per cui l'unigenito è
coeterno e consostanziale al Padre, ma nella infermità della natura umana.
Proprio per questo confessiamo tutti anche nel Simbolo che il Figlio unigenito
di Dio è stato crocifisso e sepolto, secondo le parole dell'apostolo:
Se infatti l'avessero conosciuta, non avrebbero mai
crocifisso il Signore della gloria (30). E lo
stesso nostro Signore e Salvatore, volendo istruire con le sue domande i
discepoli nella fede: Chi dicono gli uomini,
disse, che sia il Figlio
dell'uomo? Essi riferiscono le varie opinioni degli
altri. E voi, riprese,
chi dite che io sia? (31): io, che sono il Figlio
dell’uomo, e che voi vedete sotto l'aspetto di un servo e nella verità della
carne, chi dite che sia? Fu allora che S. Pietro divinamente ispirato e
destinato a giovare a tutti i popoli con la sua confessione,
Tu sei il Cristo, disse,
il Figlio del Dio vivo (32). E bene a ragione fu
chiamato beato dal Signore; e dalla pietra principale trasse la solidità della
virtù e del nome, lui che per rivelazione del Padre riconobbe in lui il Figlio
di Dio e il Cristo, poiché accettare una cosa senza l'altra, non avrebbe giovato
alla salvezza. E vi era uguale pericolo nel credere che il signore Gesù Cristo
fosse o solo Dio, senza essere uomo, o uomo soltanto, senza che fosse anche Dio.
Dopo la resurrezione del Signore, poi, che avvenne
certamente nel vero corpo, poiché non altri risuscitò se non quegli che era
stato crocifisso ed era morto, che altro Egli fece, nello spazio di quaranta
giorni, se non rendere pura ed integra la nostra fede da ogni errore? Per questo
Egli parlava con i suoi discepoli e, vivendo e mangiando con essi (33),
permetteva loro, scossi com'erano dal dubbio, di avvicinarlo e di avere
frequentemente contatto con lui, entrò a porte chiuse dai discepoli e col suo
soffio diede loro lo Spirito santo (34); e donava luce all'intelligenza e
svelava (35) il senso misterioso e profondo delle sacre Scritture; e mostrava
(36) ripetutamente la stessa ferita del suo fianco, e i fori dei chiodi, e tutti
i segni della recentissima passione, dicendo:
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io, toccate: uno spirito non ha carne
ed ossa, Come voi invece vedete che io ho (37)
perché si potesse costatare che le proprietà della natura divina e di quella
umana rimanevano in lui; e così sapessimo che il Verbo non è la stessa cosa che
la carne, e confessassimo che il Verbo e la carne costituiscono un solo Figlio
di Dio.
Dinanzi a questo sacramento della fede Eutiche si
dimostra ben sprovvisto, egli che nell'Unigenito di Dio né attraverso l'umiltà
di uno stato soggetto alla morte, né attraverso la gloria della resurrezione ha
riconosciuta la nostra natura; né è restato scosso dalle parole del beato
Giovanni, apostolo ed evangelista, quando dice:
Chiunque confessa che Gesù Cristo è apparso nella carne, è da Dio. E chiunque
divide Gesù, non è da Dio; anzi è l'anticristo
(38). E che cos'è dividere Gesù, se non separare da lui la natura umana e con
vanissime ciance annullare il mistero per cui soltanto siamo stati salvati?
Inoltre, chi brancola nelle tenebre per quanto riguarda la natura del corpo di
Cristo, bisogna per forza che vaneggi con la stessa cecità anche per quanto
riguarda la sua passione. Se, infatti, non ritiene falsa la croce del Signore e
non dubita che sia stata vera la morte, accettata per la salvezza del mondo,
dovrà pure ammettere la carne di chi crede essere morto. Né potrà rifiutarsi di
ammettere che sia stato uomo con un corpo simile al nostro colui che riconosce
avere sofferto. Perché negare la verità della carne, è negare la realtà della
passione corporea.
Se, quindi, egli accetta la fede cristiana, e non
trascura di ascoltare la parola del Vangelo, consideri quale natura, trapassata
dai chiodi, sia stata appesa sul legno della croce, e il fianco del crocifisso
squarciato dalla lancia; da dove sia sgorgato il sangue e l'acqua (39), perché
la chiesa di Dio fosse irrigata da un lavacro e da una fonte. Ascolti il beato
apostolo Pietro predicare che la santificazione avviene con l'aspersione del
sangue di Cristo (40). Legga, riflettendo, le espressioni dello stesso apostolo,
quando dice: Sappiate che non siete stati redenti
con l'oro e con l'argento, cose che periscono, dal vostro vano modo di vivere
secondo la tradizione dei Padri, ma dal sangue prezioso di Gesù Cristo, agnello
Puro ed immacolato (41). E non resista neppure alla
testimonianza del beato apostolo Giovanni, che dice:
Il sangue di Gesù, figlio di Dio, ci purifica da ogni
Peccato (42). Ed anche:
Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede.
Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il figlio di Dio? A
lui che è venuto attraverso l'acqua e il sangue, Gesù Cristo,- non nell'acqua
solo, ma nell'acqua e nel sangue. Ed è lo Spirito a rendere testimonianza,
Poiché lo Spirito è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza: lo
Spirito, l'acqua e il sangue. E questi tre sono una cosa sola
(43). Naturalmente si deve intendere dello spirito di santificazione, del sangue
della redenzione, dell'acqua del battesimo: tre cose che sono una stessa cosa,
eppure conservano la loro individualità, e nessuna di esse è separata dalle
altre. Perché la chiesa cattolica vive e progredisce di questa fede: che nel
Cristo Gesù non vi è umanità senza vera divinità, né divinità senza vera
umanità.
Esaminato e interrogato da voi Eutiche rispose: "Confesso che
Nostro Signore avesse due nature prima della loro unione; ma che ne avesse una
sola dopo l'unione", mi meraviglio come una professione di fede così assurda e
perversa non abbia trovato nei giudici una severa riprensione; e che un discorso
così sciocco sia potuto passare come se non contenesse nulla di offensivo.
Eppure è ugualmente empia l'affermazione: che l'unigenito Figlio di Dio prima
dell'incarnazione abbia avuto due nature, e l'altra affermazione: che dopo che
il Verbo si è fatto carne, vi sia stata in lui una sola natura.
Perché, dunque Eutiche non debba credere di avere fatto
questa affermazione o conforme a verità, o almeno tollerabilmente (per il fatto
che non sia stato confutato da nessuna sentenza in contrario), noi esortiamo il
tuo amore sempre sollecito, fratello carissimo, perché, se per grazia della
misericordia di Dio la causa si va risolvendo in modo soddisfacente,
l'imprudenza di un uomo così ignorante sia purificata anche da questa peste del
suo pensiero. Egli, come documenta la relazione degli atti, aveva rettamente
cominciato a rinunziare alle sue idee quando, costretto dalla vostra sentenza,
affermava di ammettere quanto prima non ammetteva, e di aderire a quella fede,
da cui prima si era mostrato alieno. Ma per il fatto che egli non volle dare il
suo assenso quando si trattò di condannare l'empia dottrina, la fraternità
vostra ben comprese che egli rimaneva nella sua perfida opinione, ed era degno
di ricevere un giudizio di condanna. Se quindi egli sinceramente ed utilmente si
pente di tutto ciò, e riconosce, benché tardi, con quanta ragione si sia mossa
l'autorità dei vescovi, se a piena soddisfazione egli condannerà a viva voce e
firmando di sua mano tutti i suoi errori, nessuna misericordia, per quanto
grande, sarà degna di biasimo. Nostro Signore, infatti, vero e buon pastore, che
diede la sua vita per le pecore, e che venne a salvare le anime degli uomini,
non a perderle, desidera che noi siamo imitatori della sua pietà. E se la
giustizia deve reprimere chi manca, la misericordia non può respingere chi si
converte. E’ allora, infatti, che la vera fede è difesa con abbondantissimo
frutto, quando l'errore viene condannato anche da quelli che lo sostengono.
Per condurre a termine piamente e fedelmente la questione,
abbiamo mandato come nostri rappresentanti i nostri fratelli Giulio, vescovo, e
Renato, presbitero del titolo di S. Clemente, oltre a mio figlio Ilario,
diacono. Abbiamo aggiunto ad essi Dolcizio, nostro notaio, la cui fedeltà a
tutta prova ci è nota. E confidiamo che ci assista l'aiuto divino, perché colui
che ha errato, condannato il suo malvagio modo di sentire, sia salvo. Dio ti
custodisca sano, fratello carissimo.
DEFINIZIONE DELLA FEDE
Questo santo, grande e universale Sinodo, riunito per grazia
di Dio e per volontà dei piissimi e cristianissimi imperatori nostri, gli
augusti Valentiniano e Marciano, nella metropoli di Calcedonia in Bitinia, nel
tempio della santa vincitrice e martire Eufemia, definisce quanto segue.
Il signore e salvatore nostro Gesù Cristo, confermando
ai suoi discepoli la conoscenza della fede, disse:
Vi do la mia pace; vi lascio la mia Pace (44),
perché nessuno dissentisse dal suo prossimo nei dogmi della pietà, e fosse
dimostrato vero l'annuncio della verità. E poiché il maligno non cessa di
ostacolare, con la sua zizzania, il seme della pietà, e di trovare sempre
qualche cosa di nuovo contro la verità, per questo Dio, come sempre, provvide al
genere umano, e ispirò un grande zelo a questo nostro pio e fedelissimo
imperatore, e chiamò a sé da ogni parte i capi del sacerdozio, affinché, con la
grazia del signore di tutti noi, Cristo, allontanassero ogni peste di errore
dalle pecore del Cristo, e le ristorassero con i germogli della verità. Cosa che
noi abbiamo fatto, proscrivendo con voto comune le false dottrine, e rinnovando
la nostra adesione alla fede ortodossa dei padri; predicando a tutti il simbolo
dei 318 [padri di Nicea], e riconoscendo come propri padri coloro che hanno
accolto questa sintesi della pietà, e cioè i 150, che si raccolsero nella grande
Costantinopoli e confermarono anch'essi la medesima fede.
Confermando anche noi, quindi, le decisioni e le formule di
fede del concilio radunato un tempo ad Efeso [43I], cui presiedettero Celestino
[vescovo] dei Romani e Cirillo [vescovo] degli Alessandrini, di santissima
memoria, definiamo che debba risplendere l'esposizione della retta e
incontaminata fede, fatta dai 315 santi e beati padri riuniti a Nicea [325],
sotto l'imperatore Costantino di pia memoria, e che si debba mantenere in vigore
quanto fu decretato dai 150 santi padri a Costantinopoli [381] per estirpare le
eresie che allora germogliavano, e rafforzare la stessa nostra fede cattolica e
apostolica.
[A questo punto vennero ripetuti i simboli di fede dì Nicea e
di Costantinopoli].
Sarebbe stato, dunque, già sufficiente alla piena conoscenza
e conferma della pietà questo sapiente e salutare simbolo della divina grazia.
Insegna, infatti, quanto di più perfetto si possa pensare intorno al Padre, al
Figlio e allo Spirito santo, e presenta, a chi l'accoglie con fede, l'inumanazione
del Signore.
Ma poiché quelli che tentano di respingere l'annuncio
della verità, con le loro eresie hanno coniato nuove espressioni: alcuni
cercando di alterare il mistero dell'economia dell'incarnazione del Signore per
noi, e rifiutando l'espressione Theotocos
[Madre di Dio] per la Vergine; altri introducendo confusione e mescolanza e
immaginando scioccamente che unica sia la natura della carne e della divinità, e
sostenendo assurdamente che la natura divina dell'Unigenito per la confusione
possa soffrire, per questo il presente, santo, grande e universale Sinodo,
volendo impedire ad essi ogni raggiro contro la verità, insegna che il contenuto
di questa predicazione e sempre stato identico; e stabilisce prima di tutto che
la fede dei 318 santi padri dev'essere intangibile; conferma la dottrina intorno
alla natura dello Spirito, trasmessa in tempi posteriori dai padri raccolti
insieme nella città regale contro quelli che combattevano lo Spirito santo;
quella dottrina che essi dichiararono a tutti, non certo per aggiungere qualche
cosa a quanto prima si riteneva, ma per illustrare, con le testimonianze della
Scrittura, il loro pensiero sullo Spirito santo, contro coloro che tentavano di
negarne la signoria. Per quelli, poi, che tentano di alterare il mistero
dell'economia, e blaterano impudentemente essere puro uomo, quello che nacque
dalla santa vergine Maria, [questo concilio] fa sue le lettere sinodali del
beato Cirillo, che fu pastore della chiesa di Alessandria, a Nestorio e agli
Orientali, come adeguate sia a confutare la follia nestoriana, che a dare una
chiara spiegazione a quelli che desiderano conoscere con pio zelo il vero senso
del simbolo salutare. A queste ha aggiunto, e giustamente, contro le false
concezioni e a conferma delle vere dottrine, la lettera del presule Leone,
beatissimo e santissimo arcivescovo della grandissima e antichissimo città di
Roma, scritta allarcivescovo Flaviano, di santa memoria, per confutare la
malvagia concezione di Eutiche; essa, infatti, è in armonia con la confessione
del grande Pietro, ed è per noi una comune colonna. [Questo concilio], infatti,
si oppone a coloro che tentano di separare in due figli il mistero della divina
economia; espelle dal sacro consesso quelli che osano dichiarare passibile la
divinità dell'Unigenito; resiste a coloro che pensano ad una mescolanza o
confusione delle due nature di Cristo; e scaccia quelli che affermano, da pazzi,
essere stata o celeste, o di qualche altra sostanza, quella forma umana di servo
che Egli assunse da noi; e scomunica, infine, coloro che favoleggiano di due
nature del Signore prima dell'unione, ma ne concepiscono una sola dopo l'unione.
Seguendo, quindi, i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo
a confessare un solo e medesimo Figlio: il signore nostro Gesù Cristo, perfetto
nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo,
[composto] di anima razionale e del corpo, consostanziale al Padre per la
divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, simile in tutto a noi, fuorché
nel peccato (45), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in
questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di
Dio, secondo l'umanità, uno e medesimo Cristo signore unigenito; da riconoscersi
in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo
venuta meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo
stata, anzi, salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a
formare una sola persona e ipostasi; Egli non è diviso o separato in due
persone, ma è un unico e medesimo Figlio, unigenito, Dio, verbo e signore Gesù
Cristo, come prima i profeti e poi lo stesso Gesù Cristo ci hanno insegnato di
lui, e come ci ha trasmesso il simbolo dei padri.
Stabilito ciò da noi con ogni possibile diligenza, definisce
il santo e universale Sinodo, che a nessuno sia lecito presentare, o anche
scrivere, o comporre una [formula di] fede diversa, o credere, o insegnare in
altro modo. Quelli poi che osassero o comporre una diversa formula di fede, o
presentarla, o insegnarla, o tramandare un diverso simbolo a quelli che
intendono convertirsi dall'Ellenismo alla conoscenza della verità, o dal
Giudaismo o da un'eresia qualsiasi, costoro, se sono vescovi o chierici, siano
considerati decaduti: il vescovo dal suo episcopato, i chierici dal clero; se
poi fossero monaci o laici, dovranno essere scomunicati.
CANONI
I.
I canoni di ciascun sinodo devono osservarsi
scrupolosamente.
Abbiamo creduto bene che i canoni stabiliti dai santi padri
in tutti i concili tenuti fino a questo momento, debbano conservare il loro
vigore.
II.
Che non si consacri un vescovo per denaro.
Se un vescovo fa una sacra ordinazione per denaro, e ridotto,
così, ad una vendita ciò che non si può vendere, avesse consacrato per lucro un
vescovo, o un corepiscopo, o un presbitero, o un diacono, o qualsiasi altro del
clero, o avesse promosso qualcuno, per denaro, all'ufficio di amministratore, o
di pubblico difensore, o di guardia, o qualsiasi altro ministero per turpe
desiderio di lucro, egli si espone - se il fatto è provato - al pericolo di
perdere il suo grado. D'altra parte, quegli che ha ricevuto l'ordinazione non
dovrà assolutamente riportare alcun vantaggio da una ordinazione o promozione
fatta per guadagno; venga quindi, deposto dalla sua dignità, o dall'ufficio che
ha ottenuto con denaro. Se poi qualcuno fa da mediatore in azioni così
vergognose e in così illeciti guadagni, se si tratta di un chierico, decada dal
proprio grado, se si tratta di un laico o di un monaco, sia colpito da anatema.
III.
Un chierico o un monaco non deve occuparsi di cose estranee.
Questo santo Sinodo è venuto a conoscenza che alcuni che
appartengono al clero per turpe guadagno fanno i locatari dei beni degli altri,
e si danno ad affari mondani, e, mentre non si danno alcun pensiero del servizio
del Signore, corrono invece qua e là per le case dei secolari, e per avarizia
assumono il maneggio delle altrui proprietà. Stabilisce, allora, il santo e
grande Sinodo che nessuno, in seguito, vescovo, o chierico o monaco possa
prendere in affitto beni o anche offrirsi amministratore in affari mondani, a
meno che venga chiamato, senza potersi esimere, dalle leggi alla tutela. dei
fanciulli o quando il vescovo della città incarica qualcuno di occuparsi delle
cose ecclesiastiche, o degli orfani e delle vedove, che non abbiano chi si cura
di loro, o di quelle persone che più degli altri abbiano bisogno del soccorso
della chiesa, per amore di Dio. Se qualcuno, in avvenire, tentasse di
trasgredire quanto stabilito, costui sia sottoposto alle pene ecclesiastiche.
IV.
I monaci non devono far nulla contro la volontà del Proprio vescovo né
costruire un monastero, o occuparsi di cose mondane.
Quelli che con spirito vero e sincero intraprendono la vita
solitaria devono essere stimati convenientemente: Ma poiché alcuni, col pretesto
dello stato monastico, sconvolgono le chiese e i pubblici affari, vanno di città
in città senza alcun discernimento, e presumono addirittura di costruirsi dei
monasteri, è sembrato bene che nessuno, in qualsiasi luogo, possa costruire e
fondare un monastero o un oratorio contro il volere del vescovo della città. I
monaci, inoltre, di ciascuna città e regione devono esser sottoposti al vescovo,
devono aver cara la pace, e attendere solo al digiuno e alla preghiera, nei
luoghi loro assegnati; non diano fastidio né in cose di carattere ecclesiastico
né in ciò che riguarda la vita d'ogni giorno, né prendano parte ad esse,
lasciando i propri monasteri, a meno che talvolta non sia loro comandato dal
vescovo della città per una necessità. Nessuno può accogliere nei monasteri uno
schiavo, perché si faccia monaco, contro la volontà del suo padrone. E abbiamo
stabilito che chiunque trasgredisce questa nostra disposizione sia scomunicato,
perché non si dia occasione di bestemmiare il nome del Signore (46). Bisogna
infine che il vescovo della città dedichi le necessarie cure ai monasteri.
V.
Un chierico non deve passare da una chiesa ad un'altra.
Quanto ai vescovi e chierici che passano da una città ad
un'altra, si è deciso che conservino tutto il loro vigore quei canoni che sono
stati stabiliti dai santi padri su questo argomento.
VI.
Nessun chierico deve essere ordinato assolutamente.
Nessuno dev'essere ordinato sacerdote, o diacono, o
costituito in qualsiasi funzione ecclesiastica, in modo assoluto. Chi viene
ordinato, invece, dev'essere assegnato ad una chiesa della città o del paese, o
alla cappella di un martire, o a un monastero. Il santo Sinodo comanda che una
ordinazione assoluta sia nulla, e che l'ordinato non possa esercitare in alcun
luogo a vergogna dì chi l'ha ordinato.
VII.
I chierici o i monaci non devono tornare nel mondo.
Coloro che una volta sono stati ammessi nelle file del clero
o tra i monaci non devono far parte dell'esercito né ottenere dignità mondane.
Di conseguenza, chi tenterà ciò e non farà penitenza, e non tornerà alla vita
che prima aveva scelto per Iddio, sia anatema.
VIII.
Gli ospizi dei poveri, i luoghi consacrati ai martiri e i monasteri siano
sotto la potestà del vescovo.
I chierici degli ospizi per i poveri, dei monasteri, dei
santuari dei martiri siano soggetti all'autorità dei vescovi di ciascuna città,
secondo l'uso tramandato dai santi padri, e non ricusino per superbia di essere
sottoposti al proprio vescovo. Chi tenterà di trasgredire questa disposizione,
in qualsiasi modo, e non si sottometterà al proprio vescovo, se chierico sia
punito secondo i sacri canoni, se invece monaco o laico sia privato della
comunione.
IX.
I chierici non devono adire i tribunali secolari.
Se un chierico ha una questione con un altro chierico non
trascuri il proprio vescovo per adire i tribunali secolari. La causa, invece,
sia prima sottoposta al vescovo, oppure, col suo consenso, ad arbitri scelti di
comune accordo dalle due parti. Se qualcuno agisce contro queste decisioni, sia
soggetto alle pene canoniche. Se un chierico, poi, avesse qualche questione
contro il proprio o altro vescovo, sia giudicato presso il sinodo provinciale.
Se, finalmente, un vescovo o un chierico avessero motivo di divergenza col
metropolita stesso della provincia, si rivolgano o all'esarca della diocesi, o
alla sede della città imperiale, Costantinopoli, e presso di questa si tratti la
causa.
X.
Non è lecito ad un chierico servire in due chiese di due diverse città.
Non è lecito che un chierico presti il suo servizio nello
stesso tempo in due città, in quella, cioè, nella quale fu ordinato, e in
quella, nella quale fuggì, credendola migliore, per desiderio di vana gloria.
Quelli che facessero così, devono essere richiamati alla propria chiesa, nella
quale da principio furono ordinati, ed ivi prestare il loro servizio liturgico.
Se, però, qualcuno, si fosse già trasferito da una chiesa ad un'altra, non
interferisca in nessun modo negli affari dell'altra chiesa, né nei santuari,
negli ospizi per i poveri, nelle case per forestieri che sono sotto di essa. Chi
osasse, dopo questa disposizione di questo grande e universale concilio, fare
alcunché di quanto è stato proibito, questo santo sinodo stabilisce che decada
dal proprio grado.
XI.
Quelli che hanno bisogno di assistenza siano provvisti di lettere di pace;
lettere commendatizie si diano solo a chi ha buona reputazione.
Tutti i poveri e i bisognosi di assistenza che devono
viaggiare, siano muniti, non senza indagine, di lettere ecclesiastiche o lettere
di pace, e non di commendatizie: queste devono essere rilasciate solo a persone
di buona reputazione.
XII.
Un vescovo non deve essere fatto metropolita con lettere imperiali, né una
provincia deve essere divisa in due.
Siamo venuti a sapere che alcuni, contro ogni norma
ecclesiastica, si sono rivolti alle autorità ottenendo che con una pragmatica
imperiale una provincia fosse divisa in due, con la conseguenza che in una
stessa provincia vi siano due metropoliti. Questo santo sinodo stabilisce che
per l'avvenire niente di simile possa esser fatto da un vescovo sotto pena di
decadenza dal proprio rango. Quelle città, però, che già avessero ricevuto con
lettere imperiali l'onorifico titolo di metropoli godranno del solo onore, così
pure il vescovo che governa quella chiesa, salvi, naturalmente, i privilegi
della vera metropoli.
XIII.
I chierici non possono esercitare il servizio liturgico in altre città senza
lettere commendatizie.
I chierici e i lettori forestieri non devono assolutamente
compiere un servizio liturgico in un'altra città senza le lettere commendatizie
del proprio vescovo.
XIV.
Chi appartiene all'ordine sacerdotale non può unirsi in matrimonio con
eretici.
Poiché in alcune province è permesso ai lettori e ai cantori
di sposarsi, questo santo sinodo ha deciso che non sia lecito ad alcuno di loro
prendere in moglie una donna eretica. Coloro che avessero già avuto figli da
tali nozze, se hanno già battezzato i loro figli presso gli eretici, devono
introdurli alla comunione della chiesa cattolica; se non sono stati ancora
battezzati, non possono battezzarli presso gli eretici; e neppure permettere che
si uniscano in matrimonio con un eretico, con un giudeo, o con un gentile, se la
persona che si unisce a colui che è ortodosso non dichiari di convertirsi alla
vera fede. Se qualcuno trasgredirà la prescrizione di questo santo concilio,
venga assoggettato alle sanzioni ecclesiastiche.
XV.
Delle diaconesse.
Non si ordini diacono una donna prima dei quarant'anni, e non
senza diligente esame. Se per caso dopo avere ricevuto l'imposizione delle mani
ed avere vissuto per un certo tempo nel ministero, osasse contrarre matrimonio,
disprezzando con ciò la grazia di Dio, sia anatema insieme a colui che si è
unito a lei.
XVI .
Le vergini consacrate a Dio non devono sposarsi.
Non è lecito ad una vergine che si sia consacrata al Signore
Iddio, e così pure ad un monaco, contrarre matrimonio. Chi ciò facesse, sia
scomunicato. Abbiamo tuttavia stabilito essere in potere del vescovo locale
mostrare verso di essi una misericordiosa comprensione.
XVII.
Sulle parrocchie di campagna.
Le parrocchie rurali o di villaggio che appartengono ad una
chiesa, rimangano assolutamente assegnate a quei vescovi che presiedono ad esse,
specialmente se per un tempo di trent'anni le abbiano amministrate con pacifico
possesso. Se poi entro tale tempo sia sorta, o sorga qualche contestazione, è
permesso a coloro che affermano di essere stati lesi nei loro diritti, di
portare la questione dinanzi al sinodo della provincia. Nel caso che qualcuno
venga danneggiato dal proprio metropolita, costui sia giudicato o presso
l'esarca della diocesi, o presso il tribunale di Costantinopoli. Se poi una
città fosse stata fondata o è fondata dal potere imperiale, anche l'ordinamento
delle parrocchie ecclesiastiche segua le circoscrizioni civili e pubbliche.
XVIII.
I membri dell'ordine sacerdotale non possono congiurare o cospirare.
Il delitto di congiura e di cospirazione è proibito anche
dalle leggi civili, tanto più dev'essere proibito nella chiesa di Dio. Se,
quindi, alcuno, chierico o monaco, prenderà parte a congiure, entrerà in società
cospirativi oppure ordirà insidie contro i vescovi o contro i colleghi chierici,
sia senz'altro dichiarato decaduto dal suo grado.
XIX.
Due volte all'anno bisogna celebrare i sinodi in ciascuna provincia.
E’ giunto alle nostre orecchie che nelle province non si
tengono i sinodi dei vescovi stabiliti dai sacri canoni, e che, di conseguenza,
vengono trascurati molti degli affari ecclesiastici che avrebbero bisogno di
riforma. Pertanto il santo concilio stabilisce, in conformità ai canoni dei
padri, che due volte all'anno i vescovi di ciascuna provincia si riuniscano nel
luogo scelto dal vescovo metropolita e trattino le questioni in sospeso. 1
vescovi che non prenderanno parte alle riunioni, standosene nelle loro città pur
essendo in buona salute e liberi da impegni urgenti e necessari, siano
fraternamente ripresi.
XX.
Un chierico non deve trasferirsi da una città all'altra.
I chierici addetti al servizio di una chiesa, come già
abbiamo stabilito, non possono essere addetti alla chiesa di un'altra città;
amino piuttosto quella, nella quale furono stimati degni di prestare il loro
servizio fin dall'inizio, eccetto quelli che, perduta la loro patria, per
necessità hanno dovuto trasmigrare altrove. Se avvenisse che un vescovo, dopo
questa disposizione, accolga un chierico appartenente ad un altro vescovo, sia
scomunicato tanto chi ha ricevuto, quanto chi è stato ricevuto, finché il
chierico che ha emigrato non abbia fatto ritorno alla propria chiesa.
XXI.
Chi accusa i vescovi deve essere di buona fama.
I chierici o laici che accusano i vescovi o chierici non
siano ammessi all'accusa semplicemente e senza previo esame, prima deve essere
fatta un'inchiesta sulla fama di cui godono.
XXII.
I chierici, dopo la morte del proprio vescovo, non devono appropriarsi dei
suoi beni.
Non è lecito ai chierici, dopo la morte del proprio vescovo,
appropriarsi dei suoi beni, come del resto è stato interdetto dai canoni
antichi; quelli che osassero ciò rischiano di perdere il loro grado.
XXIII.
Che siano cacciati da Costantinopoli i chierici e i monaci forestieri che
fanno confusione.
E’ giunto alle orecchie del santo sinodo che alcuni chierici
o monaci, senza mandato del loro vescovo, e anzi, addirittura scomunicati da
lui, venuti nella città imperiale di Costantinopoli, vi vivono da molto,
provocando sommosse, turbando l'ordine nella chiesa, e saccheggiando le case di
qualcuno. Pertanto, questo santo sinodo ordina che costoro siano prima ammoniti
dal pubblico difensore della chiesa santissima di Costantinopoli, perché se ne
vadano dalla città imperiale. Se poi continuano nella stessa condotta senza
alcuna vergogna, siano scacciati dal medesimo difensore anche contro la loro
volontà, e raggiungano le loro città.
XXIV.
I monasteri non devono diventare degli alberghi.
I monasteri una volta consacrati per volontà del vescovo,
rimangano monasteri per sempre, e ciò che ad essi appartiene sia conservato al
monastero. I monasteri non devono diventare abitazioni mondane; e chi avrà
permesso questo, sia sottoposto alle pene stabilite dai sacri canoni.
XXV.
Una chiesa non deve rimanere priva del vescovo per più di tre mesi.
Poiché alcuni metropoliti, come abbiamo saputo, trascurano le
greggi loro affidate, e rimandano le ordinazioni dei vescovi, è sembrato bene al
santo sinodo che le ordinazioni dei vescovi debbano essere fatte entro tre mesi,
a meno che una assoluta necessità non consigli di prolungare l'intervallo. Chi
non agisce così, sarà soggetto alle sanzioni ecclesiastiche. I redditi della
chiesa vacante saranno conservati intatti dall'amministratore della stessa
chiesa.
XXVI.
Ogni vescovo deve amministrare i beni della propria diocesi attraverso un
economo.
Poiché in alcune chiese, come abbiamo sentito dire, i vescovi
amministrano i beni ecclesiastici senza un economo, disponiamo che ogni chiesa
che ha un vescovo abbia anche un economo, scelto dal proprio clero, il quale
amministri i beni della chiesa sotto l'autorità del proprio vescovo. Ciò, perché
l'amministrazione della chiesa non sia fatta senza controllo, e, di conseguenza,
non vengano dilapidati i beni ecclesiastici, e non ne nasca il disprezzo per il
sacerdozio stesso. Se il vescovo non agirà in conformità a queste disposizioni,
andrà soggetto alle leggi divine.
XXVII.
Non si deve usare violenza ad una donna a scopo di matrimonio.
Chi rapisce una fanciulla sotto pretesto di sposarla; chi
coopera o aiuta chi rapisce, questo santo sinodo stabilisce che, se si tratta di
chierici, decadano dal proprio rango, se monaci o laici, che vengano
anatematizzati.
XXVIII.
Voto sui Privilegi della sede di Costantinopoli.
Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso atto
del canone [III] or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio, che sotto Teodosio il
Grande, di pia memoria, allora imperatore si riunirono nella città imperiale di
Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e decretiamo le stesse cose
riguardo ai privilegi della stessa santissima chiesa di Costantinopoli, nuova
Roma. Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell'antica Roma,
perché la città era città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 vescovi diletti
da Dio concessero alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere
l'imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a quelli dell'antica
città imperiale di Roma, eguali privilegi anche nel campo ecclesiastico e che
fosse seconda dopo di quella. Di conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi
del Ponto, dell'Asia, della Tracia, ed inoltre i vescovi delle parti di queste
diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede
della santissima chiesa di Costantinopoli. E’ chiaro che ciascun metropolita
delle diocesi sopraddette potrà, con i vescovi della sua provincia, ordinare i
vescovi della sua provincia, come prescrivono i sacri canoni; e che i
metropoliti delle diocesi che abbiamo sopra elencato, dovranno essere consacrati
dall'arcivescovo di Costantinopoli, a condizione, naturalmente, che siano stati
eletti con voti concordi, secondo l'uso, e presentati a lui.
XXIX
Un vescovo allontanato dalla propria sede non deve essere computato fra
presbiteri.
I magnificentissimi e gloriosissimi imperatori dissero: "che
pensa il santo sinodo dei vescovi consacrati da Fozio, vescovo piissimo, e
rimossi dal religiosissimo vescovo Eustazio, e obbligati ad essere, dopo
l'episcopato, dei semplici sacerdoti?".
I reverendissimi vescovi Pascasino e Lucenzio e il sacerdote
Bonifacio, rappresentanti della sede di Roma, dissero: "ridurre un vescovo al
grado di semplice sacerdote, è un sacrilegio. Se, infatti per un giusto motivo
essi debbono essere sospesi dall'esercizio dell’episcopato, non devono neppure
avere il posto di presbiteri. Se poi sono stati rimossi dalla loro carica senza
colpa, devono essere reintegrati nella loro dignità di vescovi".
Il piissimo Anatolio, arcivescovo di Costantinopoli, disse:
"quelli che sono stati ridotti dalla dignità vescovile al grado di presbiteri,
se sono stati condannati per motivi ragionevoli, certamente non sono degni
neppure della dignità di presbiteri. Se poi sono stati ridotti al grado
inferiore senza motivo, giustamente, se risulta che sono innocenti, devono
riprendere la dignità e le funzioni dell'episcopato".
XXX.
Gli Egizi sono senza colpa Per non aver sottoscritto la lettera di Leone
vescovo di Roma.
I magnificentissimi e gloriosissimi imperatori e il
gloriosissimo senato dissero: "poiché i piissimi vescovi della chiesa d'Egitto,
senza avere affatto l'intenzione di opporsi alla fede cattolica, hanno per il
momento rimandato di sottoscrivere la lettera del santissimo arcivescovo Leone,
dicendo esser costume nella diocesi d'Egitto di non far nulla di simile senza il
volere e la disposizione del loro arcivescovo; e poiché credono che si debba
concedere loro una dilazione fino alla consacrazione del futuro vescovo della
grande città di Alessandria, ci è sembrato giusto e umano che venga concesso ad
essi di rimanere nella città imperiale senza sanzioni, e la richiesta dilazione,
fino a che venga consacrato l'arcivescovo della grande città di Alessandria".
Il piissimo vescovo Pascasino, legato della sede apostolica
di Roma, disse: "se la vostra Gloria dispone e comanda che si usi a loro
riguardo una certa umanità, diano, però, essi la garanzia che non usciranno da
questa città, fino a che la città di Alessandria non abbia avuto il suo
vescovo".
Allora i magnificentissimi e gloriosissimi principi e il
glorioso senato dissero: "sia accolto il voto del santissimo vescovo Pascasino.
Quindi, rimanendo nel proprio stato, i piissimi vescovi degli egiziani daranno
delle garanzie, se è loro possibile, o faranno fede con giuramento, attendendo
l'ordinazione del futuro vescovo della grande città degli alessandrini".
Note
(1) Sal 35, 4
(2) Cfr. Eb 2, 14
(3) Mt 1, 1
(4) Rm 1, 3
(5) Gen 22, 18
(6) Gal 3, 16
(7) Is 7, 44
(8) Is 9, 6
(9) Lc 1, 35
(10) Cfr. Pr 9, 1
(11) Gv 1, 14
(12) I Tm 2, 5
(13) Cfr. Fil 2, 7
(14) Gv 1, 1
(15) Gv 1, 14
(16) Gv 1, 3
(17) Gal 4, 4
(18) Mt 3, 17
(19) Cfr Mt 4, 1.11
(20) Cfr Mt 14, 17.21
(21) Cfr Gv 4, 14
(22) Cfr Mt 14, 25
(23) Cfr Lc 8, 24
(24) Cfr Gv 11, 35
(25) Cfr Gv 11, 39.43
(26) Cfr Mt 27, 45.51
(27) Cfr Lc 23, 43
(28) Gv 10, 30
(29) Gv 14, 28
(30) I Cor 2, 8
(31) Mt 16, 13.15
(32) Mt 16, 16
(33) Cfr At 1, 3-4
(34) Cfr Gv 20, 19.22
(35) Cfr Lc 24, 46
(36) Cfr Gv 20, 27
(37) Lc 24, 39
(38) I Gv 19, 34
(39) Cfr Gv 19, 34
(40) Cfr I Pt 1, 2
(41) I Pt 1, 18
(42) I Gv 1, 7
(43) I Gv 5, 4-8
(44) Gv 14, 27
(45) Cfr. Eb 4, 15
(46) Cfr. Rm 2, 24; I Tm 6, 1
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