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Dal 23 luglio 1431 al 7 maggio 1437. 25
sessioni.
Trasferimento a Ferrara ad opera di Eugenio IV (1431-1447) il 18 settembre
1437, definitivamente il l gennaio 1438; da lì a Firenze il 16 gennaio 1439.
Qui unione coi Greci il 6 luglio 1439, con gli Armeni il 22 novembre, con i
copti il 4 febbraio 1442. Trasferimento a Roma il 25 aprile 1442, qui unione
con i Siri il 30 novembre 1444 e con i Caldei e i Maroniti di Cipro il 7
agosto 1445
Concilio di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma
SESSIONE VI (6 luglio 1439) [Firenze]
(Definizione del santo concilio
ecumenico fiorentino).
ugenio
vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria. Col consenso per quanto
segue del nostro carissimo figlio Giovanni Palcologo, nobile imperatore dei
Romani, dei rappresentanti dei venerabili fratelli nostri patriarchi, e degli
altri che rappresentano la chiesa orientale.
Si rallegrino i cieli ed esulti la terra
(44): è stato abbattuto il muro che divideva la chiesa occidentale e quella
orientale ed è tornata la pace e la concordia, poiché
quella pietra angolare, Cristo, che ha fatto delle due
cose una sola (45), vincolo fortissimo di carità e
di pace, ha congiunto le due pareti e le ha unite e le tiene strette col vincolo
della perfetta unità. E dopo la lunga nebbia della tristezza e la scura e
spiacevole caligine della lunga separazione, è apparso a tutti il raggio sereno
della desiderata unione.
Gioisca anche la madre chiesa, che ormai vede i suoi figli,
fino a questo momento separati, tornare all'unità e alla pace; essa, che prima
piangeva amaramente per la loro separazione, ringrazi l'onnipotente Dio con
ineffabile gaudio per la loro meravigliosa concordia di oggi. Esultino tutti i
fedeli in ogni parte del mondo, e i cristiani si rallegrino con la loro madre,
la chiesa cattolica.
Ecco, infatti: i padri occidentali ed orientali, dopo un
lunghissimo periodo di dissenso e di discordia, esponendosi ai pericoli del mare
e della terra, superate fatiche di ogni genere, sono venuti, lieti e gioiosi, a
questo sacro concilio ecumenico col desiderio di rinnovare la sacratissima
unione e l'antica carità. E la loro attesa non è stata vana.
Infatti dopo lunga e laboriosa ricerca finalmente, per la
clemenza dello Spirito santo, hanno raggiunto la desideratissima e santissima
unione. Chi potrebbe, quindi, rendere le dovute grazie per i benefici di Dio
onnipotente? (46) Chi potrebbe non meravigliarsi per l'abbondanza di una cosi
grande misericordia divina? Chi avrebbe un cuore tanto indurito da non essere
commosso dalla grandezza della divina pietà?
Tali opere sono schiettamente divine, non frutto dell'umana
fragilità. Esse devono essere accolte, quindi, con somma venerazione e celebrate
con lodi a Dio. A te la lode, a te la gloria, a te il ringraziamento, Cristo,
fonte di misericordie, che hai ricolmato di tanto bene la tua sposa, la chiesa
cattolica ed hai mostrato a questa nostra generazione i prodigi della tua pietà,
perché tutti lodino le tue meraviglie (47).
Dio, infatti, ci ha fatto davvero un dono grande e divino e
abbiamo visto coi nostri occhi quello che molti, prima di noi avevano
intensamente desiderato, ma non avevano potuto vedere (48).
Radunatisi, infatti, i Latini e i Greci in questo sacrosanto
concilio ecumenico, gli uni e gli altri hanno posto grande impegno perché, tra
le altre cose, con somma diligenza e assidua. ricerca fosse discusso anche
l'articolo della divina processione dello Spirito santo.
Addotte, quindi, le testimonianze scavate dalle divine
scritture e da molti passi dei santi dottori orientali ed occidentali, poiché
qualcuno dice che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio, qualcuno,
invece, che procede dal Padre attraverso il Figlio, dato che con diverse
formulazioni tutti intendono la medesima realtà, i Greci affermano che dicendo
che lo Spirito santo procede dal Padre non intendono escludere il Figlio; ma
poiché sembrava loro, come dicono, che i Latini asseriscono che lo Spirito santo
procede dal Padre e dal Figlio come da due principi e da due spirazioni, per
questo si astengono dal dire che lo Spirito santo procede dal Padre e dal
Figlio.
I Latini dal canto loro affermano che dicendo che lo Spirito
santo procede dal Padre e dal Figlio non intendono escludere che il Padre sia la
fonte e il principio di ogni divinità, cioè del Figlio e dello Spirito santo; né
vogliono negare che il Figlio abbia dal Padre [il fatto] che lo Spirito santo
procede dal Figlio; né ritengono che vi siano due principi o due spirazioni; ma
affermano che unico è il principio ed unica la spirazione dello Spirito santo,
come finora hanno asserito.
E poiché da tutto ciò scaturisce un unico ed identico senso
della verità, finalmente con lo stesso senso e con lo stesso significato essi si
sono intesi e hanno convenuto nella seguente formula d'unione, santa e gradita a
Dio.
Nel nome della santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo,
con l'approvazione di questo sacro ed universale concilio fiorentino, definiamo
che questa verità di fede debba essere creduta e accettata da tutti i cristiani;
e così tutti debbono professare che lo Spirito santo è eternamente dal Padre e
dal Figlio, che ha la sua essenza e l'essere sussistente ad un tempo dal Padre e
dal Figlio, e che dall'eternità procede dall'uno e dall'altro come da un unico
principio e da un'unica spirazione; e dichiariamo che quello che affermano i
santi dottori e padri - che lo Spirito santo procede dal Padre
per mezzo del Figlio, - tende a far comprendere che anche il
Figlio come il Padre è causa, secondo i Greci, principio, secondo i Latini,
della sussistenza dello Spirito santo.
E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha
dato al Figlio con la generazione, meno l'essere Padre; questa stessa
processione della Spirito santo dal Figlio l'ha dall'eternità anche il Figlio
dal Padre, da cui è stato pure eternamente generato.
Definiamo, inoltre, che la spiegazione data con l'espressione
Filioque, è stata lecitamente e ragionevolmente aggiunta al simbolo per rendere
più chiara la verità e per necessità allora incombenti.
Similmente definiamo che nel pane di frumento, sia azzimo che
fermentato, si consacra veramente il corpo del Cristo, e che i sacerdoti devono
consacrare il corpo del Signore nell'uno o nell'altro, ciascuno, cioè, secondo
la consuetudine della sua chiesa, occidentale o orientale.
Inoltre definiamo che le anime di chi, veramente pentito,
muore nell'amore di Dio, prima di aver soddisfatto per i peccati e le omissioni
con degni frutti di penitenza, vengono purificate dopo la morte con le pene del
purgatorio; che, perché siano sollevate da queste pene, sono loro utili i
suffragi dei fedeli viventi, cioè il sacrificio della messa, le preghiere, le
elemosine, ed altre pratiche di pietà, che i fedeli usano offrire per gli altri
fedeli, secondo le consuetudini della chiesa.
Le anime di quelli che dopo aver ricevuto il battesimo non
sono incorse in nessuna macchia; e anche quelle che, dopo aver contratto la
macchia del peccato, sono state purificate o durante la loro vita, o, come sopra
è stato detto, dopo essere state spogliate dai loro corpi, vengono subito
accolte in cielo e vedono chiaramente Dio stesso, uno e trino, cosi com'è,
nondimeno uno più perfettamente dell'altro, a seconda della diversità dei
meriti. Invece, le anime di quelli che muoiono in peccato mortale attuale, o
anche solo nel peccato originale, scendono subito nell'inferno; subiranno
tuttavia la punizione con pene diverse.
Definiamo inoltre che la santa sede apostolica e il romano
pontefice hanno il primato su tutta la terra; che lo stesso romano pontefice è
il successore del beato Pietro principe degli apostoli e vero vicario di Cristo,
capo di tutta la chiesa e padre e maestro di tutti i cristiani; che a lui, nel
beato Pietro, è stato dato da nostro signore Gesù Cristo pieno potere di
pascere, reggere e governare la chiesa universale, come del resto è detto (49)
negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni.
Rinnoviamo, infine, l'ordine trasmesso nei canoni tra gli
altri venerabili patriarchi, per cui il patriarca di Costantinopoli sia il
secondo dopo il santissimo pontefice romano; che il terzo sia il patriarca
alessandrino; il quarto quello di Antiochia; il quinto quello di Gerusalemme,
salvi tutti i loro privilegi e diritti.
SESSIONE VII (4 settembre 1439)
(Decreto del concilio fiorentino contro
il concilio di Basilea).
Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria.
Mosè, uomo di Dio, zelante per la salvezza del popolo
affidatogli e temendo che l'ira di Dio si abbattesse su di esso, se avesse
seguito lo scisma sedizioso di Core, Datan e Abiron, per comando di Dio disse a
tutto il popolo: Allontanatevi dalle tende degli
empi, e non toccate quanto loro appartiene, perché non siate coinvolti nei loro
peccati (50). Aveva compreso, infatti, per
ispirazione del Signore stesso, che quei sediziosi e scismatici avrebbero
ricevuto una gravissima punizione, come poi mostrarono gli avvenimenti, quando
la terra stessa non poté sostenerli e li inghiotti, per giusto giudizio di Dio;
e cosi discesero viventi nell'inferno.
Cosi anche noi, cui il signore Gesù Cristo, anche se
indegni, si è degnato affidare il suo popolo, sentendo il delitto esecrando che
alcuni scellerati hanno perpetrato in questi ultimi giorni a Basilea per
scindere l'unità della santa chiesa, e temendo che possano sedurre con le loro
frodi gli incauti e avvelenarli, ci vediamo costretti a gridare con uguali
espressioni allo stesso popolo del signore nostro Gesù Cristo:
Allontanatevi dalle tende degli empi
(51); tanto più che il popolo cristiano è molto più numeroso di quello dei
Giudei di allora e la chiesa è più santa della sinagoga, e il vicario di Cristo
è superiore per autorità e dignità allo stesso Mosè.
Questa empietà dei Basileesi già da tempo l'avevamo prevista;
vedevamo infatti quel concilio scivolare verso la tirannide: molti di grado
inferiore, allora, venivano costretti ad andare o a restare secondo l'arbitrio
dei capi di una fazione; i voti e i giudizi di parecchi venivano estorti con
diversi artifici ed altri venivano ingannati con buie ed inganni; e quasi tutto
doveva sottostare a cospirazioni, congiure, accaparramenti, conciliaboli, e per
ambizione del papato si cercava di allungare all'infinito la durata del
concilio, dove, infine, si introducevano innumerevoli novità, disordini,
deformazioni e si perpetravano quasi infiniti mali, cui concorrevano anche
chierici costituiti negli ordini sacri, ma ignoranti, inesperti, vagabondi,
indisciplinati, fuggiaschi, apostati, condannati per crimini, fuggiti dalle
carceri, ribelli a noi e ai loro superiori ed altri simili campioni, i quali
attingevano da questi maestri di scelleratezze ogni macchia di corruzione.
Notiamo ancora per quanto riguarda l'opera santissima
dell'unione della chiesa orientale, che noi la vedevamo in, serio pericolo
proprio per l'inganno di alcuni faziosi.
Volendo, quindi, provvedere a tanti mali, almeno per quanto
era in noi, per le ragioni accennate e per altre cause ragionevoli e necessarie,
chiaramente esposte nel decreto di traslazione, col consiglio dei nostri
venerabili fratelli cardinali della santa chiesa romana, con la piena
approvazione di moltissimi venerabili fratelli e diletti figli arcivescovi,
vescovi, abati e di altri prelati e maestri e dottori, abbiamo trasferito il
concilio di Basilea nella città di Ferrara, dove abbiamo dato anche l'avvio, con
l'aiuto di Dio, al concilio ecumenico con la chiesa occidentale ed orientale.
Poi, sopravvenuto il contagio della peste e dato che esso non
cessava, con la grazia di Dio e con l'approvazione del sacro concilio lo abbiamo
trasferito in questa città di Firenze; qui il piissimo e clementissimo Iddio ha
mostrato le sue meraviglie: infatti lo scisma dannosissimo che si protraeva
nella chiesa di Dio con enorme danno di tutta la cristianità da quasi
cinquecento anni, alla cui estirpazione si erano duramente affaticati moltissimi
santi pontefici nostri predecessori, molti re e principi ed altri cristiani con
grandi fatiche e spese, finalmente, dopo molte discussioni pubbliche e private
in entrambe le città, dopo diverse trattative e non poche fatiche, è stato
eliminato ed è stata felicemente realizzata la santissima unione dei Latini e
dei Greci, come più ampiamente viene riferito nel decreto precedentemente
emanato e solennemente promulgato.
Perciò, rendendo all'eterno Padre innumerevoli grazie e
gioiendo con tutto il popolo fedele, abbiamo offerto a Lui il sacrificio del
giubilo e della lode. Abbiamo visto, infatti, chiamato alla terra promessa, non
un solo popolo come quello Ebreo, ma popoli e nazioni e genti di ogni lingua
(52) incontrarsi per proclamare e servire unanimemente la divina verità; per cui
sorge ormai anche la grande speranza che lo stesso sole di giustizia (53), che
sorge in oriente, estenda i raggi
della sua luce alle tenebre di molte altre genti, anche
infedeli, e si operi la salvezza di Dio fino agli ultimi confini della terra
(54).
Di tutto ciò abbiamo già, per divina volontà, ottime garanzie
poiché Dio onnipotente, per mezzo nostro, ci ha concesso che gli ambasciatori
degli Armeni giungessero in questi giorni dalle lontanissime parti del
settentrione presso di noi, presso la sede apostolica e presso questo sacro
concilio con pieni poteri.
Questi, considerandoci e venerandoci come il beato Pietro,
principe degli apostoli, e riconoscendo nella stessa sede apostolica la madre e
la maestra di tutti i fedeli, hanno affermato di essere venuti ad essa e al
concilio per ottenere cibo spirituale e la verità della sana dottrina. Per
questo avvenimento abbiamo di nuovo reso molte grazie al nostro Dio.
Ma lo spirito trema nel ricordare quante molestie, quante
opposizioni, quante persecuzioni abbiamo incontrato finora in questa divina
opera, e non certo dai Turchi o dai Saraceni, ma da chi si dice cristiano.
Riferisce s. Gerolamo che dai tempi di Adriano fino
all'impero di Costantino sul luogo della resurrezione del Signore i pagani
veneravano una statua di Giove e sul dirupo della croce una statua marmorea di
Venere: gli autori della persecuzione credevano che avrebbero spento in noi la
fede nella resurrezione e nella croce se avessero profanato quei luoghi coi loro
idoli.
Qualcosa di simile è perpetrato in questi giorni,
contro di noi e la chiesa di Dio da quegli sciagurati che sono a Basilea;
sennonché quello è stato fatto da pagani, che non conoscevano il vero Dio;
questo, da gente che lo conosce e lo odia (55); quindi
la loro superbia, come dice
il profeta, cresce sempre
(56), e tanto più pericolosamente, inquantoché essi diffondono i loro veleni col
pretesto della riforma, che essi però hanno sempre avuto in orrore per se
stessi.
Per prima cosa, infatti, questi fautori di ogni scandalo a
Basilea hanno mancato di fede ai Greci. Essi avevano appreso dagli ambasciatori
degli stessi Greci e della chiesa orientale che il nostro carissimo figlio in
Cristo Giovanni Paleologo, illustre imperatore dei Romani, Giuseppe, patriarca
di Costantinopoli, di buona memoria, e gli altri sia prelati che membri della
chiesa orientale intendevano recarsi al luogo legittimamente scelto per la
celebrazione del concilio ecumenico dai nostri legati e presidenti e da altri
dei più insigni personaggi a cui, dopo gravi dissensi tra i partecipanti al
concilio, era stato devoluto il diritto di scegliere il luogo, secondo l'accordo
raggiunto col comune consenso del concilio stesso. Sapendo anche che noi, dietro
supplica e istanza dei suddetti ambasciatori nel concistoro generale di Bologna,
avevamo confermato questa scelta e inviavamo a Costantinopoli le galere e le
altre cose necessarie per l'opera di questa santissima unione con molte fatiche
e denaro, hanno osato indirizzare un volgare documento di ammonizione o di
citazione contro di noi e i suddetti cardinali, per interrompere questa santa
impresa, e mandarlo all'imperatore e al patriarca di Costantinopoli per
distoglierli - loro e tutti gli altri - dal venire. Sapevano bene, infatti, che
essi, come si è detto, non sarebbero andati assolutamente in nessun altro posto,
fuorché in quello scelto.
Inoltre, quando essi hanno saputo che l'imperatore, il
patriarca e gli altri erano giunti da noi per l'opera santissima dell'unione,
hanno tentato di tendere a quest'opera divina un altro laccio di empietà
emanando cioè contro di noi un'empia sentenza di sospensione dall'esercizio del
papato.
Da ultimo, questi maestri di scandali, - in verità pochissimi
di numero, e quasi tutti di modestissima condizione e di nessun nome - veri
odiatori della pace, accumulando iniquità su iniquità temendo di trovarsi
davanti alla giustizia del Signore (57) accortisi che la grazia dello Spirito
santo per l'unione dei Greci gia operava in noi, deviando dalla retta via per i
tortuosi sentieri dell'errore, il 16 maggio scorso hanno tenuto una pretesa
sessione, dichiarando di attenersi ad alcuni decreti, anche se emanati da una
sola delle tre obbedienze, dopo la fu-a di colui che nella sua obbedienza era
chiamato Giovanni XXIII quando a Costanza vi era ancora lo scisma. Essi hanno
enunciato, considerando noi, tutti i principi e prelati e gli altri fedeli e
devoti della sede apostolica come eretici, tre proposizioni, che chiamano verità
di fede, e che sono contenute in queste frasi:
"La verità che enuncia il potere del concilio generale,
espressione della chiesa universale, sul papa e su chiunque altro, dichiarata
dai concili generali di Costanza e da questo di Basilea, è verità di fede
cattolica.
Questa verità che il papa non può con la sua autorità
sciogliere o prorogare ad altro tempo o trasferire da un luogo ad un altro,
senza il suo consenso, un concilio generale espressione della chiesa universale,
legittimamente riunito per le materie dichiarate nella suddetta verità o qualche
loro punto particolare, è verità di fede cattolica.
Chi pertinacemente non accetta le predette verità dev'essere
considerato eretico (58).
In ciò sono dannosissimi, perché camuffano la loro malvagità
sotto parvenza di verità di fede e distorcono il concilio di Costanza ad un
significato empio, riprovevole e dei tutto alieno dalla sua dottrina; e seguono
l'insegnamento di tutti gli scismatici ed eretici, che cercano sempre di
costruirsi i loro erronei ed empi dogmi sulla base delle divine scritture e dei
santi padri, interpretati perversamente.
Finalmente, allontanando completamente
il loro cuore e svolgendo
altrove i loro occhi per non vedere il cielo e per
non ricordare i giudizi dei giusti (59) a
somiglianza di Dioscoro e del condannato sinodo di Efeso, con inespiabile
scelleratezza sono giunti ad emanare una velenosa ed esecrabile sentenza circa
la pretesa privazione della dignità e dell'Ufficio del sommo apostolato, il cui
contenuto, inaccettabile per ogni mente sana, intendiamo qui sufficientemente
espresso; e non hanno trascurato nulla, per quanto era in loro, per far
naufragare completamente questo incomparabile beneficio dell'unione.
O figli miseri e degeneri! O generazione malvagia e adultera!
(60) Cosa c'è di più crudele di questa empietà ed iniquità? Cosa si può pensare
di più detestabile, di più orribile, di più pazzo?
Avevano detto, un tempo, che niente di meglio né di più
glorioso ed utile di questa santissima unione era stato mai visto o sentito in
mezzo al popolo cristiano dai primi tempi della chiesa; e che non era bene, in
cosa di tanta importanza, far questione di luogo, ma che per conseguirla si
doveva essere disposti non solo a mettere i repentaglio i possessi di questo
mondo, aria il corpo e la vita stessa; e per questo hanno gridato per tutto il
mondo e hanno messo sottosopra il popolo cristiano, come si può desumere dai
loro decreti e dalle loro lettere. Ora, invece, perseguitano tutto ciò con tanto
furore, con tanta empietà da sembrare che siano confluiti a quel latrocinio di
Basilea tutti i demoni del mondo.
E benché Dio non abbia permesso finora che la loro iniquità,
che sempre mentisce loro (61), prevalesse, poiché, tuttavia, essi cercano con
tutte le loro forze di portare a compimento l'abominazione della desolazione
nella chiesa di Dio (62), noi, non potendo in nessun modo ignorare tutto ciò
senza gravissima offesa di Dio e pericolo imminente di confusione e abominazione
nella sua chiesa, secondo il dovere del nostro ufficio pastorale, - anche perché
molti, accesi dello zelo di Dio, ci sollecitano a ciò - intendiamo ovviare a
tanti mali e, per quanto è in noi, opportunamente e salutarmente provvedere,
eliminando questa odiosa empietà e perniciosissima peste dalla chiesa di Dio.
Seguendo, perciò, le orme dei nostri predecessori, soliti,
come scrive papa Nicola di santa memoria, cancellare anche i concili iniquamente
celebrati dai sommi pontefici, come avvenne del concilio universale efesino
secondo, - che papa Leone rinnegò, riconoscendo autorità a quello di Calcedonia,
con la nostra autorità apostolica e con l'approvazione di
questo sacro concilio fiorentino, rinnoviamo il solenne e salutare decreto
contro quei sacrileghi, da noi pubblicato nel sacro concilio generale di Ferrara
il 15 febbraio 1438; decreto con cui, tra l'altro, con l'approvazione dello
stesso concilio, dichiarammo che tutti e singoli quelli che a Basilea, sotto il
nome del preteso concilio - che è piuttosto una conventicola -, contravvenivano
al trasferimento e alla dichiarazione da noi fatti, ed osavano cose scandalose e
nefande - anche se si fosse trattato di persone rivestite della dignità
cardinalizia, patriarcale, arcivescovile, vescovile, abbaziale, o di qualsiasi
altra dignità ecclesiastica o secolare - sarebbero incorsi nelle pene di
scomunica, di privazione delle dignità, dei benefici ed uffici, e di inabilità
ad averne in futuro, contenute nelle nostre lettere di trasferimento.
Stabiliamo e decretiamo di nuovo che tutto ciò che è stato
fatto e tentato dagli empi che sono a Basilea, di cui si fa menzione nel nostro
decreto di Ferrara, e ugualmente ciò che è stato fatto, compiuto, tentato dopo,
e specialmente nelle due pretese sessioni, o, per essere più precisi
cospirazioni cui abbiamo accennato da ultimo e tutto ciò che possa essere
seguito da esse o che potrebbe derivarne in futuro, poiché si tratta di cose
fatte da uomini empi, senza alcuna potestà, ma. rigettati e riprovati da Dio, è
stato ed è tutto nullo, vano e senza effetto, come atti presunti e assolutamente
privi di efficacia, valore ed importanza.
Con l'approvazione del santo concilio, inoltre, condanniamo e
riproviamo le proposizioni sopra menzionate nel senso corrotto inteso dagli
stessi Basileesi, contrario al senso genuino delle sacre scritture, dei santi
padri e dello stesso concilio di Costanza; ed inoltre la asserita sentenza di
privazione, di cui si è parlato, con tutte le conseguenze già verificatesi o che
si verificheranno in futuro: sono, infatti, empie e scandalose, e tendono ad un
aperto scisma nella chiesa di Dio e al sovvertimento di ogni ordine
ecclesiastico e del potere cristiano.
Decretiamo anche e dichiariamo che tutti e singoli quelli di
cui parliamo sono stati e sono scismatici ed eretici e che come tali, oltre alle
pene stabilite nel concilio di Ferrara, sono da punirsi nel modo meritato con
tutti i loro fautori o difensori, di qualunque stato, condizione o grado, sia
ecclesiastico che secolare, anche se fossero insigniti della dignità,
cardinalizia, patriarcale, arcivescovile, vescovile, abbaziale, o di qualsiasi
altra dignità, perché abbiano la meritata. parte con i predetti Core, Datan e
Abiron (63).
SESSIONE VIII (22 novembre 1439)
(Bolla di unione degli Armeni).
Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria.
Lodate Dio, nostra forza, glorificate il Dio di
Giacobbe (64) voi tutti che avete il nome di
cristiani. Ecco, il Signore, infatti, ricordandosi
ancora della sua Misericordia
(65), si è degnato rimuovere dalla sua chiesa un'altra causa di dissenso, che
durava da oltre novecento anni. Colui che mantiene
la concordia nei cieli (66)
e in terra è pace per gli uomini di buona volontà
(67) ci ha concesso, nella sua ineffabile misericordia, la desideratissima
riunione degli Armeni.
Sia benedetto Dio, Padre del signore nostro Gesù
Cristo, padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, il quale si degna
consolarci in ogni nostra tribolazione (68).
Infatti, il Signore piissimo vedendo che la sua chiesa, ora
dall'esterno (69) ora
dall'interno, è agitata da non piccole difficoltà, si degna consolarla e
rafforzarla ogni giorno in molti modi, perché possa respirare tra le angustie e
sia capace di far fronte a problemi sempre maggiori.
Poco fa egli ha restituito nel vincolo di fede e di
carità con la sede apostolica i Greci che comprendono molte nazioni e lingue,
diffuse per ampie, lontane regioni; oggi il popolo Armeno, diffuso verso
settentrione e oriente in gran numero. Si tratta di benefici tanto grandi della
divina pietà, che l'uomo non potrebbe render degne grazie alla divina maestà,
nonché per entrambi, neppure per uno. Come non meravigliarsi grandemente che, in
così breve tempo, siano state condotte felicemente a termine in questo sacro
concilio due opere così grandi e desiderate per tanti secoli? Davvero
questo è stato fatto dal Signore, ed è meraviglioso ai
nostri occhi (70). Quale prudenza o industria
umana, infatti, avrebbe potuto compiere tali e cosi grandi cose, se la grazia di
Dio non le avesse iniziate e concluse?
Lodiamo, quindi, e benediciamo il Signore con tutto il
cuore, lui che, solo, compie grandi meraviglie
(71). Cantiamolo con lo spirito, con la mente, con la bocca e con le opere (72),
com'è possibile all'umana fragilità. Ringraziamolo di tanti doni, pregandolo e
scongiurandolo che come i Greci e gli Armeni si sono uniti con la chiesa romana,
cosi avvenga delle altre nazioni, specie di quelle insignite del carattere
cristiano; e cosi, finalmente, tutto il popolo cristiano, spenti gli odi e le
guerre, goda di scambievole pace e di fraterna carità nella tranquillità.
Gli Armeni sono giustamente degni di grandi elogi e di lodi.
Infatti non appena invitati al sinodo da noi, quasi avidi dell'unità della
chiesa, da regioni lontanissime, attraverso molte fatiche e pericoli del mare,
hanno mandato a noi e a questo sacro concilio i loro ambasciatori, nobili,
devoti, dotti, col dovuto mandato, per esaminare, cioè, tutto quello che lo
Spirito santo avesse suggerito a questo santo sinodo.
Da parte nostra, desiderando con tutto il cuore portare a
compimento un'opera cosi santa, come del resto comportava il nostro ufficio di
pastore, abbiamo spesso trattato con gli ambasciatori di questa santa unione. E
perché non si tardasse neppure un poco in questa santa cosa, abbiamo incaricato
persone di ogni stato di questo sacro concilio, dottissime nelle scienze divine
e umane, perché con ogni cura, studio e diligenza trattassero il problema cori
gli ambasciatori, informandosi diligentemente quale fosse la loro fede, sia
circa l'unità della divina essenza e la trinità delle divine persone, che circa
l'umanità di nostro signore Gesù Cristo, i sette sacramenti della chiesa, ed
altri punti che riguardano la retta fede e i riti della chiesa universale.
Dopo molte dispute e confronti e dopo un profondo esame di
testimonianze tratte dai santi padri e dottori della chiesa, finalmente, perché
in futuro non sorga alcun dubbio sulla verità della fede presso gli Armeni, ed
in tutto consentano con la sede apostolica e l'unione stessa possa durare senza
incrinature, stabilmente e per sempre, abbiamo pensato, con l'approvazione di
questo sacro concilio fiorentino e col consenso degli stessi ambasciatori, di
presentare con questo decreto, in breve compendio, la verità della fede
ortodossa, che su questi argomenti professa la chiesa di Roma.
Prima di tutto diamo loro il santo simbolo, approvato da
centocinquanta vescovi nel concilio ecumenico di Costantinopoli, con l'aggiunta
Filioque, apportata lecitamente e ragionevolmente allo stesso simbolo per
chiarire la verità e sotto la spinta della necessità.
Il contenuto è questo: Credo... (73).
Stabiliamo poi che questo santo simbolo venga cantato o letto
in tutte le lingue degli Armeni, durante la messa, almeno in tutte le domeniche
e nelle maggiori festività, come si usa presso i Latini.
Secondo. Diamo loro la definizione del quarto concilio di
Calcedonia, - rinnovata poi nel quinto e sesto concilio universale - stille due
nature nella stessa persona di Cristo, che è questa: Sarebbe stato, dunque, già
sufficiente... (74).
Terzo. La definizione delle due volontà e delle due
operazioni del Cristo, promulgata nell'accennato sesto concilio, del seguente
tenore: Sarebbe stato sufficiente, con tutto ciò che segue nella stessa
definizione del concilio di Calcedonia riferita più sopra, fino alla fine, cui
segue: Predichiamo anche in lui due volontà naturali... (75).
Quarto. Poiché gli Armeni, fino a questo momento, fuori dei
tre sinodi Niceno, Costantinopolitano e primo di Efeso, non hanno accettato
nessun altro sinodo universale posteriore, e neppure lo stesso beatissimo
vescovo di questa santa sede Leone, per la cui autorità il concilio di
Calcedonia fu indetto, - poiché era stato loro insinuato che sia il concilio di
Calcedonia, che papa Leone avevano emanato la loro definizione in armonia con la
dannata eresia di Nestorio - li abbiamo istruiti, spiegando loro che
l'insinuazione era falsa e che il concilio di Calcedonia e il beatissimo Leone
avevano definito santamente e rettamente la verità delle due nature nella stessa
persona del Cristo contro le empie asserzioni di Nestorio e di Eutiche. Ed
abbiamo comandato loro che in futuro ritengano e venerino come santo - e
giustamente iscritto nel catalogo dei santi - lo stesso beatissimo Leone, che fu
una colonna della vera fede, pieno di santità e dottrina; e che, come tutti gli
altri fedeli, accettino con riverenza non solo i tre sinodi che abbiamo detto,
ma anche tutti gli altri concili universali, legittimamente celebrati per
autorità del romano pontefice.
Quinto. Per una più facile comprensione per gli Armeni,
presenti e futuri, abbiamo compendiato in questa brevissima formula la dottrina
sui sacramenti: sette sono i sacramenti della nuova legge: battesimo,
confermazione, eucarestia, penitenza, estrema unzione, ordine e matrimonio. Essi
sono molto differenti dai sacramenti dell'antica legge: quelli, infatti, non
producevano la grazia, ma indicavano solo che questa sarebbe stata data per la
passione di Cristo. I nostri, invece, contengono la grazia e la danno a chi li
riceve degnamente. Di essi, i primi cinque sono ordinati alla perfezione
individuale di ciascuno, i due ultimi, al governo e alla moltiplicazione di
tutta la chiesa.
Col battesimo, infatti, noi rinasciamo spiritualmente. La
confermazione aumenta in noi la grazia e ci fortifica nella fede. Rinati e
fortificati, siamo nutriti col cibo della divina eucarestia. E se col peccato ci
ammaliamo nell'anima, cori la penitenza veniamo spiritualmente guariti.
Spiritualmente - e, se giova all'anima, anche corporalmente - ci guarisce
l'estrema unzione. Con l'ordine la chiesa è governata e moltiplicata
spiritualmente; col matrimonio cresce materialmente.
Tutti questi sacramenti constano di tre elementi: cose come
materia, parole come forma, la persona del ministro che conferisce il
sacramento, con l'intenzione di fare quello che fa la chiesa. Se manca uno di
questi elementi, il sacramento non si compie.
Tra questi sacramenti, ve ne sono tre: battesimo, cresima e
ordine, che imprimono indelebilmente nell'anima il carattere, ossia un segno
spirituale che distingue dagli altri. Perciò non si ripetono nella stessa
persona. Gli altri quattro non imprimono il carattere e possono ripetersi.
Primo di tutti i sacramenti è il battesimo, che è la porta
della vita spirituale. Con esso diveniamo membra di Cristo e parte del corpo
della chiesa. E poiché attraverso il primo uomo è entrata in tutti (76) la
morte, se noi non rinasciamo per mezzo dell'acqua e dello Spirito, non possiamo,
come dice la verità, entrare nel regno di Dio (77). Materia di questo sacramento
è l'acqua vera e naturale; né importa se calda o fredda. Forma sono le parole:
"Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo". Non
neghiamo, però, che anche con le parole: "Sia battezzato il tale servo di Cristo
nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo"; o con le altre: "Con le
mie mani viene battezzato il tale nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
santo", si amministri il vero battesimo. Ciò perché, essendo causa principale da
cui il battesimo ha la sua efficacia - la SS. Trinità, causa strumentale,
invece, il ministro che compie esteriormente il sacramento, se si esprime
l'azione, che viene compiuta dal ministro, con l'invocazione della santa
Trinità, si ha un vero sacramento. Ministro di questo sacramento è il sacerdote,
cui, per ufficio, compete battezzare; ma in caso di necessità non solo può
battezzare un sacerdote o un diacono, ma anche un laico o una donna; anzi,
perfino un pagano o un eretico, purché usi la forma della chiesa e intenda fare
quello che fa la chiesa. Effetto di questo sacramento è la remissione di ogni
colpa, originale e attuale, e di ogni pena dovuta per la stessa colpa. Non si
deve, quindi, imporre ai battezzati nessuna penitenza per i peccati passati; e
quelli che muoiono prima di commettere qualche colpa, vanno subito nel regno dei
cieli e alla visione di Dio.
Il secondo sacramento è la confermazione la cui materia
è il crisma, composto di olio - che significa lo splendore della coscienza - e
di balsamo, - che significa il profumo della buona fama -, benedetto dal
vescovo. Forma sono le parole: "Ti segno col segno della croce, e ti confermo
col crisma della salvezza, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
santo". Ministro ordinario è il vescovo. E mentre le altre unzioni può farle un
semplice sacerdote, questa non può farla se non il vescovo, perché dei soli
apostoli, di cui i vescovi fanno le veci, si legge che davano lo Spirito santo
con l'imposizione delle mani, come mostra la lettura degli Atti degli Apostoli:
Avendo infatti sentito gli apostoli che la Samaria
aveva accolto la parola di Dio, mandarono ad essi Pietro e Giovanni; questi,
giunti colà, pregarono per essi perché ricevessero lo Spirito santo:non era
ancora disceso, infatti, in nessuno di essi, una erano stati solo battezzati nel
nome del Signore Gesù. Allora imposero loro le mani e ricevettero lo Spirito
santo (78). La confermazione, nella chiesa, tiene
precisamente il luogo di quella imposizione delle mani. Si legge, tuttavia, che
qualche volta, con dispensa della sede apostolica e per un motivo ragionevole e
urgentissimo, un semplice sacerdote abbia amministrato il sacramento della
confermazione col crisma consacrato dal vescovo. Effetto di questo sacramento è
che per mezzo suo viene dato lo Spirito santo per rendere forti, come fu dato
agli apostoli il giorno di Pentecoste (79), perché il cristiano possa
audacemente confessare il nome del Cristo. E’ per questo che il confermando
viene unto sulla fronte, dov'è la sede del sentimento dell'onore; perché non si
vergogni di confessare il nome del Cristo, e specialmente la sua croce, che è
scandalo Per i Giudei, stoltezza per le genti (80) secondo l'apostolo, e per cui
viene segnato col segno della croce.
Il terzo sacramento è l'eucarestia. La sua materia è il pane
di frumento e il vino di uva, cui prima della consacrazione deve aggiungersi un
po' d'acqua. L'acqua si aggiunge perché, secondo le testimonianze dei santi
padri e dottori della chiesa, addotte nelle discussioni, si crede che il Signore
stesso abbia istituito questo sacramento con vino misto a acqua, e anche perché
questo rappresenta bene la passione del Signore. Dice infatti il beato papa
Alessandro, V dopo S. Pietro: "Nelle offerte dei sacramenti, che vengono
presentate al Signore durante la messa, siano offerti in sacrificio solo il pane
e il vino misto ad acqua. Non si deve, infatti, offrire nel calice dei Signore o
il vino solo o l'acqua sola, ma l'uno e l'altra insieme, perché l'uno e l'altra,
cioè il sangue e l'acqua, si legge essere sgorgati dal fianco di Cristo" (81);
ciò esprime anche l'effetto di quello sacramento: l'unione del popolo cristiano
con Cristo. L'acqua, infatti, significa il popolo, secondo l'espressione
dell'Apocalisse: acque molte, popoli molti (82). E papa Giulio, secondo dopo il
beato Silvestro, dice: Il calice del Signore dev'essere offerto, secondo i
canoni, con acqua e vino mischiati insieme, perché l'acqua prefigura il popolo e
il vino è il sangue di Cristo. Perciò quando si mischia nel calice l'acqua col
vino, si unisce il popolo a Cristo, e la schiera dei fedeli si congiunge con
colui, nel quale crede. Se, dunque, sia la santa chiesa e romana, istruita dai
beatissimi apostoli Pietro e Paolo, che tutte le altre chiese latine e greche,
nelle quali fiorirono splendori di santità e dottrina, hanno conservato
quest'uso fin dall'inizio della chiesa nascente, e lo conservano ancora,
sembrerebbe sommamente sconveniente che qualsiasi altra nazione differisca da
questa pratica universale e ragionevole.
Stabiliamo, quindi, che anche gli Armeni si conformino a
tutto il resto del mondo cristiano, e che i loro sacerdoti nell'offrire il
calice aggiungano un po’ d'acqua al vino.
Forma di questo sacramento sono le parole del Salvatore, con
le quali lo offrì. Il sacerdote, infatti, lo compie parlando nella persona di
Cristo. E in virtù delle stesse parole la sostanza del pane diviene corpo di
Cristo, e quella del vino sangue; in modo che tutto il Cristo è contenuto sotto
la specie del pane e tutto sotto la specie del vino e in qualsiasi parte di
ostia consacrata e di vino consacrato, fatta la separazione, vi è tutto il
Cristo. L'effetto, di questo sacramento, che si operi nell'anima di chi lo
riceve degnamente, è l'unione dell'uomo col Cristo. E poiché per la grazia
l'uomo viene incorporato al Cristo, e viene unito alle sue membra, ne consegue
che per mezzo di questo sacramento, in quelli che lo ricevono degnamente, la
grazia viene accresciuta, e che tutti gli effetti che il cibo e la bevanda
materiale producono nella vita del corpo, sostentandolo, aumentandolo,
rigenerandolo, dilettandolo, questo sacramento li produce nella vita spirituale;
esso nel quale, come dice papa Urbano IV, commemoriamo la grata memoria del
nostro Salvatore, siamo preservati dal male, rafforzati nel bene e progrediamo
accrescendo le virtù e le grazie.
Il quarto sacramento è la penitenza, di cui materia sono gli
atti del penitente, distinti in tre categorie: prima è la contrizione del cuore,
che consiste nel dolore del peccato commesso, col proposito di non peccare in
avvenire. Seconda, la confessione orale, nella quale il peccatore confessa
integralmente al suo sacerdote tutti i peccati di cui si ricorda; terzo, la
soddisfazione dei peccati, ad arbitrio del sacerdote. Si soddisfa specialmente
con la preghiera, col digiuno e con l'elemosina. Forma di questo sacramento sono
le parole dell'assoluzione, che il sacerdote pronuncia quando dice: "Io ti
assolvo". Ministro di questo sacramento è il sacerdote che ha il potere di
assolvere, ordinario, o delegato dal superiore. Effetto di questo sacramento è
l'assoluzione dai peccati.
Quinto sacramento è l'estrema unzione; sua materia è
l'olio d'oliva benedetto dal vescovo. Questo sacramento non si deve dare se non
ad un infermo di cui si teme la morte. Egli dev'essere unto in queste parti:
negli occhi, per la vista; nelle orecchie, per l'udito; nelle narici, per
l'odorato; nella bocca, per il gusto e la parola; nelle mani, per il tatto; nei
piedi, per camminare; nei reni, per il piacere, che vi ha la sua sede. Forma del
sacramento è questa: "Per questa unzione e per la sua piissima misericordia, il
Signore ti perdoni tutto ciò che hai commesso con la vista". E similmente
nell'ungere nelle altre parti. Ministro di questo sacramento è il sacerdote.
Effetto è la sanità della mente, e, se giova all'anima, anche quella del corpo.
Di questo sacramento dice S. Giacomo: Si ammala
qualcuno fra voi? Chiami gli anziani della chiesa; questi preghino su di lui,
ungendolo con olio nel nome del Signore. La preghiera della fede salverà
l'infermo e il Signore lo solleverà. E se avesse peccato, gli sarà perdonato
(83).
Il sesto sacramento è quello dell'ordine: Materia di esso è
ciò con la cui consegna viene conferito l'ordine. Cosi il presbiterato viene
conferito con la consegna del calice col vino e della patena col pane; il
diaconato con la consegna del libro degli Evangeli; il suddiaconato, con la
consegna del calice e della patena vuoti. E cosi per gli altri ordini, con la
consegna delle cose che sono proprie del ministero relativo. Forma del
sacerdozio è questa: "Ricevi il potere d offrire il sacrificio nella chiesa, per
i vivi e per i morti, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo". E
cosi per le forme degli altri ordini, come sono ampiamente riferite nel
pontificale romano. Ministro ordinario di questo sacramento è il vescovo.
Effetto è l'aumento della grazia, perché si possa essere buoni ministri di
Cristo.
Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo
dell'unione di Cristo e della chiesa, secondo l'apostolo, che dice:
Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al
Cristo e alla chiesa (84). Causa efficiente del
sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona.
Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al
culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l'altro;
terzo, la indissolubilità del matrimonio, perché essa significa la unione
indissolubile di Cristo e della chiesa. E quantunque a causa della infedeltà sia
permesso separarsi, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il
vincolo del matrimonio legittimamente contratto è eterno.
In sesto luogo, diamo agli ambasciatori la norma sintetica di
fede composta dal beato Atanasio, il cui contenuto è questo: [E,segue il simbolo
Atanasiano, che inizia con le parole: Chiunque vuole salvarsi...]
Settimo, diamo ad essi il decreto d'unione coi Greci, già
promulgato in questo sacro concilio ecumenico fiorentino.
Esso inizia con le parole:
Si rallegrino i cieli...
Ottavo. Tra le altre cose si è anche disputato con gli armeni
in quali giorni debbano celebrarsi le festività dell'annunciazione della beata
vergine Maria, della natività di S. Giovanni Battista, e, conseguentemente,
della natività e circoncisione del signore nostro Gesù Cristo e della sua
presentazione al tempio, cioè della purificazione della beata vergine Maria; ed
è stata dimostrata abbastanza chiaramente la verità, sia con le testimonianze
dei santi padri, che con l'uso della chiesa romana e di tutte le altre sia
latine che greche.
Perché, dunque, nella celebrazione di cosi grandi solennità
il rito dei cristiani non sia diverso e non si dia occasione di turbare la
carità, stabiliamo, conforme alla verità e alla ragione, che, secondo l'uso di
tutto il resto del mondo, anche gli Armeni debbano solennemente celebrare la
festa dell'annunciazione della beata vergine Maria il 25 marzo; la natività di
S. Giovanni Battista, il 24 giugno; la nascita carnale del nostro Salvatore, il
25 dicembre; la sua circoncisione, il primo gennaio; l'epifania, il 6 dello
stesso mese; la presentazione del Signore al tempio, cioè la purificazione della
madre di Dio, il 2 febbraio.
Spiegate tutte queste cose, i predetti ambasciatori degli
Armeni, a nome proprio, del loro patriarca, e di tutti gli Armeni, accettano,
ricevono e abbracciano con ogni devozione e obbedienza questo salutarissimo
decreto sinodale, con tutti i suoi capitoli, dichiarazioni, definizioni,
tradizioni, precetti e statuti ed ogni dottrina in esso contenuta e tutto quello
che ritiene ed insegna la santa sede apostolica e la chiesa romana.
I dottori, inoltre, e santi padri che la chiesa romana
approva, li approvano anch'essi con riverenza: Qualsiasi persona, e qualunque
cosa essa disapprova e condanna, la considerano riprovata e condannata
anch'essi. E promettono, come veri figli d'obbedienza di obbedire agli ordini e
ai comandi della sede apostolica.
Letto, poi, solennemente alla presenza nostra e di questo
santo sinodo il decreto suddetto, subito il diletto figlio Narsete, armeno, a
nome degli stessi ambasciatori lesse nella lingua armena, pubblicamente, quanto
segue: e il diletto figlio Basilio, dell'ordine dei Minori, comune interprete
nostro e degli Armeni, lo lesse immediatamente dallo Scritto, in pubblico, nella
lingua latina, in questo modo:
Beatissimo padre e santissimo sinodo, tutto questo santo
decreto, ora letto pubblicamente in latino alla vostra presenza, ci è stato
esposto e tradotto ieri nella nostra lingua, parola per parola; e ci è piaciuto
e ci piace sommamente. Per una più chiara espressione del nostro pensiero, ne
ripetiamo sommariamente il suo contenuto.
In esso si dice: primo, che consegnate al nostro Popolo
armeno, perché almeno nelle domeniche e nelle maggiori festività si debba
leggere o cantare, durante la messa, nelle nostre chiese, il santo simbolo
costantinopolitano con l’aggiunta del Filioque.
Secondo, la definizione del quarto concilio universale di
Calcedonia, sulle due nature nell'unica persona del Cristo.
Terzo, la definizione delle due volontà ed operazioni di
Cristo, promulgata nel sesto concilio universale.
Quarto, voi dichiarate che lo stesso sinodo di Calcedonia e
il beatissimo papa Leone hanno definito rettamente la verità delle due nature in
una sola persona nel Cristo, contro le empie asserzioni di Nestorio e Eutiche. E
comandate che veneriamo lo stesso beatissimo Leone come santo e colonna della
fede e che non accettiamo solo questi tre sinodi: Niceno, Costantinopolitano,
Elesino primo, ma che riconosciamo con riverenza anche tutti gli altri sinodi
universali, celebrati per autorità del romano pontefice.
Quinto, una breve esposizione dei sette sacramenti della
chiesa: battesimo, cresima, cucarestia, penitenza, estrema unzione, ordine e
matrimonio, dichiarando quale sia la materia, la forma, e il ministro di ciascun
sacramento; e che nel sacrificio dell'altare, quando si offre il vino, vi si
debba mischiare un po' d'acqua.
Sesto, un breve riassunto della regola della fede: quello del
beatissimo Atanasio, che comincia: Chi vicolo salvarsi...
Settimo, il decreto dell'unione conclusa con i Greci,
promulgato già in questo santo concilio, in cui si spiega come lo Spirito santo
procede ab eterno dal Padre e dal Figlio, e come l'aggiunta del Filioqtte al
simbolo costantinopolitano è stata fatta lecitamente e ragionevolmente. Che il
corpo del Signore viene consacrato nel pane di frumento, sia azzimo che
fermentato; e che cosa bisogna credere delle pene del purgatorio e dell'inferno,
della vita beata e dei suffragi che si fanno per i defunti. Cosi pure della
pienezza del potere della sede apostolica, trasmessa da Cristo al beato Pietro e
ai suoi successori, e dell'ordine delle sedi patriarcali.
In ottavo luogo, stabilito che per il futuro gli Armeni
debbano celebrare le seguenti festività, nei giorni indicati sotto, come tutto
il resto della chiesa universale e cioè: l'annunciazione della beata vergine
Maria, il 25 marzo; la natività di S. Giovanni Battista, il 24 giugno; la
nascita carnale del nostro Salvatore, il 25 dicembre; la sua circonci-sione, il
primo gennaio, l'epifania, il 6 dello stesso mese; la presentazione del Signore
al tempio, o purificazione della beata Maria, il 2 febbraio.
Noi ambasciatori, quindi, a nome nostro, del nostro reverendo
patriarca e di tutti gli Armeni, come anche la santità vostra attesta nello
stesso decreto, accettiamo, accogliamo, e abbracciamo con ogni devozione e
obbedienza questo salutarissimo decreto sinodale con tutti i suoi capitoli,
dichiarazioni, definizioni, tradizioni, precetti e statuti, e tutta la dottrina
in esso contenuta ed inoltre, tutto ciò che ritiene ed insegna la santa sede
apostolica e la chiesa romana.
Accettiamo anche con riverenza i dottori e santi padri che la
chiesa romana approva; mentre consideriamo riprovata e condannata qualsiasi
persona e qualsiasi cosa che la stessa chiesa romana riprova e condanna,
dichiarando, come veri figli d'obbedienza di obbedire fedelmente agli ordini e
ai comandi della stessa sede apostolica.
SESSIONE XI (4 febbraio 1442)
(Bolla di unione dei copti).
Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria.
Cantate al Signore, perché ha fatto cose magnifiche:
annunziatelo per tutta la terra. Godi e lodalo, abitante di Sion, perché è
grande, in mezzo a te, il santo di Israele (85). E’ davvero giusto che la chiesa
di Dio canti e si rallegri nel Signore per questo grande splendore e gloria del
suo nome, che Dio clementissimo si è degnato di compiere oggi. Conviene,
infatti, lodare e benedire con tutto il cuore il Salvatore nostro, che ogni
giorno accresce la sua santa chiesa con nuove aggiunte. E quantunque sempre i
suoi benefici verso il popolo cristiano siano molti e grandi, - ed essi ci
dimostrano più chiaramente della luce la sua immensa carità verso di noi -
tuttavia, se consideriamo più attentamente quali meraviglie in questi
ultimissimi tempi la divina clemenza si è degnata operare, dovremo certamente
costatare che i doni del suo amore sono stati più numerosi e più grandi in
questo nostro tempo che in molte altre età passate.
Ecco, infatti, che in meno di un triennio il signore nostro
Gesù Cristo con la sua inesauribile pietà ha realizzato in questo santo sinodo
ecumenico, la salutarissima unione di tre grandi nazioni, a comune, perenne
gaudio di tutta la cristianità; per cui quasi tutto l'oriente, che adora il
glorioso nome di Cristo, e non piccola parte del settentrione, dopo Lunghi
dissidi, condividono con la santa chiesa romana lo stesso vincolo di fede e di
carità.
Prima, infatti, si sono uniti alla sede apostolica i Greci e
quelli che dipendono dalle quattro sedi patriarcali, che comprendono molte genti
e nazioni e lingue; poi gli Armeni, gente dai molti popoli; oggi, i Giacobiti,
grandi popoli dell'Egitto.
E poiché niente potrebbe esser più grato al nostro Salvatore
e signore Gesù Cristo della mutua carità, e niente più glorioso per il suo nome
e più utile per la chiesa che i cristiani, rimossa tra loro ogni divisione,
convengano nella stessa fede, giustamente noi tutti dobbiamo cantare dalla gioia
e giubilare nel Signore; noi, che la divina misericordia ha fatto degni di
vedere in questi tempi tanta magnificenza della fede cristiana.
Annunziamo, quindi, con animo gioioso queste meraviglie in
tutto il mondo cristiano, perché, come noi per la gloria di Dio e l'esaltazione
della chiesa siamo stati inondati da ineffabile gaudio, cosi anche gli altri
partecipino di tanta letizia; e tutti, ad una sola bocca, magnifichiamo e
lodiamo Dio (86) e rendiamo, com'è giusto, grandi grazie, ogni giorno, alla sui
maestà per tanti e cosi mirabili benefici concessi in questa età alla sua
chiesa.
E poiché, inoltre, chi compie l'opera di Dio diligentemente,
non solo deve aspettarsi il compenso e la retribuzione nei cieli, ma merita
anche una grande gloria e lode presso gli uomini, crediamo che il venerabile
fratello nostro Giovanni, patriarca dei Giacobiti, che ha tanto desiderato
questa santa unione, a buon diritto debba esser lodato da noi e da tutta la
chiesa e innalzato e giudicato degno, con tutta la sua gente della comune
benevolenza di tutti i cristiani.
Egli, sollecitato per mezzo di un nostro inviato e di
lettere, perché mandasse una legazione a noi e a questo sacro concilio e si
unisse con la sua gente a questa sede romana nella stessa fede, ha destinato a
noi e allo stesso sinodo il diletto figlio Andrea, egiziano, abate del monastero
di S. Antonio in Egitto, nel quale si dice che abbia dimorato e sia morto lo
stesso S. Antonio, noto per la sua pietà e i suoi costumi. E, acceso di zelo per
la religione, gli impose e gli ordinò di accettare con riverenza, a nome del
patriarca e dei suoi Giacobiti, la dottrina di fede che professa e predica la
santa romana chiesa e di portarla, poi, allo stesso patriarca e ai Giacobiti,
perché potessero conoscerla e approvarla e predicarla nelle loro regioni.
Noi, quindi, incaricati dalla vocedel Signore di pascere le
pecore del Cristo (87) abbiamo fatto esaminare diligentemente questo abate
Andrea da alcuni insigni membri di questo sacro concilio sugli articoli della
fede, i sacramenti della chiesa e tutto ciò che riguarda la salvezza; e alla
fine, esposta allo stesso abate - per quanto necessario - la fede cattolica
della santa chiesa romana, da lui umilmente accettata, oggi, in questa solenne
sessione, con l'approvazione del sacro concilio ecumenico fiorentino, gli
abbiamo affidato, nel nome del Signore, la dottrina che segue, vera e
necessaria.
In primo luogo, dunque, la sacrosanta chiesa romana, fondata
dalla voce del nostro Signore e Salvatore, crede fermamente, professa e predica
un solo, vero Dio, onnipotente, incommutabile, eterno: Padre, Figlio e Spirito
santo; uno nell'essenza, trino nelle persone; Padre, non generato, Figlio,
generato dal Padre, Spirito santo, procedente dal Padre e dal Figlio; crede che
il Padre non è il Figlio o lo Spirito santo, che il Figlio non è il Padre o lo
Spirito Santo che lo Spirito santo non è il Padre o il Figlio; ma che il Padre è
solo Padre, il Figlio, solo Figlio, lo Spirito santo, solo Spirito santo. Solo
il Padre ha generato il Figlio dalla sua sostanza; solo il Figlio è stato
generato dal solo Padre; solo lo Spirito santo procede nello stesso tempo dal
Padre e dal Figlio. Queste tre persone sono un solo Dio, non tre Dei poiché una
sola è la sostanza una l'essenza, una la natura, una la divinità, una
l'immensità, una l'eternità di tutti e tre, tutti sono uno, dove non si opponga
la relazione. Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio e tutto nello Spirito
santo; il Figlio è tutto nel Padre e tutto nello Spirito santo; lo Spirito santo
è tutto nel Padre e tutto nel Figlio. Nessuno precede l'altro per eternità, o lo
sorpassa in grandezza, o lo supera per potenza: è eterno, infatti, e senza
principio che il Figlio ha origine dal Padre; ed eterno e senza principio, che
lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio. Tutto quello che il Padre è od
ha, non lo ha da un altro, ma da sé; ed è principio senza principio. Tutto ciò
che il Figlio è od ha, lo ha dal Padre, ed è principio da principio. Tutto ciò
che lo Spirito santo è od ha, lo ha dal Padre e dal Figlio insieme; ma il Padre
ed il Figlio non sono due principi dello Spirito santo, ma un solo principio,
come il Padre, il Figlio e lo Spirito santo non sono tre principi della
creatura, ma un solo principio.
Essa condanna, perciò, riprova e anatematizza tutti quelli
che credono diversamente e contrariamente e li dichiara solennemente estranei al
corpo di Cristo, che è la chiesa. Condanna, quindi, Sabellio, che confonde le
persone e toglie del tutto la distinzione reale di esse; condanna gli Ariani,
gli Eunomiani, i Macedoniani, che affermano che solo il Padre è vero Dio, e
collocano il Figlio e lo Spirito santo nell'ordine delle creature. Condanna
anche qualunque altro, che ponga dei gradi o l'ineguaglianza nella Trinità.
Crede fermissimamente, ritiene e predica che un solo, vero
Dio, Padre, Figlio e Spirito santo, è il creatore di tutte le cose visibili e
invisibili, il quale, quando volle, creò per sua bontà tutte le creature,
spirituali e materiali: buone, naturalmente, perché hanno origine dal sommo
bene, ma mutevoli, erché fatte dal nulla; ed afferma che non vi è natura cattiva
in sé stessa, perché ogni natura, in quanto tale, è buona.
Essa confessa che un solo, identico Dio è autore dell'antico
e dei nuovo Testamento, cioè della legge e dei profeti, e del Vangelo, perché i
santi dell'uno e dell'altro Testamento hanno parlato sotto l'ispirazione del
medesimo Spirito santo. Essa accetta e venera i loro libri, che sono indicati da
questi titoli: I cinque di Mosè, cioè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri,
Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i 4 dei Re, i 2 dei Paralipomeni, Esdra,
Neemia, Tobia, Giuditta, Ester Giobbe, Salmi di David, Parabole, Ecclesiaste,
Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico, Isaia, Geremia, Baruc, Ezechiele,
Daniele, i 12 Profeti minori, e cioè: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea,
Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; i 2 dei Maccabei, i 4
Evangeli: di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni; le 14 lettere di S. Paolo:
ai Romani, le 2 ai Corinti, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, le 2 ai
Tessalonicesi, ai Colossesi, le 2 a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei; le
2 di Pietro, le 3 di Giovanni; 1 di Giacomo; 1 di Giuda; gli Atti degli
Apostoli, e l'Apocalisse di Giovanni. Essa anatematizza, quindi, la pazzia dei
Manichei, che ammettevano due primi principi, uno delle cose visibili, l'altro
delle invisibili e dicevano che altro è il Dio del nuovo Testamento, altro
quello dell'antico. Crede fermamente, professa e predica che una delle persone
della Trinità, vero figlio di Dio, generato dal Padre, consostanziale al Padre e
coeterno con lui, nella pienezza dei tempi, stabilita dalla inscrutabile
profondità del divino consiglio, ha assunto la vera e completa natura umana nel
seno immacolato della vergine Maria per la salvezza del genere umano; e che ha
unito a sé questa natura in una unità personale cosi stretta, che tutto quello
che è di Dio non è separato dall'uomo, e quello che è proprio dell'uomo non è
diviso dalla divinità; ed è un essere solo ed indiviso, pur rimanendo l'una e
l’altra natura con le sue proprietà; Dio e uomo; Figlio di Dio e figlio
dell'uomo; uguale al Padre secondo la divinità, minore del Padre secondo
l'umanità; immortale ed eterno, per la natura divina, soggetto alla sofferenza e
al tempo per la condizione umana che ha assunto. Crede fermamente, professa e
predica che il Figlio di Dio è veramente nato dalla Vergine, nell'umanità che ha
assunto; che in essa ha veramente sofferto, è veramente morto ed è stato
sepolto, è veramente risorto dai morti, è asceso al cielo, siede alla destra del
Padre, e verrà alla fine dei secoli a giudicare i vivi e i morti. Essa
anatematizza, quindi, detesta e condanna ogni eresia che professi dottrine
contrarie a queste.
E prima di tutti condanna Ebione, Cerinto, Marcione, Paolo di
Samosata, Fotino e tutti quelli che proferiscono simili bestemmie, i quali, non
riuscendo a comprendere l'unione personale dell'umanità col Verbo, negano che
Gesù Cristo, nostro Signore, sia vero Dio e lo ritennero semplice uomo: un uomo,
cioè che per una più intensi partecipazione alla grazia divina - che avrebbe
ricevuto per merito di una vita più santa - sarebbe detto uomo divino.
Anatematizza anche Manicheo con i suoi seguaci, i quali
fantasticando che il Figlio di Dio non ha assunto un corpo vero, ma apparente,
annullarono del tutto, nel Cristo, la verità dell'umanità. Ed inoltre Valentino,
il quale afferma che il Figlio di Dio non ha ricevuto nulla dalla Vergine Madre,
ma che ha assunto un corpo celeste e che è passato per il seno della Vergine,
proprio come l'acqua scorre attraverso un acquedotto. Ed Ario, il quale afferma
che il corpo assunto dalla Vergine non avesse l'anima e pone al posto di essa la
divinità. Ed Apollinare, il quale, ben comprendendo che, se si negasse che
l'anima informa il corpo, non potrebbe più parlarsi nel Cristo di vera umanità,
pone in lui solo l'anima sensitiva e, quindi, la deità del Verbo sostituirebbe
l'anima razionale.
Anatematizza anche Teodoro di Mopsuestia e Nestorio, i quali
affermano che l'umanità è unita al Figlio di Dio per mezzo della grazia, e che
quindi in Cristo vi sono due persone, come ammettono esservi due nature. Essi
non riuscirono a comprendere che l'unione dell'umanità col Verbo è ipostatica, e
negarono, quindi, che essa abbia avuto la sussistenza del Verbo. Secondo questa
bestemmia, infatti, il Verbo non si è fatto carne, ma per mezzo della grazia ha
abitato ne a carne e cioè non il Figlio di Dio si è fatto uomo ma, piuttosto, il
Figlio di Dio ha abitato nell'uomo.
Anatematizza pure, detesta e condanna Eutiche, archimandrita.
Questi comprese che secondo la bestemmia di Nestorio veniva annullata la verità
dell'incarnazione e che, quindi, era necessario che l'umanità fosse unita al
Verbo di Dio in modo che vi fosse una sola persona per la divinità e per
l'umanità. Non potendo però capire l'unità della per- sona, stante la pluralità
delle nature, e quindi, che in Gesù Cristo una sola fosse la persona per la
divinità e per l'umanità, ammise una sola natura: ammise, cioè, che prima
dell'unione vi fossero due nature, ma che esse nell'assunzione si fossero
trasformate in una sola natura, ammettendo, con orrenda bestemmia e somma
empietà, che o l'umanità si era trasformata nella divinità, o la divinità nella
umanità. Anatematizza ancora, detesta e condanna Macario di Antiochia e tutti
quelli che seguono dottrine simili. Questi, non ostante che avesse una giusta
opinione delle due nature e dell’unità della persona, errò tremendamente, però,
circa le operazioni di Cristo: disse, infatti, che delle due nature, in Cristo,
una sola era l'operazione e la volontà.
La sacrosanta chiesa romana li condanna tutti questi con le
loro eresie, e afferma che in Cristo due sono le volontà e due le operazioni.
Crede fermamente, professa e insegna che nessuno, concepito dall'uomo e dalla
donna, sia stato mai liberato dal dominio del demonio, se non per la fede in
Gesù Cristo, nostro Signore, mediatore tra Dio e gli uomini (88). Questi,
concepito, nato e morto Senza peccato, ha vinto da solo il nemico del genere
umano cancellando i nostri peccati con la sua morte, ed ha riaperto l'ingresso
al regno celeste, che il primo uomo col suo peccato aveva perduto con tutti i
suoi successori. Tutti i santi sacrifici, i sacramenti e le cerimonie
dell'antico Testamento prefigurarono che egli un giorno sarebbe venuto.
Crede fermamente, conferma e insegna che le prescrizioni
legali dell'antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in
cerimonie, santi sacrifici e sacramenti proprio perché istituite per significare
qualche cosa di futuro, benché fossero adeguate al culto divino in quella età,
venuto,
però, nostro signore Gesù Cristo, da esse significato, sono
cessate e sono cominciata i sacramenti della nuova alleanza. Chiunque avesse
riposto in quelle la sua speranza e si fosse assoggettato ad esse anche dopo la
passione, quasi fossero necessarie alla salvezza e la fede nel Cristo non
potesse salvare senza di esse, pecca mortalmente. Non nega, tuttavia, che dalla
passione di Cristo fino alla promulgazione evangelica, esse potessero
osservarsi, senza pensare con ciò minimamente che fossero necessarie alla
salvezza. Ma da quando è stato predicato il Vangelo, esse non possono più
osservarsi, pena la perdita della salvezza eterna.
Essa, quindi, dichiara apertamente che, da quel tempo, tutti
quelli che osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali,
sono fuori della fede di Cristo, e non possono partecipare della salvezza
eterna, i meno che non si ricredano finalmente dei loro errori. Ancora, comanda
assolutamente a tutti quelli che si gloriano del nome di cristiani, che si deve
cessare dal praticare la circoncisione sia prima che dopo il battesimo perché,
che v si confidi o meno, non si può in nessun modo praticarla senza perdere la
salvezza eterna.
I bambini - dato il pericolo di morte, che spesso vi può
essere - non possono essere aiutati se non col sacramento del battesimo, che li
sottrae al dominio del demonio e in forza del quale sono adottati come figli di
Dio. Essa ammonisce che il Battesimo non deve essere differito per quaranta od
ottanta giorni o altro tempo, secondo l'uso di alcuni, ma deve essere
amministrato quanto prima si può senza incomodo, con la precauzione che, in
pericolo di morte, siano battezzati subito senza alcun ritardo, anche da un
laico o da una donna, se mancasse il sacerdote, nella forma della chiesa, come
più diffusamente viene esposto nel decreto per gli Armeni.
Crede fermamente, confessa e predica che
ogni creatura Dio è buona e niente dev'essere respinto
quando è accettato con rendimento di grazie (89);
poiché, secondo l'espressione del Signore non ciò
che entra nella bocca contamina l'uomo (90). E
afferma che la differenza tra cibi puri e impuri della legge mosaica deve
considerarsi cerimoniale e che col sopravvenire del Vangelo è passata e ha perso
efficacia. Anche la proibizione degli apostoli
delle cose immolate ai simulacri, del sangue e delle carni soffocate
(91) era adatta al tempo in cui dai giudei e gentili, che prima vivevano
praticando diversi riti e secondo diversi costumi, sorgeva una sola chiesa. In
tal modo giudei e gentili avevano osservanze in comune e l'occasione di trovarsi
d'accordo in un solo culto e in una sola fede in Dio, e veniva tolta materia di
dissenso. Infatti ai Giudei per la loro lunga tradizione potevano sembrare
abominevoli il sangue e gli animali soffocati, e poteva sembrare che i gentili
tornassero all'idolatria col mangiare cose immolate agli idoli.
Ma quando la religione cristiana si fu talmente
affermata da non esservi più in essa alcun Giudeo carnale, ma anzi tutti
d'accordo erano passati alla chiesa, condividendo gli stessi riti e cerimonie
del Vangelo, persuasi che per quelli che sono puri
ogni cosa è pura (92), allora venne meno la causa
di quella proibizione, e perciò anche l'effetto. Essa dichiara, quindi, che
nessun genere di cibo in uso tra gli uomini deve essere condannato, e che
nessuno, uomo o donna, deve far differenza di animali, qualunque sia il genere
di morte che abbiano incontrato, quantunque per riguardo alla salute del corpo,
per l'esercizio della virtù, per la disciplina regolare ed ecclesiastica, molte
cose, anche se permesso, possano e debbano non mangiarsi. Secondo l'apostolo,
infatti, tutto è lecito, ma non tutto conviene
93.
Crede fermamente, confessa e predica che nessuno di
quelli che sono fuori della chiesa cattolica, non solo pagani, ma anche Giudei o
eretici e scismatici, possano acquistar la vita eterna, ma che andranno
nel fuoco eterno, preparato per il demonio e per i suoi
angeli (94), se prima della fine della vita non
saranno stati aggregati ad essa; e che è tanto importante l'unità del corpo
della chiesa, che solo a quelli che rimangono in essa giovano per la salvezza i
sacramenti ecclesiastici, i digiuni e le altre opere di pietà, e gli esercizi
della milizia cristiana procurano i premi eterni. Nessuno
per quante elemosine abbia potuto fare, e perfino se avesse
versato il sangue per il nome di Cristo si può salvare, qualora non rimanga nel
seno e nell'unità della chiesa cattolica.
Accoglie, poi, approva e accetta il santo concilio di Nicea
dei trecentodiciotto padri, raccolto ai tempi del beatissimo Silvestro, nostro
predecessore, e di Costantino il grande, principe piissimo. In esso fu
condannata l'empia eresia ariana assieme al suo autore, e fu definito che il
Figlio è consustanziale e coeterno al Padre. Abbraccia anche, approva e accetta
il santo concilio di Costantinopoli, dei centocinquanta padri, convocato al
tempo del beatissimo Damaso, nostro predecessore, e di Teodosio il vecchio, che
anatematizzò l'errore di Macedonio, il quale asseriva che lo Spirito santo non è
Dio, ma una creatura. Quelli che essi condannano, li condanna, quello che
approvano, approva; e intende che ciò clic in essi è definito, rimanga intatto
ed inviolato in ogni sua prescrizione. Abbraccia anche, approva e accetta il
santo primo concilio di Efeso, dei duecento padri, terzo nella serie dei concili
universali, convocato sotto il beatissimo nostro predecessore Celestino e sotto
Teodosio il giovane. In esso fu condannata la bestemmia dell'empio Nestorio; fu
definito che del signore nostro Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo è una sola la
persona, e che la beata Maria sempre vergine deve esser chiamata da tutta la
chiesa non solo madre del Cristo, ma anche di Dio. Condanna, poi, anatematizza e
respinge l'empio secondo concilio di Efeso, riunito
sotto il beato Leone, nostro predecessore, e il suddetto
principe. In esso Dioscoro, patriarca di Alessandria, difensore dell'eresiarca
Eutiche ed empio persecutore di S. Flaviano, vescovo di Costantinopoli, trasse
quel sinodo esecrando, con l'astuzia e con le minacce, ad approvare l'empietà
eutichiana.
Accoglie anche, approva e accetta il santo concilio di
Calcedonia, quarto nella serie dei sinodi universali, dei sei- centotrenta
padri, celebrato al tempo del predetto predecessore nostro Leone e
dell'imperatore Marciano, nel quale fu condannata l'eresia eutichiana col suo
autore Eutiche e con Dioscoro, suo difensore. Vi fu anche definito che Gesù
Cristo, nostro signore, è vero Dio e vero uomo e che in una stessa identica
persona sono rimaste integre, intatte, incorrotte, inconfuse, distinte la natura
divina e la natura umana; in cui l'umanità operava quello che è proprio
dell'uomo, la divinità, quello che è proprio di Dio. Quelli che esso condanna,
li condanna anch'essa; quelli che approva, li approva anch'essa. Abbraccia pure,
approva e accetta il santo quinto concilio, il secondo celebrato a
Costantinopoli al tempo del beato Vigilio, nostro predecessore, e
dell'imperatore Giustiniano, nel quale fu confermata la definizione del concilio
di Calcedonia sulle due nature e un'unica persona in Cristo e furono riprovati e
condannati molti errori di Origene e dei suoi seguaci, specie quelli riguardanti
la penitenza e la liberazione dei demoni e degli altri dannati.
Abbraccia anche, approva e accetta il santo, terzo concilio
di Costantinopoli, dei centocinquanta padri, - sesto nella serie dei concili
universali - celebrato al tempo del beato predecessore nostro Agatone e di
Costantino, IV imperatore di questo nome, nel quale fu condannata l'eresia di
Macario antiocheno, e fu definito che in Gesù Cristo, nostro signore, vi sono
due nature perfette ed integre, due operazioni, ed anche due volontà, benché in
una sola persona, a cui competono le azioni dell'una e dell'altra natura,
inquantoché la divinità compie quanto è proprio di Dio, l'umanità quello che è
proprio dell'uomo.
Abbraccia, approva e accetta anche tutti gli altri concili
Universali legittimamente convocati, celebrati e confermati dall'autorità del
romano pontefice, e specialmente questo santo concilio fiorentino, nel quale,
tra le altre cose, è stata con- dotta a termine la santissima unione con i Greci
e con gli Armeni, e sono stati emanati molti utilissimi insegnamenti riguardanti
l'una e l'altra unione, completamente riferiti nei decreti promulgati su questi
argomenti, il cui testo segue qui appresso. Si rallegrino i cieli... Lodato
Dio...
Ma poiché nel decreto per gli Armeni, riportato sopra,
non è stata espressa la forma delle parole che la sacrosanta chiesa romana -
confermata dalla dottrina e dall'autorità degli apostoli Pietro e Paolo - ha
sempre usato nella consacrazione del corpo e del sangue del Signore, abbiamo
creduto opportuno inserirla nel presente testo. Nella consacrazione del corpo
del Signore essa usa questa formula: Questo è,
infatti, il mio corpo. In quella del sangue,
invece: Questo è il calice del mio sangue del nuovo
ed eterno testamento, mistero della fede, che sarà versato per voi e per molti
in remissione dei Peccati (95).
Che poi il pane di frumento, usato per il sacramento, sia
stato cotto quel giorno o prima, non ha proprio alcuna importanza: purché,
infatti, rimanga la sostanza del pane, non c'è affatto da dubitare che dopo le
predette parole della consacrazione del corpo, pronunciate dal sacerdote con
intenzione adeguata, si trasforma subito nel vero corpo di Cristo.
Poiché si dice che qualcuno non ammette le quarte nozze come
se fossero condannate, perché non avvenga che si ponga il peccato dove non è, -
e dato che, secondo l'apostolo, morto il marito, la donna è sciolta dal legame
che a lui la stringeva ed ha la libertà di sposare, nel Signore, chiunque voglia
(96), e non distingue se sia morto il primo, il secondo o il terzo, -
dichiarando che si possono contrarre non solo seconde e terze nozze, ma anche
quarte ed oltre, se nessun impedimento canonico le impedisce. Riteniamo tuttavia
più degno di lode chi, astenendosi da altre nozze, rimanga nella castità, perché
come crediamo che la verginità sia da preferirsi alla vedovanza, così una casta
vedovanza è da preferirsi alle nozze, per lode e merito.
Spiegate tutte queste cose, il suddetto abate Andrea, a nome
del suo patriarca e suo proprio e di tutti i Giacobiti riceve e accetta con ogni
devozione e riverenza questo saluberrimo decreto sinodale con tutte le sue
prescrizioni, dichiarazioni, definizioni, tradizioni, precetti e statuti, ogni
dottrina contenuta in esso, e tutto quello che ritiene e insegna la santa sede
apostolica e la chiesa romana. E riceve anche con riverenza i dottori e santi
padri che la chiesa romana approva; qualunque altra persona invece e cosa la
stessa chiesa romana riprova e condanna, anch'egli la considera come riprovata e
condannata. E, come vero figlio de l'obbedienza, a nome di quelli, di cui sopra,
promette
obbedire fedelmente e sempre agli ordini e ai comandi della
sede apostolica.
Note
(43) Gc 1, 17
(44) Sal 95, 11
(45) Ef 2, 20; 2, 14
(46) Cfr. I Ts 3, 9
(47) Cfr. Tb 12, 20
(48) Cfr. Mt 13, 16-17
(49) Il testo greco recita invece di "come del resto è detto" "in quanto sia
contenuto" , con un'intenzione limitativa.
(50) Nm 16, 26
(51) Nm 16, 26
(52) Cfr. Ap 5, 9
(53) Ml 4, 2
(54) Cfr. Is 49, 6
(55) Cfr. Gv 15, 14
(56) Sal 73, 23
(57) Cfr. Sal 68, 28
(58) Il decreto approvato a Basilea fa precedere a queste proposizioni la
ripetizione dei primi due paragrafi del decreto della V sessione del concilio di
Costanza (Msi 29, 178-179)
(59) Dn 13, 9
(60) Cfr. Mt 12, 39
(61) Cfr. Sal 26, 12
(62) Cfr. Mt 24, 15
(63) Cfr. Nm 16, 26
(64) Sal 80, 2
(65) Lc 1, 54
(66) Gb 25, 2
(67) Lc 2, 14
(68) II Cor 1, 3-4
(69) I Tm 3, 77
(70) Sal 117, 23
(71) Sal 135, 4
(72) Cfr. 1 Cor 14, 15
(73) Simbolo niceno-costantinopolitano, con l'aggiunta del Filioque
(74) Seconda parte della definizione di Calcedonia
(75) Seconda parte della definizione del Costantinopolitano III
(76) Cfr. Rm 5, 12
(77) Cfr. Gv 3, 5
(78) At 8, 14-I7
(79) Cfr. At 2.
(80) I Cor 1, 23
(81) Cfr. Gv 19, 34
(82) Cfr. Ap 17, 15
(83) Gc 5, 14-15
(84) Ef. 5, 32
(85) Is 12, 5-6
(86) Rm 15, 6
(87) Cfr. Gv 21, 17
(88) Cfr. I Tm, 2
(89) I Tm 4, 4
(90) Mt 15, 11
(91) At 15, 29
(92) Tt 1, 15
(93) I Cor 6, 12; 10, 22
(94) Mt 25, 41
(95) Mt 26, 28; Mc 14, 18; Lc 22, 10; I Cor 11, 25
(96) Rm 7, 3; I Cor 7, 39
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