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Le Catechesi di Regina Mundi

Catechesi sulla Parola di Dio

XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO -

LECTIO DIVINA
di  www.catechistaduepuntozero.it


Prima lettura: 2 Re 5,14-17


In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si im-merse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui di-cendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso ac-cetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».


 È in questa linea che si muove la narrazione ripresa dal secondo libro dei Re (5,14-17). Essendo stato colpito dalla lebbra, Naaman, «il comandante dell’esercito del re di Aram» (5,1), sente dire da una giovinetta ebrea, rapita e deportata in Siria a servizio della moglie del generale, che in Israele c'è un profeta, Eliseo, che fa miracoli e può guarire anche dalla leb-bra. Se nonché, il profeta gli ordina di bagnarsi sette volte nel Giordano per ottenere la guarigione. Il generale stenta a credere tutto questo: ma alla fine obbedisce e viene guarito. Per riconoscenza vuole offrire dei doni, che il profeta invece respinge, perché Dio soltanto può operare prodigi.
È a questo punto che Naaman il Siro si rende conto che solo il Dio di Israele, che il pro-feta ha invocato e di cui è come il portavoce, è il «vero Dio», e perciò chiede ad Eliseo il permesso di portare un «pezzo» di terra santa a Damasco per adorarvi l'unico Signore del cielo e della terra: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore» (5,17).
Anche Gesù nella sinagoga di Nazaret, davanti all'indisposizione dei suoi concittadini che reclamavano da lui miracoli, quasi come segno di particolare «appartenenza», si riferi-rà a questo episodio per dire che ormai non ci sono più «stranieri» nel suo regno, che ap-partiene a tutti coloro che vorranno entrarvi per la fede in lui: «C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro» (Lc 4,27).
Con Gesù, Figlio di Dio, incarnatosi nel seno di Maria e diventato uomo come tutti noi, ogni uomo è chiamato a salvezza, a prescindere dalla collocazione geografica o dell'appar-tenenza a qualsiasi gruppo umano: ormai, con la sua venuta in mezzo a noi, ogni «terra» è diventata sacra!

Seconda lettura: 2Timoteo 2,8-13


Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un mal-fattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, in-sieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.


 Questo riferimento a Cristo, morto e risuscitato per la salvezza di tutti, è ribadito nel brano della 2a lettera a Timoteo (2,8-13), in cui Paolo esorta il suo discepolo ad essere co-raggioso testimone dell'annuncio cristiano, anche se ciò dovesse comportare inimicizia, e perfino il carcere, come di fatto è capitato a lui: «ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, di-scendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore» (2,8-9).
L'impedimento del carcere, però, non riuscirà a imprigionare la «parola» di Dio, non so-lo perché Paolo continuerà ad annunciarla anche in prigione, ma soprattutto perché nella sofferenza sarà anche più unito a Cristo, e così apporterà un suo particolare contributo all'opera di redenzione: «Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2,9-10).
Segue quindi un frammento di antico inno cristiano, in cui si esalta la comunanza di vi-ta e di destino del credente con il suo Signore, per cui soltanto il nostro rinnegamento della salvezza, da lui apportataci, potrebbe portare anche lui a rinnegarci: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà...» (2,11-13).
C'è un riecheggiamento palese, in questa ultima espressione, delle parole di Gesù: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,33).
Questo brano della 2a lettera a Timoteo non è soltanto un invito al coraggio dell'annun-cio, sempre e dovunque, di fronte a chiunque, ma anche l'affermazione della nostra «inti-mità» con Cristo, per cui, se «partecipiamo» al suo destino di sofferenza, parteciperemo anche alla sua «gloria». Noi potremmo anche essere estranei a Dio, ma lui non è mai «e-straneo» a nessuno di noi!

Vangelo: Luca 17,11-19


Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distan-za e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono puri-ficati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è tro-vato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo stra-niero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Esegesi
— Guarigione dei dieci lebbrosi.
È quanto ci dice soprattutto il racconto evangelico (Lc 17,11-19), che ci descrive la guari-gione dei dieci lebbrosi, di cui uno soltanto, e precisamente un samaritano, torna a «rende-re grazie a Dio» per la salute riacquistata. Già precedentemente Luca aveva narrato la gua-rigione di un lebbroso (5,12-16), che ritroviamo anche negli altri Sinottici (Mc 1,40-45; Mt 8,1-4). Qui invece egli attinge a materiale proprio, e appunto per le «particolarità» con cui l'episodio viene narrato non può essere una rielaborazione del precedente racconto, come qualcuno ha ipotizzato.
Le «particolarità» più significative sono le seguenti: a) Gesù si trova quasi alla fine del «viaggio» che lo porta a Gerusalemme, dove sarà drammaticamente respinto dal suo po-polo, che era venuto a salvare; b) è un gruppo intero di lebbrosi (10) che si rivolge a lui per essere guarito e che la sciagura aveva come affratellato, senza distinzione né di razza né di religione, nonostante che Giudei e Samaritani non avessero «buone relazioni» fra di loro (cf. Gv 4,9); c) Gesù non tocca i lebbrosi per guarirli (cf. 5,13), ma, rispettando la legge mo-saica (cf. Lev 13,4-5), a distanza comanda loro di «presentarsi ai sacerdoti» per la verifica della guarigione, che sola consentiva il normale rientro nella società: la guarigione avviene proprio lungo il loro viaggio verso Gerusalemme.
— Solo il samaritano torna a «ringraziare».
Ma a questo punto accade la cosa più inattesa di tutto l'episodio, che è anche la «punta» semantica di tutto il racconto: uno soltanto, e precisamente il samaritano, cioè lo «stranie-ro», torna a ringraziare Gesù, nel quale ovviamente ha riconosciuto un inviato di Dio. È al-lora che Gesù esprime la sua amarezza per l'ingratitudine degli altri, che erano tutti ebrei: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornas-se indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (17,17-19).
Qui la «salvezza» ovviamente è da intendere in senso più largo: non solo quella fisica, che avevano ricevuto anche gli altri, ma anche quella spirituale, che si ottiene appunto per la fede e che introduce nella comunità di Gesù, che è aperta a tutti e non solo ai Giudei.
Anche altrove S. Luca dimostra simpatia per i Samaritani: si ricordi appunto la parabola del buon Samaritano che, a differenza del sacerdote e del levita, ebrei, passati avanti senza curarsi di lui, si china sull'uomo ferito e lo aiuta con tutti i suoi mezzi, che Gesù porta ad esempio del vero amore del prossimo (cf. Lc 10,30-37).
Come si vede, anche la parabola del buon Samaritano, in ultima analisi, vuol dire che la salvezza portata da Gesù non solo si allarga oltre i confini d'Israele, ma addirittura che i «lontani» sono talora più vicini a Dio di quelli che dovrebbero essergli più «prossimi».

Meditazione
La prima lettura presenta la guarigione dalla lebbra dello straniero Nàaman ad opera del profeta Eliseo e il vangelo narra la guarigione, ad opera di Gesù, di dieci lebbrosi di cui uno solo, uno straniero (un samaritano), torna a ringraziarlo. Il tema dell’azione di grazie, della capacità eucaristica lega le due letture. Nàaman, che voleva sdebitarsi con Eliseo per la guarigione ottenuta e che incontra il rifiuto del profeta, ottiene un po' di terra d'Israele per poter venerare il Signore, Dio d'Israele. La gratitudine appare così nella sua dimensione teo-logale. Il profeta scompare davanti al Signore, vero autore del beneficio, e Nàaman rivolge a Dio il suo ringraziamento. Anche il vangelo presenta la dimensione eucaristica della fede: il ringraziamento del samaritano a Gesù (Lc 17,16) esprime la sua fede (Lc 17,19).
Il testo di 2Re mostra la difficoltà, soprattutto per un uomo importante, ricco e potente come Nàaman, di riconoscersi debitore: coprire di denaro e preziosi chi lo ha beneficato significherebbe «sdebitarsi», far divenire l'altro grato nei suoi confronti, e così non perdere la propria grandezza e la propria immagine di uomo che «non deve nulla a nessuno». La gratitudine è difficile e richiede la messa a morte del proprio narcisismo per entrare nel no-vero di coloro che si sanno graziati.
La difficoltà del ringraziamento emerge anche dal vangelo: di dieci lebbrosi guariti, uno solo torna indietro per ringraziare Gesù. È colui che ha saputo vedersi guarito (Lc 17,15). Occorre il rispetto (nel senso etimologico di guardare indietro: respicere) per giungere al ri-conoscimento di ciò che è avvenuto e quindi alla riconoscenza, al ringraziamento. Il guar-dare indietro è anche lavoro di memoria e la memoria è costitutiva dell'eucaristia come del movimento umano della gratitudine: spesso ci rendiamo conto solo dopo molto tempo di ciò che dobbiamo a persone che abbiamo incontrato nel nostro passato e che hanno lascia-to tracce importanti in noi.
Il samaritano ha saputo vedersi guarito, dunque ha saputo prendere una distanza fra sé e sé e considerare ciò che è venuto a lui dal Signore. Allora è entrato nella salvezza ritor-nando indietro, cambiando strada, ovvero, immettendosi in un movimento di conversione. Ritornare da Gesù senza andare al tempio a farsi vedere dai sacerdoti perché venga verifi-cata la guarigione, significa confessare che ormai la presenza di Dio ha trovato in Gesù il suo tempio, la sua manifestazione: è ringraziando Gesù che il samaritano rende gloria a Dio (Lc 17,18). E Gesù pronuncerà l'oracolo di salvezza nei suoi confronti: «Alzati e va', la tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19). Il vero culto è nella relazione con il Signore Gesù: è da-vanti a lui che il samaritano si prostra e rende grazie.
Le parole di Gesù sulla fede del samaritano significano che la salvezza è veramente tale se la si celebra: il dono di Dio è veramente accolto quando per esso si sa ringraziare, ovvero ri-conoscerne e confessarne l'origine. Solo nel ringraziamento il dono è riconosciuto come dono. Per questo il cuore del culto cristiano si chiama eucaristia: di fronte al dono di Dio non vi è altro da fare che entrare nel ringraziamento, divenire eucaristici (cfr. Col 3,15), vivere nel rendimento di grazie.
Tutti guariti, uno solo salvato. Questa la situazione dei dieci lebbrosi che Gesù ha incon-trato. Nella rivelazione biblica ed evangelica guarigione e salvezza sono spesso associati e la salvezza appare significata e anticipata dalla guarigione. Oggi, di fronte alla svalutazio-ne culturale di una salvezza oltremondana, il rapporto salvezza-guarigione viene capovol-to e la salvezza è declinata come dilatazione del sé qui e ora, guarigione di tutti gli aspetti fisici e psichici dell'esistenza per poter vivere una vita «espansa», «piena». Ma la riscoperta della dimensione terapeutica della fede non può scadere in asservimento dello spirituale ai bi-sogni dell'individuo e non può dimenticare la dimensione tragica dell'esistenza, il non-guarito, il malato fin dalla nascita, la sofferenza innocente, il male che non passa. Non può dimenticare la croce di Cristo.


Preghiere e Racconti

Un giorno San Francesco…
Un giorno mentre il giovane Francesco andava a cavallo per la pianura che si stende ai piedi di Assisi, si imbattè in un lebbroso. Quell'incontro inaspettato lo riempì di orrore, ma ripensando al proposito di perfezione, già concepito nella sua mente, e riflettendo che, se voleva diventare cavaliere di Cristo, doveva prima di tutto vincere se stesso, scese da ca-vallo e corse ad abbracciare il lebbroso e, mentre questo stendeva la mano come per rice-vere l'elemosina, gli porse del denaro e lo baciò.
(Dalla Leggenda Maggiore).
I Samaritani e i lebbrosi
Oggi, non bisogna forse chiedersi chi sono coloro che abbiamo trasformato in samarita-ni e in lebbrosi? Nel nostro mondo lacerato, ma anche fra i nostri vicini, fra i nostri compa-gni di lavoro, forse nella nostra stessa famiglia? La domanda è urgente: si tratta di rispetta-re e di accogliere tutti gli uomini, si tratta di rispettare e di accogliere Dio.
(G. Bessière, Il fuoco che rinfresca)

I dieci lebbrosi
I dieci lebbrosi se ne vanno al calar del sole
tutti guariti, mostrandosi la pelle sana
liberati dall'immonda raganella
che faceva il deserto all'ingresso dei villaggi.
Uno solo si gira, inquieto di camminare
fra due ombre: una dietro di lui
come i nove compagni e l'altra
leggera, davanti a lui, già calante
come se il suo dorso restasse rischiarato
dall’oriente, lo sguardo intravisto
che li ha mandati pieni di speranza ai sacerdoti
- la Vita che si dona, dimenticata dalla vita
che segue e ricomincia. Dov'era il miracolo
prima del miracolo? Sono partiti così in fretta.
Gli altri nove sono lontano. Allora, lui decide
di risalire il fiume della strada.
(J.P. Lemaire, La rotta)

Grazie!
L'immagine che mai dimenticherò è la serie di donne che alle 6 del mattino trovo ad at-tendermi fuori della porta della mia stanza. Nessuna parla, nessuna mi guarda negli occhi. Con i loro bambini rachitici e senza più latte, sono lì ad aspettare. Se non dessi niente, se ne andrebbero via senza una parola. Nessuna chiede, è scontato il perché del loro essere lì. Devo capire e, se posso, aiutare! Una mamma mi mette in braccio il suo bambino dicendo che non vuole vederlo morire.
Con il raccolto di fine agosto la grande paura passa e la vita pian piano riprende nor-malmente.
Tutte, e sottolineo tutte, le donne che abbiamo aiutato sono tornate con un dono: chi una gallina, chi un gallo, chi un'anatra... Così la missione ha avuto finalmente il suo polla-io.
La sera, passeggiando in giro per la missione, rifletto sulla giornata trascorsa, mi fermo, guardo i polli, ripenso ai poveri di Fianga, ai poveri del mondo, che ogni giorno, in silen-zio, tra le lacrime ma con grande dignità, sanno magistralmente dire grazie alla Vita!
(Saverio Fassina, in Piccole storie d'Africa. Da Fianga, nel Ciad).

Dire grazie
Tenerezza è dire grazie con la vita: e ringraziare è gioia perché è umile riconoscimento dell’essere amati.
(B. Forte)

Gesù l’ha denunciato
Gesù ha denunciato l’uomo che non ringrazia. Nel Vangelo di Luca (17,11) quando vi-de che dei dieci lebbrosi guariti ne era tornato uno solo a dire grazie, esclamò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?”.
“E gli altri nove dove sono?”. È pesante questa denuncia di Cristo. La percentuale di chi pensa e ringrazia sarà sempre così ridotta? L’uomo è proprio inguaribile nel suo egoismo? Abbiamo addosso la lebbra dell’ingratitudine.
Il Signore aspetta il nostro ringraziamento come logica dei fatti; se abbiamo ricevuto da Dio è logico che lo riconosciamo, se lo riconosciamo è logico che ci apriamo alla gratitudi-ne. Il Signore non ha dato ai nove lebbrosi guariti un ordine, ma si attendeva che i nove guariti dessero un ordine a se stessi.
La gratitudine è la logica dell’intelligenza e del cuore retto. Chi capisce e ha il cuore ret-to non può fare a meno di ringraziare. Per questo non esiste un comando specifico per il ringraziamento, perché il comandamento deve partire dall’uomo; avrebbe senso la ricono-scenza imposta?
“E gli altri nove dove sono?”. In quei nove ci siamo tutti, perché sono innumerevoli le no-stre negligenze verso la bontà di Dio. Purtroppo in quei nove siamo presenti tutti, perché tutti siamo colpevoli di ingratitudine a Dio. L’uomo non riuscirà mai a stare al passo coi doni di Dio. I benefici di Dio sono più numerosi dell’arena del mare, sono innumerevoli come le gocce d’acqua dell’oceano.
Ma l’uomo deve almeno aprirsi al problema! Non lo risolverà, ma deve almeno capire che c’è!
“E gli altri nove dove sono?”. La denuncia amara di Cristo deve spingermi a rappresenta-re gli assenti. Quando avremo capito e saremo guariti dalla lebbra dell’ingratitudine, do-vremo presentarci a Dio anche per i nostri fratelli che non capiranno mai e rappresentarli: “Signore, perdonali, perché non sanno quello che fanno; io sono qui a ringraziare anche per loro, dammi la capacità di poterli rappresentare sostituendomi ad essi…”.
(A. GASPARINO, Maestro insegnaci a pregare, Leumann (Torino), Elle Di Ci, 1993, 45-46).
Dire “grazie”
«”Grazie” è una parola di poche lettere, ma di molto peso: ingentilisce la terra e la pro-fuma. Ringraziare è un verbo da ricuperare» (Pino Pellegrino). La fede dei lebbrosi del Vangelo è sufficiente per ottenere il miracolo della guarigione. Ma questo deve aumentar-la. La fede del Samaritano è nuova e più profonda. Gli altri hanno ottenuto la guarigione, lui una fede accresciuta e approfondita che ottiene la salvezza. Questa fede è in qualche modo risposta alla domanda dei discepoli: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6; cf 27ª dome-nica). Come, dunque, chi è tornato indietro per rendere gloria a Dio e per benedirlo è stato veramente salvato, ha riconosciuto che in Gesù è Dio che agisce e salva; così solo chi è ca-pace di «Eucaristia» (bene-dizione, rendimento di grazie), culmine e fonte di tutta l’attività della Chiesa, ha la «salvezza»: superamento del caos e accesso alla casa del senso. Il Sama-ritano guarito insegna a dire grazie. Niente ci è dovuto nel nostro rapporto con Dio. Come anche nel rapporto con i fratelli. «Tutto è grazia», dice Bernanos. E se tutto è grazia, solo chi sa dire «grazie» ha capito il suo posto e la sua strada. Nei nostri rapporti pensiamo so-vente che tutto ci sia dovuto e facciamo fatica a dire «grazie», a utilizzare questa piccola forma di cortesia. «Il segreto del vivere spirituale è nella facoltà di lodare. La lode è il rac-conto dell’amore e precede la fede. Prima cantiamo e poi crediamo» (A.J. Heschel). Per chi legge il Vangelo non c’è niente di più impegnativo che dire «grazie». Dal profondo del cuore. È fare «Eucaristia». La lode è pura gratuità per il dono dell’esistenza. L’uomo è così restituito alla sua vocazione: «Misericordias Domini in aeterno cantabo!». «La riconoscen-za – afferma un proverbio africano – è la memoria di cuore». È la capacità di ricordare e, pertanto, di amare.

Grazie, Signore
Signore, ti ringrazio perché mi hai messo al mondo:
aiutami perché la mia vita
possa impegnarla per dare gloria a te e ai miei fratelli.
Ti ringrazio per avermi concesso questo privilegio:
perché tra gli operai scelti, tu hai preso proprio me.
Mi hai chiamato per nome
perché io collabori con la tua opera di salvezza.
Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità,
è sorgente di amore.
Di amore per te, anche di amore per tutti i fratelli.
Signore, io seguo te più da vicino, in modo più stretto.
Voglio vivere in un legame più forte
per poter essere più pronto a darti una mano,
più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti
possano essere salutati da chi sta a valle.
Concedimi il gaudio di lavorare in comunione
e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Salvami, Signore, dalla presunzione di sapere tutto.
Dall’arroganza di chi non ammette dubbi.
Dalla durezza di chi non tollera i ritardi.
Dal rigore di chi non perdona le debolezze.
Dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.
Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita,
perché le parole, quando veicolano la tua,
non suonino false sulle mie labbra.
(Don Tonino Bello)
La sofferenza come maestra
Un giorno, un medico che ha lavorato per molti anni in un lebbrosario ha esclamato: “Sia ringraziato Iddio per il dolore!”, poiché il motivo per cui i lebbrosi perdono le dita, gli arti e persino gli elementi che compongono il volto non è la malattia di Hansen (la lebbra), bensì l’assenza di sensibilità, l’intorpidimento, l’incapacità di provare dolore. Un lebbroso può facilmente scavarsi la carne delle dita girando una chiave in una serratura che offre resistenza, senza accorgersi che si sta tagliando; può non accorgersi che un’infezione sta invadendo la sua carne straziata finché non gli cadono le dita. Non ha alcuna sensazione, né prova dolori che lo avvertono. Un lebbroso potrebbe tenere in mano il manico bollente di una pentola posta sul fuoco, senza accorgersi che si sta bruciando la mano, poiché non ha né sensibilità né dolori che lo rendono cosciente del pericolo. Perciò sia ringraziato Id-dio per il fatto di avere sensazioni e dolori, dal momento che, spesso, ci avvertono della presenza di un pericolo e di un male.
Allo stesso modo, talvolta i vari disagi di cui facciamo esperienza ci mettono in guardia contro i nostri atteggiamenti distorti e paralizzanti. Resta il fatto che possiamo imparare le lezioni del dolore solo quando l’allievo è pronto. E Ciò significa che dobbiamo essere di-sposti a calarci nel nostro dolore, per cercare di trarne la lezione; significa che dobbiamo reprimere l’istinto che ci spinge a fuggirlo; significa che dobbiamo rifiutare qualsiasi incli-nazione a intorpidirci nell’insensibilità pur di non sentire nulla.
(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 148).
Dovremmo continuamente, incessantemente ringraziare
Noi riceviamo dalla grazia di Dio molti e svariati doni; in cambio di ciò che abbiamo ri-cevuto dobbiamo rendere grazie con la preghiera a chi ce li ha donati. Penso che anche se trascorressimo la nostra vita intera nel colloquio con Dio ringraziandolo e pregandolo, sa-remmo ancora lontani dal contraccambiarlo adeguatamente; ci troveremmo, in un certo senso, a non aver neppure cominciato a concepire il desiderio di ringraziarlo. Il tempo si divide in tre parti: passato, presente e futuro. In tutti e tre noi sperimentiamo la benevo-lenza del Signore. Se pensi al presente, sei in vita grazie al Signore. Se pensi al futuro, su di lui riposa la speranza di ciò che attendi. Se guardi al passato, non saresti in vita, se il Si-gnore non ti avesse creato. Ti ha fatto il dono di ricevere vita da lui, e, una volta nato, ti è fatto il dono di avere in lui la vita e il movimento, come dice l'apostolo (cfr. At 17,28). Da questo stesso dono dipendono le tue speranze future. Nelle tue mani è soltanto il presente. Anche se tu non smettessi mai di ringraziare Dio, a stento potresti ringraziare per il tempo presente, ma non potresti mai rendere ciò che devi per il futuro o per il passato. Siamo ben lontani, del resto, dal rendere grazie secondo le nostre capacità! Non facciamo il possibile per ringraziare, non dico tutto il giorno, ma neppure una piccola parte del giorno, dedi-candola a meditare le opere divine. Chi ha dispiegato la terra ai miei piedi? [...] Chi ha da-to a me, polvere senz'anima, vita e intelligenza? Chi ha plasmato me, che sono argilla a immagine di Dio? Chi ha restituito alla mia immagine alterata dal peccato il suo primitivo splendore? Chi riconduce alla primitiva beatitudine me che sono stato cacciato dal paradi-so, allontanato dall'albero di vita, immerso nell'abisso dell'esistenza terrena? Non vi è chi comprenda (cfr. Rm 3,11), dice la Scrittura. Considerando queste cose, dovremmo conti-nuamente, incessantemente ringraziare per tutta la nostra vita.
(GREGORIO DI NISSA, Sul Padre nostro 1, PG 44, 1124C-1125C).
Insegnaci a non amare solo noi stessi
Insegnaci, Signore, a non amare solo noi stessi, a non amare soltanto i nostri cari, a non amare soltanto quelli che ci amano. Insegnaci a pensare agli altri, ad amare anzitutto quelli che nessuno ama. Concedici la grazia di capire che in ogni istante, mentre noi viviamo una vita troppo felice e protetta da te, ci sono milioni di esseri umani, che pure sono tuoi figli e nostri fratelli, che muoiono di fame senza aver meritato di morire di fame, che muoiono di freddo senza aver meritato di morire di freddo. Signore abbi pietà di tutti i poveri del mondo; e non permettere più, o Signore, che viviamo felici da soli. Facci sentire l'angoscia della miseria universale e liberaci dal nostro egoismo.
(Raoul Follereau)


* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
- Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le stra-de. Tempo ordinario – Parte seconda, Milano, Vita e Pensiero, 2010.
- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
- @lleluia 3/C. Animazione liturgica e messalino, Leumann, Elle Di Ci Multimedia, 2009.

del 06/10/2010


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Cuore Immacolato di Maria
P. Mario Piatti icms,
del 19/06/2012

IMMACOLATA, FESTA DI LUCE
Don Giovanni Frigerio, Assistente
da www.unitalsi.info del 06/12/2011

Lo Scapolare del Carmelo
Padre Raffaele Amendolagine
del 11/07/2011

Cristo apparve per primo a Maria
Giovanni Paolo II
da Sito La Santa Sede del 21/05/1997

La perfetta santità di Maria
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 1252-1254

La «Piena di grazia»
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 1191-1193

La nuova «Figlia di Sion»
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 1120-1123

La figlia di Sion
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 1070-1073

Nobiltà morale della donna
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 952-954

Donne impegnate nella salvezza del popolo
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX/1 (1996) p. 851-854

La maternità viene da Dio
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX/1 (1996) p. 502-505

Annuncio della maternità messianica
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX/1 (1996) p. 164-167

Maria nel Protovangelo
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX/1 (1996) p. 115-117

Maria in prospettiva trinitaria
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 46

Scopo e metodo dell'esposizione della dottrina mariana
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX/1 (1996) p. 9-12

Ruolo della donna alla luce di Maria
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2 (1995) p. 1318-1321

Maria e il valore della donna
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2 (1995) p. 1276-1279

Influsso di Maria nella vita della Chiesa
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/1 (1995) p. 1181-1184

Maria nella Sacra Scrittura e nella riflessione teologica
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2 (1995) p. 1040-1043

Il ruolo materno di Maria nei primi secoli
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2 (1995) p. 362-365.

LA PRESENZA DI MARIA NELLA STORIA DELLA CHIESA
Giovanni Paolo II
da Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2 (1995) p. 304-307.

MARIA, DONNA DI FEDE
MARIO SCUDU sdb
da www.donbosco-torino.it

MARIA NELLA MIA VOCAZIONE
M.Caterina Muggianu

PRENDETE IL ROSARIO E PREGATE
M.Caterina Muggianu

Maria, “Donna” dello Spirito
don Luciano Alimandi
da Agenzia Fides

Omaggio dei cuori a Maria.
P. Giovannino Tolu


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SECONDO DISCORSO DI NATALE (parziale)
San Leone Magno
del 29/12/2011


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SECONDO DISCORSO DI NATALE (parziale)
San Leone Magno
del 29/12/2011


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L'amicizia di Dio
Dal trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo (Lib. IV, 13, 4-14, 1; Sc 100, 534-540)
da Liturgia delle ore del 25/02/2012


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La Scuola della Pace II Anno – Novembre 2017
M. Caterina Muggianu
da - del 13/11/2017

Intercessione – espiazione –accoglienza per la Pace
Maria Caterina Muggianu
da - del 12/02/2014

AI PIEDI DI GESÙ PER COSTRUIRE LA PACE
M.Caterina Muggianu
da - del 01/01/1900

DESIDERO DARVI LA PACE
M.Caterina Muggianu
da - del 01/01/1900

CE LO DICONO I SANTI
Padre Jacques Philippe
da - del 01/01/1900

COME REAGIRE A QUANTO CI FA PERDERE LA PACE
Padre Jacques Philippe
da - del 01/01/1900

LA PACE INTERIORE CAMMINO DI SANTITÀ
Padre Jacques Philippe
da - del 01/01/1900


In tutto sono state trovate 8 catechesi.

Nessun bambino si sveglia all’amore
Don Arturo Bellini
del 14/10/2013

Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.
Padre Giulio Maria Scozzaro
del 21/08/2011

XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO -
www.catechistaduepuntozero.it
del 06/10/2010

Festa della SANTISSIMA TRINITÀ
don Vigilio Covi
del 25/05/2010

Ricordiamo la prima effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente.
padre Felice dell'Eremo di Sant'Alberto a Sestri Ponente.


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«Pregando apriamo una finestra verso il cielo»
Benedetto XVI - Udienza Generale30 novembre 2011
da L'Avvenire

Nulla è impossibile a Dio
don Tiziano Soldavini - Piccoli Apostoli Divina Misericordia Amore Eucaristico Con Maria
da Il Seme della Parola del 11/05/2011

La preghiera di intercessione:
Carlo Maria Martini

Il Padre nostro
don Nicola Ban
del 29/03/2009

Lettera sulla preghiera
Mons. BRUNO FORTE Vescovo


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COME IL PADRE VOSTRO CELESTE.
P. Giovannino Tolu


In tutto sono state trovate 2 catechesi.

L’EUCARISTIA spiegata ai bambini
M. Caterina Muggianu
del 17/03/2017

VIVERE L’EUCARESTIA
Pier Giuseppe Accornero
da Tratto dalla rivista “Maria Ausiliatrice” ottobre 2005 del 04/09/2011

EUCARESTIA ANNUNCIO DEL REGNO E MISSIONE
Don Rodolfo Reviglio
da Tratto da: “Maria Ausiliatrice” Torino 11/2005 del 04/09/2011

DIRETTORIO PER L’ADORAZIONE IN SPIRITO E VERITA’
San Pietro Giuliano Eymard
del 04/09/2011

CHE COS’E’ L’EUCARISTIA?
Dell’Arcivescovo Angelo Comastri
del 04/09/2011

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME (Lc 22, 19)
P. Giovannino Tolu
del 30/03/2010


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