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Le Catechesi di Regina Mundi

Catechesi sulla Pace

La Scuola della Pace II Anno – Novembre 2017

“Pacem in terris” I quattro pilastri della pace
di  M. Caterina Muggianu



“Pacem in terris” I quattro pilastri della pace
All'inizio di un nuovo anno della nostra Scuola della Pace vi proponiamo questo importantissimo documento sulla PACE: L’enciclica “Pacem in terris” che Giovanni XXIII scriveva 54 anni fa (nel 1963) ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Con questa Enciclica Giovanni XXIII si proponeva di «ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà». Precisava che con questa lettera intendeva riferirsi ai «rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche e all’intera la comunità mondiale.
Il mondo a cui Giovanni XXIII si rivolgeva era in un profondo stato di disordine. Il XX secolo era iniziato con una grande attesa di progresso. L'umanità aveva invece dovuto registrare, in sessant'anni di storia, lo scoppio di due guerre mondiali, l'affermarsi di sistemi totalitari devastanti, l'accumularsi di immense sofferenze umane e lo scatenarsi, nei confronti della Chiesa, della più grande persecuzione che la storia abbia mai conosciuto. Solo due anni prima della Pacem in terris, nel 1961, veniva eretto il «muro di Berlino» per dividere e mettere l'una contro l'altra non soltanto due parti di quella Città, ma anche due modi di comprendere e di costruire la città terrena. Da una parte e dall'altra del muro la vita assunse uno stile differente, ispirato a regole tra loro spesso contrapposte, in un clima diffuso di sospetto e di diffidenza. Tanto come visione del mondo quanto come concreta impostazione della vita, quel muro attraversò l'umanità nel suo insieme e penetrò nel cuore e nella mente delle persone, creando divisioni che sembravano destinate a durare per sempre.
Inoltre, proprio sei mesi prima della pubblicazione dell'Enciclica, mentre a Roma si era da pochi giorni aperto il Concilio Vaticano II, il mondo, a causa della crisi dei missili a Cuba, si trovò sull'orlo di una guerra nucleare. La strada verso un mondo di pace, di giustizia e di libertà sembrava bloccata. Molti ritenevano che l'umanità fosse condannata a vivere per tanto tempo ancora in quelle precarie condizioni di «guerra fredda», costantemente sottoposta all'incubo che un'aggressione o un incidente potessero scatenare da un giorno all'altro la peggior guerra di tutta la storia umana. L'uso delle armi atomiche, infatti, l'avrebbe trasformata in un conflitto che avrebbe messo a repentaglio il futuro stesso dell'umanità.
Papa Giovanni XXIII non era d'accordo con coloro che ritenevano impossibile la pace. Con l'Enciclica, egli fece sì che questo fondamentale valore – con tutta la sua esigente verità – cominciasse a bussare da entrambe le parti di quel muro e di tutti i muri. A ciascuno l'Enciclica parlò della comune appartenenza alla famiglia umana e accese per tutti una luce sull'aspirazione della gente di ogni parte della terra a vivere in sicurezza, giustizia e speranza per il futuro. Giovanni XXIII identificò le condizioni essenziali per la pace in quattro precise esigenze dell'animo umano: la verità, la giustizia, l'amore e la libertà.
La verità – egli disse – sarà fondamento della pace, se ogni individuo con onestà prenderà coscienza, oltre che dei propri diritti, anche dei propri doveri verso gli altri.
La giustizia edificherà la pace, se ciascuno concretamente rispetterà i diritti altrui e si sforzerà di adempiere pienamente i propri doveri verso gli altri.
L'amore sarà fermento di pace, se la gente sentirà i bisogni degli altri come propri e condividerà con gli altri ciò che possiede, a cominciare dai valori dello spirito.
La libertà infine alimenterà la pace e la farà fruttificare se, nella scelta dei mezzi per raggiungerla, gli individui seguiranno la ragione e si assumeranno con coraggio la responsabilità delle proprie azioni.
Guardando al presente e al futuro con gli occhi della fede e della ragione, Giovanni XXIII intravide ed interpretò le spinte profonde che già erano all'opera nella storia. Egli sapeva che le cose non sempre sono come appaiono in superficie. Malgrado le guerre e le minacce di guerre, c'era qualcos'altro all'opera nelle vicende umane, qualcosa che il Papa colse come il promettente inizio di una rivoluzione spirituale. Egli era tuttavia convinto che, malgrado la situazione fosse sotto alcuni aspetti drammatica, il mondo stava diventando sempre più consapevole di certi valori spirituali e sempre più aperto alla ricchezza di contenuto di quei «pilastri della pace» che erano la verità, la giustizia, l'amore e la libertà. Attraverso l'impegno di portare questi valori nella vita sociale, sia nazionale che internazionale, uomini e donne sarebbero diventati sempre più consapevoli dell'importanza del loro rapporto con Dio, fonte di ogni bene, quale solido fondamento e supremo criterio della loro vita, sia come singoli individui che come esseri sociali. Il Papa ne era convinto che questa più acuta sensibilità spirituale, avrebbe avuto anche profonde conseguenze pubbliche e politiche.
La strada verso la pace, insegnava Giovanni XXIII, doveva passare attraverso la difesa e la promozione dei diritti umani fondamentali. Di essi infatti ogni persona umana gode, non come di beneficio elargito da una certa classe sociale o dallo Stato, ma come di una prerogativa che le è propria in quanto persona: «In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili». Non si trattava semplicemente di idee astratte, erano idee dalle vaste conseguenze pratiche, come la storia avrebbe presto dimostrato. Sulla base della convinzione che ogni essere umano è uguale in dignità e che, di conseguenza, la società deve adeguare le sue strutture a tale presupposto, sorsero ben presto i movimenti per i diritti umani, che diedero espressione politica concreta a una delle grandi dinamiche della storia contemporanea. La promozione della libertà fu riconosciuta come una componente indispensabile dell'impegno per la pace.
Su di un altro punto l'insegnamento della “Pacem in terris” si dimostrò profetico, precorrendo la fase successiva dell'evoluzione delle politiche mondiali. Davanti ad un mondo che stava diventando sempre più interdipendente e globale, Papa Giovanni XXIII suggerì che il concetto di bene comune doveva essere elaborato con un orizzonte mondiale. Ormai, per essere corretto, il discorso doveva far riferimento al concetto di «bene comune universale». Una delle conseguenze di questa evoluzione era l'evidente esigenza che vi fosse un'autorità pubblica a livello internazionale, che potesse disporre dell'effettiva capacità di promuovere tale bene comune universale. Questa autorità, soggiungeva immediatamente il Papa, non avrebbe dovuto essere stabilita attraverso la coercizione, ma solo attraverso il consenso delle nazioni. Si sarebbe dovuto trattare di un organismo avente come «obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona». Proprio per questo espresse particolare apprezzamento per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, considerandola «un passo importante nel cammino verso l'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale». In tale Dichiarazione infatti venivano fissati i fondamenti morali sui quali avrebbe potuto poggiare l'edificazione di un mondo caratterizzato dall'ordine anziché dal disordine, dal dialogo anziché dalla forza. Una più grande consapevolezza dei doveri umani universali sarebbe di grande beneficio alla causa della pace, perché le fornirebbe la base morale del riconoscimento condiviso di un ordine delle cose che non dipende dalla volontà di un individuo o di un gruppo.
Giovanni XXIII, attraverso l'Enciclica Pacem in terris, delineò una più vera immagine dell'umana realtà e indicò la via verso un futuro migliore per tutti. Giovanni XXIII era persona che non temeva il futuro. Lo aiutava in questo atteggiamento di ottimismo quella convinta confidenza in Dio e nell'uomo che gli veniva dal profondo clima di fede in cui era cresciuto. Forte di questo abbandono alla Provvidenza, persino in un contesto che sembrava di permanente conflitto, non esitò a proporre ai leader del suo tempo una visione nuova del mondo.
È questa l'eredità che egli ci ha lasciato. Guardando a lui, siamo invitati ad impegnarci in quei medesimi sentimenti che furono suoi: fiducia in Dio misericordioso e compassionevole, che ci chiama alla fratellanza; fiducia negli uomini e nelle donne del nostro come di ogni altro tempo, a motivo dell'immagine di Dio impressa ugualmente negli animi di tutti. È partendo da questi sentimenti che si può sperare di costruire un mondo di pace sulla terra.

del 13/11/2017


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