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Le Catechesi di Regina Mundi

Anno della Fede

ECUMENISMO E NUOVA EVANGELIZZAZIONE

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 18 – 25 GENNAIO 2013
di  Cardinale Angelo Scola



MONZA, 20 GENNAIO 2013
TEATRO VILLORESI

ECUMENISMO E NUOVA EVANGELIZZAZIONE


CARDINALE ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO

IL SINODO DEI VESCOVI E LE RELAZIONI ECUMENICHE AVVENUTE A ROMA
E IN PROGRAMMA A MILANO PER L’ANNO COSTANTINIANO


1. Ecumenismo e missione

La XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede, il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’inizio dell’Anno della Fede, sono stati tre eventi concomitanti nella vita della Chiesa Cattolica che hanno richiamato in armonia una delle caratteristiche essenziali della Chiesa di Cristo nel suo pellegrinare storico: la missione. Infatti, come insegna il decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad Gentes del Concilio Vaticano II, «la Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2).
Alla luce della natura missionaria della comunità ecclesiale, i cristiani sono diventati più consapevoli della profonda ferita che la loro divisione infligge alla missione. È noto a tutti infatti che l’impegno ecumenico è storicamente nato dall’incontro tra evangelizzatori di diverse Chiese e comunità ecclesiali in terra di missione. L’annuncio del Vangelo da parte di cristiani ancora divisi tra loro ridestava con forza l’anelito all’unità, come condizione improcrastinabile della credibilità di tale annuncio. Così ricorda l’incipit del decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo: «Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica, eppure molte comunioni cristiane propongono se stesse agli uomini come la vera eredità di Gesù Cristo. Tutti invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie diverse, come se Cristo stesso fosse diviso. Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (UR 1).
In questo senso, la situazione in cui vivono le Chiese e le comunità cristiane, almeno in occidente – situazione che mette in campo l’urgenza della nuova evangelizzazione – diventa per tutti noi un’occasione privilegiata per assumere in prima persona e rilanciare l’azione ecumenica . Lo ricordava il Metropolita Hilarion il 16 ottobre 2012 nell’Aula sinodale: «In questo ministero le nostre Chiese sono sempre più consapevoli della necessità di unire i propri sforzi affinché la risposta cristiana alle sfide della società moderna possa essere udita» .
Vorrei in questo mio intervento illustrare alcune linee fondamentali emerse durante i lavori dell’Assemblea Sinodale, mettendo in evidenza le convergenze con la sensibilità e le parole dei Delegati Fraterni, in particolare di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli e dell’allora Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia il dottor Rowan Douglas Williams. La loro presenza a Roma in occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e le loro parole – sia l’uno che l’altro hanno sottolineato con forza il dono del Vaticano II –, sono state una singolare espressione del cammino comune che come cristiani siamo chiamati a percorrere. A quel cammino si è riferito il Papa ricordando che «synodos vuol dire “cammino comune”, “essere in cammino comune”, e così la parola synodos mi fa pensare al famoso cammino del Signore con i due discepoli di Emmaus» .

2. All’origine del cammino: la “precedenza” di Dio

La XIII Assemblea del Sinodo dei Vescovi su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, è stata caratterizzata da un buon numero di interventi del Santo Padre. Se non mi sbaglio in totale i contributi di Sua Santità sono dieci.
Mi permetto enumerarli: Omelia in occasione dell’apertura della XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (7 ottobre), Riflessione del Santo Padre nel corso della Prima Congregazione (8 ottobre), Udienza Generale (10 ottobre), Omelia della Santa Messa per l’apertura dell’Anno della fede (11 ottobre), Benedizione ai partecipanti alla fiaccolata organizzata dall’Azione Cattolica Italiana (11 ottobre), Udienza ad un gruppo di Padri conciliari viventi (12 ottobre), Pranzo con i Padri sinodali (12 ottobre), Campane d’Europa. Un’intervista al Santo Padre sul cristianesimo e l’Europa (16 ottobre), Parole del Santo Padre nel corso dell’ultima Congregazione Generale (27 ottobre), Omelia ed Angelus nella Messa di conclusione della XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo (28 ottobre).
In questa ricca offerta di interventi è possibile individuare una sorta di orizzonte comune che, dopo aver accompagnato la riflessione dei Padri sinodali, può oggi indicare a noi una strada per il cammino ecumenico? Penso di sì. Enucleo sinteticamente qualche linea.
In primo luogo, la nuova evangelizzazione parte dal considerare l’interlocutore dell’annuncio del Vangelo nelle condizioni in cui egli si trova a vivere nell’oggi della storia. In tal senso il Papa non cessa di ricordare che, nelle società in transizione all’inizio di questo nuovo millennio, l’uomo contemporaneo sembra provato da una domanda radicale che trova le più variegate forme di espressione, incluse quelle contraddittorie e violente: «La grande sofferenza dell’uomo è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole c’è un Dio o non c’è?E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? (…) È una realtà o no? Perché non si fa sentire?» . L’incertezza sul fatto che solitudine sia la parola definitiva sull’umano destino porta gli uomini a cedere alla tentazione di una “desertificazione spirituale” che conduce alla “diffusione del vuoto” . Non possiamo tuttavia dimenticare che, per la tradizione biblica il “deserto” è l’ambito privilegiato dell’“incontro” e del “cammino” col Dio vivo che manifesta il suo potere salvifico compiendo meraviglie a favore del suo popolo.
Sorge quindi una questione decisiva: da cosa è caratterizzato il contesto sociale in cui siamo chiamati a trasmettere la fede in questo inizio del Terzo millennio? Durante l’Assemblea Sinodale sono emerse molte osservazioni al proposito. Oggi dobbiamo fare i conti con una “società plurale”, in cui convivono soggetti portatori di mondovisioni spesso assai differenti tra loro e potenzialmente in conflitto: il fenomeno dell’indifferenza sociale nei confronti delle differenze, della società della rete (in riferimento allo strabiliante sviluppo dei mezzi di comunicazione), del meticciato di civiltà e di culture, nonché quello dell’imponenza dei risultati delle tecnoscienze caratterizzano le nostre società plurali. In tale contesto la domanda religiosa, legata ultimamente al rapporto costitutivo dell’uomo con il reale e pertanto ultimamente inestirpabile, emerge come domanda di senso (significato e direzione), di libertà e di felicità, che chiede di essere intercettata ed interpretata.
Come far fronte ad una tale situazione? La risposta di Benedetto XVI, offerta proprio all’inizio dei lavori sinodali, è stata la seguente. Il Santo Padre ha indirizzato lo sguardo e il pensiero dei Padri sinodali verso quello che possiamo chiamare l’antefatto fondante la Chiesa: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? (…) Solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa (…) Dio è l’inizio sempre» . Un’indicazione fondamentale per la nuova evangelizzazione, consegnata all’inizio dei lavori sinodali, può dunque essere formulata in questo modo: la precedenza è sempre di Dio. Egli parla ed opera. La Chiesa può solo co-operare.
A tal proposito sono state molto significative le riflessioni dell’Arcivescovo Williams in merito al primato della contemplazione: «Essere contemplativi come lo è Cristo significa essere aperti a tutta la pienezza che il Padre vuole effondere nei nostri cuori. Con le nostre menti rese silenziose e pronte a ricevere, con le fantasie che noi stessi abbiamo generato su Dio e su noi stessi ridotte al silenzio, abbiamo finalmente raggiunto il punto in cui possiamo cominciare a crescere» .
Rispettando questa precedenza di Dio e il conseguente primato della contemplazione, è possibile identificare nel verbo “co-operare” un termine adeguato per descrivere il compito della nuova evangelizzazione, un compito che «risponde ad un orientamento programmatico per la vita della Chiesa, di tutti i suoi membri, delle famiglie, delle comunità, delle sue istituzioni (…) La Chiesa esiste per evangelizzare» . Il Santo Padre ha quindi insistito sul fatto che l’inizio di ogni opera ecclesiale, e quindi dell’evangelizzazione, non può che venire da Dio. «Ma dall’altra parte – ha aggiunto – questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività» . L’espressione usata dal Papa, e la spiegazione che egli ne ha dato, sono inequivocabili: egli non ha detto che le attività della Chiesa sono “teandriche” perché “fatte da Dio e da noi”, ma perché «fatte da Dio con il coinvolgimento nostro». In questo modo, Benedetto XVI ci aiuta a cogliere che il carattere teandrico dell’evangelizzazione non implica una “parità” di compiti tra Dio e i cristiani: la nostra attività avrà sempre la forma mariana della risposta, della collaborazione attraverso l’assenso, cioè dell’obbedienza della fede. Solo Dio è il prot-agonista, la Chiesa è co-agonista . L’ambito in cui si può percepire con maggior chiarezza questo essere co-agonista proprio della Chiesa è la celebrazione liturgica. In essa, infatti, il popolo cristiano è di fronte al Signore sempre in posizione mariana, la posizione di Colei che coopera con l’assenso, con l’accoglienza obbediente del dono che la precede. Questa “qualità responsoriale” che – come ben insegnano le Chiese Ortodosse – emerge con chiarezza nella liturgia, è propria di ogni espressione della vita della Chiesa.
Attenzione all’interlocutore, primato o precedenza di Dio e cooperazione di fede da parte della Chiesa sono tre linee di fondo che sottolineano il legame oggettivo esistente tra l’indole pastorale-salvifica del Concilio Vaticano II e l’urgenza della nuova evangelizzazione . Il Patriarca Bartolomeo, nelle sue parole alla fine della solenne celebrazione eucaristica dell’11 ottobre, ebbe a dire in proposito: «Diletto fratello, la nostra presenza qui significa e segna il nostro impegno di testimoniare insieme il messaggio di salvezza e guarigione per i nostri fratelli più piccoli» .
Nella catechesi dell’Udienza Generale del 10 ottobre, Benedetto XVI ha affermato: «Dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda – di nuovo, con chiarezza – che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo» .
È importante, infine, sottolineare – come a più riprese è stato fatto durante i lavori sinodali – che l’evangelizzazione, quale compito proprio della Chiesa, si dispiega su tre diversi fronti, tra loro però connessi: la missio ad gentes, che conserva tutta la sua importanza; la normale attività pastorale di cura del popolo cristiano e, propriamente, la nuova evangelizzazione dei paesi di antica tradizione cristiana. Gli interventi dei Padri, tuttavia, hanno evidenziato che il richiamo ad una “nuova evangelizzazione” non può che essere trasversale a tutti e tre gli ambiti.

3. Alcune indicazioni offerte dai lavori dell’Assemblea del Sinodo

Possiamo ora entrare un poco nelle principali indicazioni che l’Assemblea Sinodale ha fornito in merito al tema scelto: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana .
Anzitutto la precedenza di Dio è stata descritta riferendosi all’avvenimento trinitario di Gesù Cristo in termini di “soggetto” e, nello stesso tempo, di “contenuto” della nuova evangelizzazione . I Padri, nella Proposizione 4, hanno parlato in proposito della Santissima Trinità come fonte della nuova evangelizzazione e della necessità di sottolineare la filiazione divina quale suo orizzonte compiuto . Anche il Messaggio al popolo di Dio si è riferito al contenuto della nuova evangelizzazione nei termini di un incontro personale con Gesù Cristo nella Chiesa. Questo tema, di gran lunga il più citato dai Padri, richiama il celebre esordio dell’enciclica Deus caritas est: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» .
In secondo luogo i lavori sinodali si sono a lungo soffermati sulla Chiesa quale “co-agonista” della nuova evangelizzazione, ambito che, insieme alla missio ad gentes e alla cura pastorale del popolo cristiano, appartiene a quella dimensione missionaria che, sulla scia dell’insegnamento del Vaticano II, dev’essere riconosciuta come carattere essenziale e permanente del cammino storico della Chiesa: «La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2) .
È significativo che i Padri abbiano declinato questo argomento insistendo su una chiave che potremmo chiamare “antropologica” della Chiesa, e cioè mettendo in evidenza come la Chiesa vive questa sua natura missionaria proprio in quanto essa accade nell’esistenza dei fedeli cristiani (si ricordi il richiamo di Guardini al rinascere della Chiesa nelle anime). In questo senso si è ricordato con forza come la missione riguardi ogni cristiano in quanto tale, o per dirla in altro modo, come la missione scaturisca essenzialmente dall’iniziazione cristiana, dall’identità cristiana: «Ogni fedele cristiano è coinvolto con la missione di evangelizzare in forza dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione» . Ne consegue che la nuova evangelizzazione riguarda ogni stato di vita (ministri ordinati , vita consacrata , fedeli laici ) e condizione (uomini e donne , giovani , adulti , migranti , infermi ...). A questo proposito numerosi sono stati i riferimenti all’importanza della famiglia cristiana , anche quando essa è ferita .
All’interno di tale prospettiva antropologica, i Padri sinodali hanno insistito su due fattori che, a mio avviso, acutamente rivestono quel ruolo di “bussola anche per il futuro” che il Papa, nella Catechesi dell’Udienza Generale del 10 ottobre, ha individuato quale valore proprio degli insegnamenti del Concilio Vaticano II . Mi riferisco anzitutto all’insistenza sulla santità e sulla vocazione universale alla santità, che riprende l’insegnamento del capitolo V della costituzione dogmatica Lumen gentium. Con decisione i Padri hanno sottolineato che i santi sono i veri protagonisti dell’evangelizzazione . Ne consegue la seconda insistenza, e cioè la necessità di “conversione” . Con tale termine si radicalizza la benefica dinamica di “aggiornamento” e “riforma” che caratterizzò l’ultima assise ecumenica. Una conversione che dev’essere anche “pastorale”, nel senso che deve cogliere i cambiamenti verificatisi nel nostro tempo e l’impossibilità di continuare ad agire dando per scontato un contesto cristiano che non è più quello di un tempo anche se conserva, almeno in talune situazioni particolari, forti radici popolari .
In terzo e ultimo luogo mi sembra che sia emersa con chiarezza quale sia la “figura” propria della missione e della nuova evangelizzazione. Mi riferisco alla figura del “testimone”. La nuova evangelizzazione è anzitutto questione di “testimonianza” o, per meglio dire, di testimoni in un mondo secolarizzato .
Abbiamo già citato il richiamo del Patriarca Bartolomeo sull’argomento. Vale ora la pena di soffermarsi sul contenuto di una tale testimonianza, così come è stato espresso dall’Arcivescovo Williams. Si tratta di mostrare la rilevanza antropologica della fede cristiana. Con le parole del prelato britannico possiamo dire che «proclamare il Vangelo equivale a proclamare che in definitiva è possibile essere veramente umani: la fede cattolica e cristiana rapprasenta un “vero umanesimo” (…) Essere pienamente umani significa essere creati nuovamente a immagine dell’umanità di Cristo; e quell’umanità rappresenta la perfetta “traduzione” umana del rapporto dell’eterno Figlio con l’eterno Padre, un rapporto di donazione di sé nell’amore e nell’adorazione, una reciproca effusione di vita»
In quale forma i cristiani vivono in prima persona il loro essere testimoni? Possiamo evidenziare le indicazioni offerte dall’Assemblea a partire da quel binomio confessio-caritas che Benedetto XVI ha sviluppato nell’intervento dell’8 ottobre, ripreso poi dal dibattito, come documentano le Proposizioni 6, 34, 35.
La testimonianza è confessio perché Dio stesso è, in un certo senso, il contenuto della fede, Colui che ci chiede la disponibilità ad offrire la vita proprio nel renderGli testimonianza . La dimensione della “confessione” è essenziale alla nuova evangelizzazione come testimonianza della fede. Essa è chiamata a dare forma sia al primo annuncio che alla catechesi (è stata sottolineata l’importanza del Catechismo della Chiesa Cattolica e del prezioso compito dei catechisti e degli evangelizzatori ), sia l’educazione cattolica a tutti i suoi livelli , sia l’elaborazione teologica . Le proposizioni hanno inoltre rilevato come la confessio sia attuata e alimentata dalla celebrazione liturgico-sacramentale, ambito proprio della lettura orante della Parola di Dio .
In modo inscindibile la testimonianza è anche caritas. Questa dimensione non si giustappone a quella della confessio, ma ne costituisce la verifica: la carità legittima, per così dire, la verità, la rende credibile . La carità, come forma propria della vita cristiana, comunica in linguaggio accessibile ad ogni uomo, qualunque sia la circostanza in cui si trova, la verità del Vangelo. In particolare l’Assemblea Sinodale ha sottolineato la forza riconciliatrice della fede , l’importanza della dottrina sociale della Chiesa e l’opzione per i poveri . La caritas, in questo modo, manifesta con chiarezza quella che possiamo chiamare la rilevanza antropologica della fede, la “convenienza” dell’incontro con Gesù Cristo (cf. GS 22) .

4. L’anniversario dell’Editto di Milano: un’occasione di testimonianza ecumenica in favore di ogni nostro fratello

La missione dei cristiani si svolge sempre in un contesto geografico, sociale e culturale preciso. Tale contesto fa oggettivamente parte della nostra vocazione, nel senso che costituisce la trama di circostanze, situazioni e rapporti con cui la Trinità ci chiama a partecipare della Sua vita e ci coinvolge nella missione.
Per questa ragione l’anniversario del XVII centenario del cosiddetto “Editto di Milano” non può non provocare le nostre Chiese e comunità ad un lavoro comune. Ad esso ci ha incoraggiato, ad esempio, il Dott. Timothy George, rappresentante dell’Alleanza Battista Mondiale all’Assemblea del Sinodo, che con forza affermò: «Oggi la libertà religiosa è sotto assedio in molti modi, alcuni evidenti e altri più subdoli. Tutti i cristiani che prendono sul serio il richiamo all’evangelizzazione devono impegnarsi e operare insieme per tutelarla e diffonderla» .
E recentemente, il Patriarca Bartolomeo, nell’allocuzione rivolta alla delegazione della Santa Sede che si è recata a Costantinopoli in occasione della Festa del Trono lo scorso 30 novembre, ha descritto l’anniversario dell’Editto di Milano con le seguenti parole: «Nell’anno del Signore 2013, che sta per iniziare, celebreremo il 1700 anniversario della promulgazione dell’editto di Milano, per mezzo del quale l’imperatore dei romani, san Costantino il Grande, ha proclamato la libertà di fede cristiana e la libertà di religione in generale. Questa libertà, promessa da Cristo e nella quale ci ha redenti (cfr. Galati 5,1) noi la dovremmo preservare e rafforzare» .
Come cristiani siamo tutti implicati in questo compito di consolidamento e di promozione della libertà: non abbiamo il diritto di disertarlo. Per questo, nella lettera pastorale che quest’anno ho indirizzato alla Diocesi, ho ricordato che «l’anniversario dell’editto di Costantino del 313 sarà l’occasione non solo per riprendere il tema della libertà religiosa, ma anche per una riflessione, da condividere con tutte le persone e istituzioni disponibili, sulla rilevanza pubblica della religione e sul bene per l’intera società di una comunità cristiana viva, unita, disponibile a farsi protagonista nel tessuto sociale secondo la sua specifica vocazione e secondo una idea di società democratica che anche i cristiani hanno contribuito a costruire e devono contribuire a rinnovare» .
In occasione della Festa di Sant’Ambrogio ho avuto modo di iniziare un percorso di riflessione sulla libertà religiosa che intendo approfondire insieme a tutti coloro che lo vorranno e, in modo particolare, con lo stesso Patriarca Bartolomeo nella sua prossima visita a Milano nel mese di marzo.
Il dono della fede e del battesimo che, come ha ricordato il Vescovo luterano di Lapua all’Assemblea del Sinodo, «rappresenta la solida base della vita cristiana» fa di noi dei figli dello stesso Padre e quindi dei fratelli. Esso domanda a tutti un impegno missionario sempre più deciso e gratuito. Tal impegno non nasce né dai nostri meriti né dalle nostre capacità. Nasce semplicemente dalla nostra gratitudine al Signore per aver ricevuto il dono della fede.

del 20/01/2013


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