ella serie di ritratti di grandi Padri e Dottori della Chiesa che cerco di
offrire in queste catechesi,
ho parlato la scorsa volta di san Gregorio Nazianzeno, Vescovo del IV
secolo; vorrei ora completare questo ritratto. Cercheremo oggi di
raccogliere alcuni suoi insegnamenti. Riflettendo sulla missione che Dio gli
aveva affidato, san Gregorio Nazianzeno concludeva: «Sono stato creato per
ascendere fino a Dio con le mie azioni» (Discorso 14,6 sull’amore
per i poveri). Di fatto, egli mise al servizio di Dio e della Chiesa il
suo talento di scrittore e di oratore. Compose numerosi discorsi,
varie omelie e panegirici, molte lettere e opere poetiche (quasi 18.000
versi!): un’attività veramente prodigiosa. Aveva compreso che questa era la
missione che Dio gli aveva affidato: «Servo della Parola, io aderisco al
ministero della Parola; che io non acconsenta mai di trascurare questo bene.
Questa vocazione io l’apprezzo e la gradisco, ne traggo più gioia che da
tutte le altre cose messe insieme» (Discorso 6,5; cfr anche
Discorso 4,10).
Il Nazianzeno era un uomo mite, e nella sua vita cercò sempre di fare
opera di pace nella Chiesa del suo tempo, lacerata da discordie e da eresie.
Con audacia evangelica si sforzò di superare la propria timidezza per
proclamare la verità della fede. Sentiva profondamente l’anelito di
avvicinarsi a Dio, di unirsi a Lui. È quanto esprime egli stesso in una sua
poesia, dove scrive: tra i «grandi flutti del mare della vita, / di qua e di
là da impetuosi venti agitato, /... / una cosa sola m'era cara, sola mia
ricchezza, / conforto e oblio delle fatiche, / la luce della Santa Trinità»
(Poesie [storiche] 2,1,15).
Gregorio fece risplendere la luce della Trinità, difendendo la
fede proclamata nel Concilio di Nicea: un solo Dio in tre Persone uguali e
distinte – Padre, Figlio e Spirito Santo –, «triplice luce che in unico /
splendor s’aduna» (ibid. 2,1,32). Quindi, afferma sempre Gregorio
sulla scorta di san Paolo (1 Cor 8,6), «per noi vi è un Dio, il
Padre, da cui è tutto; un Signore, Gesù Cristo, per mezzo di cui è tutto; e
uno Spirito Santo, in cui è tutto» (Discorso 39,12).
Gregorio ha messo in grande rilievo la piena umanità di Cristo: per
redimere l’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito, Cristo assunse
tutte le componenti della natura umana, altrimenti l’uomo non sarebbe stato
salvato. Contro l’eresia di Apollinare, il quale sosteneva che Gesù Cristo
non aveva assunto un’anima razionale, Gregorio affronta il problema alla
luce del mistero della salvezza: «Ciò che non è stato assunto, non è stato
guarito» (Ep. 101,32), e se Cristo non fosse stato «dotato di
intelletto razionale, come avrebbe potuto essere uomo?» (Ep. 101,34).
Era proprio il nostro intelletto, la nostra ragione che aveva e ha bisogno
della relazione, dell’incontro con Dio in Cristo. Diventando uomo, Cristo ci
ha dato la possibilità di diventare a nostra volta come Lui. Il Nazianzeno
esorta: «Cerchiamo di essere come Cristo, poiché anche Cristo è divenuto
come noi: di diventare dèi per mezzo di Lui, dal momento che Lui stesso,
per il nostro tramite, è divenuto uomo. Prese il peggio su di sé, per farci
dono del meglio» (Discorso 1,5).
Maria, che ha dato la natura umana a Cristo, è vera Madre di Dio (Theotókos:
cfr Ep. 101,16), e in vista della sua altissima missione è stata
«pre-purificata» (Discorso 38,13; quasi un lontano preludio del dogma
dell’Immacolata Concezione). Maria è proposta come modello ai cristiani,
soprattutto alle vergini, e come soccorritrice da invocare nelle necessità
(cfr Discorso 24,11).
Gregorio ci ricorda che, come persone umane, dobbiamo essere solidali gli
uni verso gli altri. Scrive: «“Noi siamo tutti una sola cosa nel Signore”
(cfr Rm 12,5), ricchi e poveri, schiavi e liberi, sani e malati; e
unico è il capo da cui tutto deriva: Gesù Cristo. E come fanno le membra di
un solo corpo, ciascuno si occupi di ciascuno, e tutti di tutti». Poi,
riferendosi ai malati e alle persone in difficoltà, conclude: «Questa è
l’unica salvezza per la nostra carne e la nostra anima: la carità verso di
loro» (Discorso 14,8 sull’amore per i poveri). Gregorio
sottolinea che l’uomo deve imitare la bontà e l’amore di Dio, e quindi
raccomanda: «Se sei sano e ricco, allevia il bisogno di chi è malato e
povero; se non sei caduto, soccorri chi è caduto e vive nella sofferenza; se
sei lieto, consola chi è triste; se sei fortunato, aiuta chi è morso dalla
sventura. Da’ a Dio una prova di riconoscenza, perché sei uno di quelli che
possono beneficare, e non di quelli che hanno bisogno di essere beneficati
... Sii ricco non solo di beni, ma anche di pietà; non solo di oro, ma di
virtù, o meglio, di questa sola. Supera la fama del tuo prossimo mostrandoti
più buono di tutti; renditi Dio per lo sventurato, imitando la misericordia
di Dio» (ibid., 14,26).
Gregorio ci insegna anzitutto l’importanza e la necessità della
preghiera. Egli afferma che «è necessario ricordarsi di Dio più spesso di
quanto si respiri» (Discorso 27,4), perché la preghiera è l’incontro
della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di
Lui (cfr Discorso 40, 27). Nella preghiera noi dobbiamo rivolgere il
nostro cuore a Dio, per consegnarci a Lui come offerta da purificare e
trasformare. Nella preghiera noi vediamo tutto alla luce di Cristo, lasciamo
cadere le nostre maschere e ci immergiamo nella verità e nell’ascolto di
Dio, alimentando il fuoco dell'amore.
In una poesia, che è allo stesso tempo meditazione sullo scopo della
vita e implicita invocazione a Dio, Gregorio scrive: «Hai un compito, anima
mia, / un grande compito, se vuoi. / Scruta seriamente te stessa, / il tuo
essere, il tuo destino; / donde vieni e dove dovrai posarti; / cerca di
conoscere se è vita quella che vivi / o se c’è qualcosa di più. / Hai un
compito, anima mia, / purifica, perciò, la tua vita: / considera, per
favore, Dio e i suoi misteri, / indaga cosa c’era prima di questo universo /
e che cosa esso è per te, / da dove è venuto, e quale sarà il suo destino. /
Ecco il tuo compito, / anima mia, / purifica, perciò, la tua vita» (Poesie
[storiche] 2,1,78). Continuamente il santo Vescovo chiede
aiuto a Cristo, per essere rialzato e riprendere il cammino: «Sono stato
deluso, o mio Cristo, / per il mio troppo presumere: / dalle altezze sono
caduto molto in basso. / Ma rialzami di nuovo ora, poiché vedo / che da me
stesso mi sono ingannato; / se troppo ancora confiderò in me stesso, /
subito cadrò, e la caduta sarà fatale» (ibid., 2,1,67).
Gregorio, dunque, ha sentito il bisogno di avvicinarsi a Dio per superare
la stanchezza del proprio io. Ha sperimentato lo slancio dell’anima, la
vivacità di uno spirito sensibile e l’instabilità della felicità effimera.
Per lui, nel dramma di una vita su cui pesava la coscienza della propria
debolezza e della propria miseria, l’esperienza dell’amore di Dio ha sempre
avuto il sopravvento. Hai un compito, anima – dice san Gregorio anche a noi
–, il compito di trovare la vera luce, di trovare la vera altezza della tua
vita. E la tua vita è incontrarti con Dio, che ha sete della nostra sete.