
Benedetto XVI - Udienza Generale
Piazza San Pietro - Mercoledi, 30 Maggio 2007

ella
serie delle nostre catechesi su grandi personalità della Chiesa antica,
arriviamo oggi a un eccellente Vescovo
africano del III secolo, san Cipriano, che "fu il primo vescovo che in
Africa conseguì la corona del martirio". In pari grado
la sua fama - come attesta il diacono Ponzio, che per primo ne scrisse la
vita - è legata alla produzione letteraria e
all'attività pastorale dei tredici anni che intercorrono fra la sua
conversione e il martirio (cfr Vita 19,1; 1,1). Nato a
Cartagine da ricca famiglia pagana, dopo una giovinezza dissipata Cipriano
si converte al cristianesimo all'età di 35 anni.
Egli stesso racconta il suo itinerario spirituale: "Quando ancora giacevo
come in una notte oscura", scrive alcuni mesi
dopo il battesimo, "mi appariva estremamente difficile e faticoso compiere
quello che la misericordia di Dio mi
proponeva... Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata, e non
credevo di potermene liberare, tanto
assecondavo i vizi e favorivo i miei cattivi desideri... Ma poi, con l'aiuto
dell'acqua rigeneratrice, fu lavata la miseria della
mia vita precedente; una luce sovrana si diffuse nel mio cuore; una seconda
nascita mi restaurò in un essere interamente
nuovo. In modo meraviglioso cominciò allora a dissiparsi ogni dubbio...
Comprendevo chiaramente che era terreno quello
che prima viveva in me, nella schiavitù dei vizi della carne, ed era invece
divino e celeste ciò che lo Spirito Santo in me
aveva ormai generato" (A Donato, 3-4).
Subito dopo la conversione, Cipriano - non senza invidie e resistenze -
viene eletto all'ufficio sacerdotale e alla dignità di
Vescovo. Nel breve periodo del suo episcopato affronta le prime due
persecuzioni sancite da un editto imperiale, quella
di Decio (250) e quella di Valeriano (257 -258). Dopo la persecuzione
particolarmente crudele di Decio il Vescovo
dovette impegnarsi strenuamente per riportare la disciplina nella comunità
cristiana. Molti fedeli, infatti, avevano abiurato,
o comunque non avevano tenuto un contegno corretto dinanzi alla prova. Erano
i cosiddetti lapsi - cioè i ‘caduti' -,
che desideravano ardentemente rientrare nella comunità. Il dibattito sulla
loro riammissione giunse a dividere i cristiani di
Cartagine in lassisti e rigoristi. A queste difficoltà occorre aggiungere
una grave pestilenza che sconvolse l'Africa e pose
interrogativi teologici angosciosi sia all'interno della comunità sia nel
confronto con i pagani. Bisogna ricordare, infine, la
controversia fra Cipriano e il vescovo di Roma, Stefano, circa la validità
del battesimo amministrato ai pagani da cristiani
eretici.
In queste circostanze realmente difficili Cipriano rivelò elette doti di
governo: fu severo, ma non inflessibile con i lapsi,
accordando loro la possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare;
davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane
tradizioni della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più autentico
spirito evangelico nell'esortare i cristiani
all'aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza; seppe tenere la giusta
misura nel ricordare ai fedeli - troppo timorosi di
perdere la vita e i beni terreni - che per loro la vera vita e i veri beni
non sono quelli di questo mondo; fu irremovibile nel
combattere i costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita morale,
soprattutto l'avarizia. "Passava così le sue
giornate", racconta a questo punto il diacono Ponzio, "quand'ecco che - per
ordine del proconsole - giunse
improvvisamente alla sua villa il capo della polizia" (Vita, 15,1). In quel
giorno il santo vescovo fu arrestato, e dopo un
breve interrogatorio affrontò coraggiosamente il martirio in mezzo al suo
popolo.
Cipriano compose numerosi trattati e lettere, sempre legati al suo ministero
pastorale. Poco incline alla speculazione
teologica, scriveva soprattutto per l'edificazione della comunità e per il
buon comportamento dei fedeli. Di fatto, la Chiesa
è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue tra Chiesa visibile,
gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma
afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca
di ripetere che "chi abbandona la cattedra di
Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa"
(L'unità della Chiesa cattolica, 4). Cipriano sa bene, e
lo ha formulato con parole forti, che "fuori della Chiesa non c'è salvezza"
(Epistola 4,4 e 73,21), e che "non può avere Dio
come padre chi non ha la Chiesa come madre" (L'unità della Chiesa
cattolica,4). Caratteristica irrinunciabile della Chiesa
è l'unità, simboleggiata dalla tunica di Cristo senza cuciture (ibid., 7):
unità della quale dice che trova il suo fondamento in
Pietro (ibid., 4) e la sua perfetta realizzazione nell'Eucaristia (Epistola
63,13). "Vi è un solo Dio, un solo Cristo",
ammonisce Cipriano, "una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo
cristiano, stretto in salda unità dal cemento
della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura" (L'unità
della Chiesa cattolica, 23).
Abbiamo parlato del suo pensiero riguardante la Chiesa, ma non si deve
trascurare, infine, l'insegnamento di Cipriano
sulla preghiera. Io amo particolarmente il suo libro sul «Padre Nostro», che
mi ha aiutato molto a capire meglio e a
recitare meglio la «preghiera del Signore»: Cipriano insegna come proprio
nel «Padre Nostro» è donato al cristiano il retto modo di pregare; e
sottolinea che tale preghiera è al plurale, "affinché colui che prega non
preghi unicamente per
sé. La nostra preghiera - scrive - è pubblica e comunitaria e, quando noi
preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma
per tutto il popolo, perché con tutto il popolo noi siamo una cosa sola"
(L'orazione del Signore 8). Così preghiera
personale e liturgica appaiono robustamente legate tra loro. La loro unità
proviene dal fatto che esse rispondono alla
medesima Parola di Dio. Il cristiano non dice "Padre mio", ma "Padre
nostro", fin nel segreto della camera chiusa,
perché sa che in ogni luogo, in ogni circostanza, egli è membro di uno
stesso Corpo.
"Preghiamo dunque, fratelli amatissimi", scrive il Vescovo di Cartagine,
"come Dio, il Maestro, ci ha insegnato. E'
preghiera confidenziale e intima pregare Dio con ciò che è suo, far salire
alle sue orecchie la preghiera di Cristo.
Riconosca il Padre le parole del suo Figlio, quando diciamo una preghiera:
colui che abita interiormente nell'animo sia
presente anche nella voce... Quando si prega, inoltre, si abbia un modo di
parlare e di pregare che, con disciplina,
mantenga calma e riservatezza. Pensiamo che siamo davanti allo sguardo di
Dio. Bisogna essere graditi agli occhi divini
sia con l'atteggiamento del corpo che col tono della voce... E quando ci
riuniamo insieme con i fratelli e celebriamo i
sacrifici divini con il sacerdote di Dio, dobbiamo ricordarci del timore
reverenziale e della disciplina, non dare al vento qua
e là le nostre preghiere con voci scomposte, né scagliare con tumultuosa
verbosità una richiesta che va raccomandata a
Dio con moderazione, perché Dio è ascoltatore non della voce, ma del cuore
(non vocis sed cordis auditor est)" (3-4). Si
tratta di parole che restano valide anche oggi e ci aiutano a celebrare bene
la Santa Liturgia.
In definitiva, Cipriano si colloca alle origini di quella feconda tradizione
teologico-spirituale che vede nel ‘cuore' il
luogo privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai Padri, infatti,
il cuore è l'intimo dell'uomo, il luogo dove abita
Dio. In esso si compie quell'incontro nel quale Dio parla all'uomo, e l'uomo
ascolta Dio; l'uomo parla a Dio, e Dio ascolta
l'uomo: il tutto attraverso l'unica Parola divina. Precisamente in questo
senso - riecheggiando Cipriano - Smaragdo,
abate di San Michele alla Mosa nei primi anni del nono secolo, attesta che
la preghiera "è opera del cuore, non delle
labbra, perché Dio guarda non alle parole, ma al cuore dell'orante" (Il
diadema dei monaci, l). Carissimi, facciamo nostro
questo "cuore in ascolto", di cui ci parlano la Bibbia (cfr 1 Re 3,9) e i
Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così potremo
sperimentare in pienezza che Dio è il nostro Padre, e che la Chiesa, la
santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra
Madre.
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