L'anno
1928 fu terribile: le colonne infernali dei massoni avevano ricevuto
l'ordine di deportare la popolazione rurale in "campi di
concentramento", dove la carestia e le epidemie li decimò. Al minimo
segno di resistenza, sarebbero stati massacrati dai federali. Le
greggi e i raccolti furono sequestrati, i pascoli bruciati, e i
villaggi distrutti a migliaia. Nonostante questa politica della
terra bruciata, i Cristeros erano efficaci e risoluti. Nel 1929 i
tre quarti della terra abitabile del Messico era nelle mani delle
truppe di Cristo Re, la vittoria era a portata di mano, sia grazie
ai disordini che laceravano quella parte del Messico ancora in mano
ai governativi che si combattevano a vicenda, sia perché negli Stati
Uniti era stato eletto presidente Hoover, che non era un massone!
Già alla fine del 1928, quando per il governo federale cominciò a
profilarsi il fantasma di una sconfitta sul campo, il governo fece
balenare la possibilità di un accordo con i vertici cattolici.
Ebbero così inizio incontri diplomatici segreti, tra esponenti della
segreteria di Stato vaticana ed il governo. Dwight Whithney Morrow,
ambasciatore americano in Messico, un finanziere del potente gruppo
bancario Morgan, fu il mediatore tra le parti. Il 22 giugno 1929 il
nuovo presidente messicano Emilio Portes Gil e i vescovi Leopoldo
Ruiz e Pascual Diaz fissarono un accordo di pace noto con gli "Arreglos".
I Cristeros apprendono degli accordi
Al momento della firma degli accordi, la Cristiada contava 30.000
morti , 150.000 vittime tra la popolazione civile e quasi 40.000
caduti dell'esercito governativo. L'accordo prevedeva la sospensione
delle disposizioni antiecclesiastiche emanate dal regime di Calles,
ad eccezione dell'obbligo di registrazione per i sacerdoti e
l'interdizione da ogni attività politica da parte degli
ecclesiastici.
Il 29 giugno 1929, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, le
chiese di tutto il Messico furono riaperte al culto. I cattolici e
la gerarchia ecclesiastica si illusero di aver riacquistato la
libertà...
Jean Meyer, uno dei più importanti storici della Cristiada, scrisse:
"Ai Cristeros fu detto, dalla notte al giorno, di sospendere la
guerra perché il culto sarebbe ripreso, di consegnare le armi e di
tornarsene a casa. Molti Cristeros sentirono di essere stati
ingannati, traditi e abbandonati. Avevano preso le armi contro una
legge persecutoria, contro la quale la Chiesa aveva protestato
sospendendo il culto. Erano morti a migliaia e quando avevano
raggiunto il loro apogeo, la gerarchia, in accordo con Roma, aveva
detto di credere alla buona volontà del presidente che assicurava
che lo spirito delle leggi non era persecutorio. In quel momento i
Cristeros non capiscono perché ieri la legge era persecutoria e
oggi, quella stessa legge, immutata, non lo è più. Si rendono conto
che la Chiesa non guadagna nulla dagli accordi e che sarà ingannata.
Sono amareggiati, confusi, delusi ma accettano la vergogna della
resa, l'umiliazione di riconsegnare le armi ai nemici della fede a
cui le avevano strappate una ad una. È un mysterium iniquitatis a
cui si sottomettono per obbedienza ai loro pastori". Osserva un
giornale dell'epoca che non ci furono critiche dei Cristeros contro
l'autorità ecclesiastica: "Si mantenne il silenzio ed in silenzio li
divorò l'amarezza. La chiesa del Messico era caduta in una trappola
del nemico ed è necessario adorare i segreti disegni di Dio". Fu
così che i nobili Cristeros superarono l'ultima prova dell'eroica
virtù: l'obbedienza.
Mons. Pascual Diaz (a destra) e mons. Leopoldo Ruiz si recano a
firmare gli accordi
Gli Arreglos non contennero nessuna garanzia a salvaguardia di
quella parte di popolazione che aveva aderito alla rivolta. Non
furono abrogate le leggi inique. Tutti i massoni liberali rimasero
al loro posto.
Costretti a far ritorno ai propri villaggi, i Cristeros si trovavano
esposti alla vendetta di Calles e dei suoi uomini. Molti paesi
vennero saccheggiati, molti furono i sacerdoti e i laici noti per il
loro impegno antigovernativo che vennero esiliati, molti altri
furono arrestati e fucilati. Secondo le statistiche dell'epoca si
contarono almeno mille e cinquecento vittime fra i combattenti, di
cui 500 capi Cristeros, dal grado di tenente a quello di generale.
Dolores Ortega, anziana sopravvissuta alla rivolta e militante della
brigata Giovanna d'Arco in un'intervista rilasciata ad un
settimanale italiano nel 1993 dichiarò: "Dopo che i Cristeros
deposero le armi iniziò una feroce caccia all'uomo. I soldati
entravano nei villaggi, nelle case, nelle fattorie ed uccidevano
senza pietà. Morirono più Cristeros e uomini della Lega dopo gli
accordi che durante gli anni di guerra!".
La grande epopea del martirio del popolo messicano, che si sperava
fosse finita con la cessazione delle ostilità, continuò in modo
muto. I martiri del secondo momento non furono di certo meno
gloriosi di quelli del primo, perché alla testimonianza del loro
grande amore verso Cristo, unirono anche quella del loro grande
amore verso la Chiesa, vero corpo mistico di Cristo. Fu senz'altro
vera gloria! Essi in piena imitazione di Cristo opposero la loro
innocenza alla demoniaca malvagità del potere massonico; come Cristo
versarono il loro sangue di redenzione.
Il pontefice Pio XI protestò contro la violazione degli accordi con
due lettere encicliche: la "Acerba anima" del 25 settembre 1932 e la
"Nos es muy conocida" del 28 marzo 1937. Il Santo Padre rese
legittimo il diritto alla rivolta, anche armata, per la difesa della
fede, e spronò i cattolici a resistere in ogni modo: "Sarà
necessario per i vescovi, per il clero e i laici cattolici
continuare a protestare con tutta la loro energia contro tale
violazione, utilizzando il mezzo legittimo. Perché anche se queste
proteste non hanno alcun effetto su quelli che governano il Paese,
saranno efficaci nel convincere il fedele (...) che lo Stato attacca
la libertà della Chiesa, alla quale libertà la Chiesa non può mai
rinunciare, qualunque sia la violenza dei persecutori".
Per tutta risposta il presidente messicano denunciò la Acerba anima
come una gravissima ingerenza "criminale" di Roma negli affari
interni dello stato e fece balenare in modo molto chiaro la minaccia
di trasformare le chiese in scuole e magazzini a beneficio delle
classi proletarie.
Il cardinale Boggiani dichiarò al vice presidente della Lega
Nazionale, Don Miguel Palomar y Vizcarra: "io stesso ho visto
piangere il Papa Pio XI quando si parlò degli arreglos del Messico.
L’ ho visto piangere a Roma, nel 1930". La repressione violenta e
sanguinaria nei confronti dei combattenti per la libertà continuò
ininterrotta almeno fino al 1940.".